Ho finto di dormire dopo la camomilla: quando mio marito ha sollevato il pavimento, ho visto la verità

Ho finto di dormire dopo la camomilla: quando mio marito ha sollevato il pavimento, ho visto la verità

Mio marito mi metteva sonniferi nella camomilla ogni sera… ma quando ho finto di dormire e l’ho visto sollevare il pavimento, ho capito che il vero incubo stava sotto casa nostra.

Il cuore mi martellava così forte che ero sicura lo sentisse anche lui.

Ero distesa nel nostro letto matrimoniale, immobile, con gli occhi appena socchiusi.

E lui… lui non era nel letto.

Era in ginocchio vicino alla finestra della camera, con una calma inquietante.

Con un cacciavite sottile, stava sollevando le assi del parquet.

Una dopo l’altra.

Senza fare rumore.

Come se l’avesse fatto cento volte.

Io stringevo le dita sul lenzuolo per non tremare.

Quell’uomo non era il marito che mi portava il caffè al mattino, che mi baciava la fronte prima che uscissi per andare in ufficio.

Quello lì era uno sconosciuto.

Sotto il pavimento tirò fuori una scatola di metallo, grande più o meno come una scatola da scarpe.

La aprì piano.

Come se fosse un tesoro.

Dentro c’erano fogli, fotografie, fascicoli… e libretti.

Passaporti.

Più di uno.

Il sangue mi si gelò.

Avevo voglia di saltare su e urlargli addosso: “Chi sei?”

Ma qualcosa, nello stomaco, mi disse di restare ferma.

Di continuare a fingermi incosciente.

Perché sì.

Avevo ragione sulla camomilla.

Da settimane sentivo quel retrogusto amaro, chimico, che non c’entrava niente col miele.

Da settimane mi addormentavo come svenuta.

E al mattino non ricordavo niente.

Niente.

E ogni tanto trovavo le cose spostate.

La borsa appoggiata diversamente.

I documenti del lavoro “riordinati”.

Il portatile chiuso quando ero sicura di averlo lasciato aperto.

Lui mi stava drogando.

Ma guardandolo lì, mentre sfogliava quei fogli e quelle foto prese da una scatola nascosta sotto il nostro pavimento…

Capì che i sonniferi erano solo l’inizio.

C’era qualcosa di molto più grande.

E molto più pericoloso.

Tre ore prima ero seduta al tavolo della cucina.

Davanti a me c’era la solita tazza, quella blu scheggiata sul manico.

La camomilla fumava.

Un cucchiaino di miele, sempre la stessa dose.

Era diventato un rituale.

Ogni sera alle nove precise.

Io finivo di rispondere a due mail, lui mi portava la tisana.

E restava lì a guardarmi finché non la bevevo tutta.

“Giornata pesante?” mi chiese, sedendosi di fronte a me.

I suoi occhi scuri sembravano premurosi.

Come al giorno del matrimonio.

“Sì… in ufficio è un casino,” dissi io, stringendo la tazza tra le mani.

“Una pratica importante sta saltando e ci stanno mettendo pressione.”

Lui annuì, come se capisse.

“Devi riposare. Bevi e vai a letto presto.”

Il suo tono era… troppo pronto.

Troppo interessato.

Io alzai la tazza alle labbra.

E finsi di bere.

Mi bagnai appena la bocca.

Lui mi osservava.

Quando capì che non stavo deglutendo davvero, un’ombra gli attraversò la fronte.

“C’è qualcosa che non va?” chiese.

“No… è solo calda.”

Finsi un altro sorso.

E lasciai una goccia sulla lingua.

Eccolo.

Quel sapore amaro, pungente.

Una medicina.

Mi si mise a tremare la mano.

“Vado un attimo in bagno,” disse lui, alzandosi.

E mi guardò negli occhi, come a controllarmi.

“Finisci tutto mentre non ci sono.”

Appena sparì nel corridoio, io mi alzai di scatto.

Versai tutta la camomilla nel lavandino.

Poi riempii la tazza con acqua calda e un filo di miele, giusto per sporcare il fondo.

Avevo il fiato corto.

Sentii i suoi passi tornare.

Mi sedetti come se niente fosse.

Quando rientrò, gli mostrai la tazza vuota.

“Finita,” dissi.

Lui sorrise.

Ma non era un sorriso dolce.

Era un sorriso che mi fece venire la pelle d’oca.

“Brava,” disse piano.

“Vai a letto. Hai proprio una faccia stanca.”

E aveva ragione.

Ero stanca davvero.

Ma quella notte non avrei lasciato che mi spegnesse.

Quella notte volevo capire cosa faceva mentre io “sparivo”.

Feci la solita routine.

Pigiama.

Denti.

Lui restò giù a guardare la televisione, facendo finta di essere tranquillo.

Io lasciai la porta della camera leggermente socchiusa.

Così avrei sentito ogni passo.

Verso le dieci e mezza salì.

Io chiusi gli occhi.

Allungai il respiro.

Lento.

Regolare.

Come quando dormo davvero.

Lui rimase fermo sulla soglia.

Troppo a lungo.

Poi sussurrò il mio nome.

“Giulia…”

Io non risposi.

“Giulia, dormi?”

Niente.

Lo sentii avvicinarsi al letto.

E lì fece una cosa che mi fece venire la nausea.

Mi chiamò più forte.

Poi mi sfiorò la spalla.

Come per scuotermi.

Io rimasi ferma.

Allora se ne andò.

Ma non venne a letto.

Scese.

E io, nel silenzio, sentii che si chiudeva nello studiolo.

Poi… la sua voce.

Telefonate.

Parole basse.

Un tono diverso.

Più duro.

A tratti sembrava parlare con un accento che non gli avevo mai sentito.

A mezzanotte tornò su.

Si fermò di nuovo davanti alla porta.

La aprì di più.

Io avrei voluto urlare, ma rimasi immobile.

E invece di mettersi accanto a me…

Andò verso la finestra.

Si inginocchiò.

E iniziò a sollevare il pavimento.

E adesso ero lì.

Nel letto.

A guardarlo con gli occhi appena aperti.

Lui tirò fuori dalla scatola una busta spessa, piena di contanti.

Poi i passaporti.

Almeno cinque.

Tutti con la sua foto.

Ma nomi diversi.

Poi prese delle fotografie.

Le sistemò sul pavimento come fossero carte da gioco.

Erano donne.

Tante donne.

Alcune sorridevano, in pose normali.

Altre… erano foto rubate.

Scattate da lontano.

Donne che uscivano dal lavoro.

Che salivano in macchina.

Che entravano in casa.

Donne come me.

Età simile.

Capelli scuri.

Mi si chiuse la gola.

Poi vidi un ritaglio di giornale.

La mia vista non era perfetta da quella distanza, ma una parola la lessi chiaramente.

“Scomparsa”.

C’era la foto di una donna, bella, con un sorriso aperto.

Sotto, un nome.

Non lo dimenticherò mai.

“Serena De Luca”.

E accanto una città del Nord.

Non lontana.

Lui prese il telefono.

Accese la torcia.

Confrontò qualcosa sul passaporto con qualcosa sullo schermo.

E sorrise.

Ma non il sorriso che mi aveva fatto innamorare.

Era un sorriso freddo.

Da uomo che si sente furbo.

Da uomo che vince.

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