Poi rimise tutto nella scatola con una precisione maniacale.
Richiuse.
Rimetteva le assi del pavimento una per una.
Io pensavo solo una cosa.
Chi ho sposato?
E cosa vuole farmi?
Tre settimane prima ero una donna normale.
Mi chiamo Giulia Rinaldi.
Lavoro nel marketing, in una grande azienda.
Pensavo che il mio problema più grosso fosse salvare una campagna che stava andando in fumo.
E invece…
Era iniziato tutto un martedì di inizio marzo.
Ricordo perché tornai a casa con un mal di testa tremendo.
E lui era in cucina.
Stava preparando il sugo, quello “di famiglia”, come diceva.
L’odore di pomodoro e basilico riempiva casa.
E sembrava tutto normale.
“Com’è andata oggi, amore?” chiese, mescolando con il cucchiaio di legno.
Io mollai la borsa sulla sedia.
“Lascia perdere. Stiamo lavorando come matti e non basta mai.”
Lui prese la tazza blu.
“Almeno c’è la tua camomilla. Ti rilassa.”
Io sorrisi, sciocca.
Perché sì, all’inizio mi sembrava un gesto d’amore.
Bevvi.
Guardammo un film sul divano.
Lui mi teneva stretta.
E dopo mezz’ora mi sentii precipitare.
Non addormentarmi.
Precipitare.
“Mi… mi viene sonno,” balbettai.
“Vai a letto,” disse lui dolce.
“Ti raggiungo dopo.”
Mi accompagnò sulle scale.
Io ricordo solo il cuscino.
Poi buio.
Al mattino, sveglia.
Testa pesante.
Bocca impastata.
Lui era già vestito.
Questo era strano.
Di solito io mi alzo prima.
“A che ora sei venuto a letto?” chiesi.
“Verso le undici,” rispose tranquillo.
“Dormivi così profondamente che non ho voluto svegliarti.”
Andai in bagno.
E notai la prima cosa.
Il telefono era sul comodino.
Io l’avevo lasciato sulla cassettiera in carica.
Il portatile era chiuso.
Io lo lascio sempre aperto.
“Marco…” lo chiamai.
“Hai spostato le mie cose?”
“Quali cose?” rispose da sotto.
“Telefono e computer.”
“Avrai dimenticato,” disse.
“Sei stanca, Giulia.”
Mi convinsi.
Perché quando ami qualcuno, ti convinci.
Ma nei giorni successivi successe ancora.
E ancora.
Ogni sera camomilla.
Ogni notte buio totale.
Ogni mattina oggetti spostati.
Una volta trovai il portatile tiepido.
Come se qualcuno l’avesse usato.
A pranzo lo dissi alla mia amica più cara, Elena.
Eravamo al bar vicino all’ufficio, quello con i tavolini stretti e le paste in vetrina.
Io non riuscivo a mangiare.
“Elena, ho la sensazione che qualcuno frughi nelle mie cose mentre dormo.”
Lei appoggiò il caffè e mi guardò seria.
“Da quando?”
“Tre settimane.”
“E tu… dormi più del solito?”
“Non è dormire,” dissi io.
“È come svenire. Potrebbero suonare i fuochi d’artificio e io niente.”
Elena strinse le labbra.
“E la camomilla?”
“Io la bevo sempre.”
Lei esitò.
“Giulia… controlla il sapore. Anche solo per scrupolo.”
Quella sera lo feci.
E sentii l’amaro.
E la notte dopo mi svegliai per pochi secondi.
Giusto un lampo.
E sentii Marco parlare al telefono giù.
Una voce dura.
Non era la voce di mio marito.
Al mattino gli chiesi.
“Eri al telefono stanotte?”
“Ma no,” disse.
“Te lo sarai sognato.”
E io capii una cosa semplice.
Mi stava mentendo.
Due giorni dopo decisi di registrare.
Non avevo altre prove.
Posizionai il telefono sulla cassettiera, in modo che prendesse letto e scrivania.
Lo collegai alla corrente.
Avviai il video.
Lui entrò con la tazza blu.
“Stasera un po’ più di miele,” disse.
“Ti vedo tesa.”
Io sorrisi finto.
Bevvi.
E dopo venti minuti mi sentii trascinare giù.
Non riuscii neanche a oppormi.
Mi spensi.
Al mattino lui era fuori.
Lasciò un biglietto: “Riunione presto, torno più tardi”.
Io tremavo mentre fermavo la registrazione.
Otto ore di video.
Feci scorrere.
E a mezzanotte…
Eccolo.
Marco entrò in camera.
Si fermò sopra di me.
Mi chiamò.
Mi scosse leggermente.
Quando vide che non reagivo, sorrise.
Quello stesso sorriso freddo.
Poi uscì e rientrò con la mia borsa.
La aprì sul letto.
Tirò fuori tutto.
Documento.
Carte.
Badge del lavoro.
Fotografò ogni cosa con il telefono.
Poi andò al portatile.
Lo aprì.
Come se conoscesse la password.
E iniziò a navigare tra i miei file.
Mail.
Documenti.
Persino l’accesso alla banca online.
Io ero lì, come un corpo.
E lui mi stava svuotando la vita.
Verso le tre fece una chiamata.
Il telefono registrò qualche parola.
“Il piano regge… tra due settimane ho tutto… lei non sospetta niente… la medicina funziona… questa ha accessi migliori delle altre…”
Le altre.
Mi mancò l’aria.
Le altre chi?
Chiamai Elena subito.
Ci vedemmo in un parco, lontano da casa.
Lei arrivò con una cartellina in mano.
Aveva gli occhi lucidi.
“Giulia… ho cercato la sua storia.”
Io deglutii.
“Che vuol dire?”
“Ho chiamato la ditta dove dice di lavorare. Nessuno lo conosce.”
“Impossibile.”
“Hai presente quando ti dice ‘oggi ho la riunione’?… Giulia, quella persona potrebbe non avere un lavoro vero.”
Mi mostrò delle stampe.
Controlli di base.
Registri.
“E c’è di più,” sussurrò.
“Il suo codice fiscale… non torna con il nome che usa. E la sua identità online è stata creata anni fa tutta insieme. Foto, profili, tutto.”
Mi si spezzò lo stomaco.
“Ma noi… siamo sposati.”
“Si possono falsificare tante cose,” disse lei.
“E ascolta… quello che hai registrato… non sei la prima.”
Io guardai l’erba, come se la terra dovesse aprirsi.
“Che devo fare?”
“Polizia,” disse Elena.
“Subito.”
Io avevo paura.
Paura che non mi credessero.
Paura che lui capisse.
Paura di tornare a casa.
Ma avevo anche una paura più grande.
Che mi restasse poco tempo.
Quella sera facemmo un piano.
Un investigatore della squadra mobile, contattato da Elena tramite un conoscente, era scettico.
Ma quando vide il video… cambiò faccia.
“Serve coglierlo sul fatto,” disse.
“E serve trovare cosa nasconde.”
Io pensai al pavimento.
Alla scatola.
Alla parola “scomparsa”.
Accettai.
Non perché ero coraggiosa.
Ma perché ero disperata.
La sera successiva Marco tornò con del cibo da asporto.
“Cena tranquilla, noi due,” disse, allegro.
Io avevo lo stomaco chiuso.
Lui controllava l’orologio ogni due minuti.
“Sei strano,” dissi piano.
“Penso al futuro,” rispose.
“Secondo me… presto cambierà tutto.”
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.






