Ieri non voleva animali in casa, oggi un enorme gatto randagio dorme sul suo petto: ecco cosa è successo

Alle undici dormiva sul mio petto.

Pesava come un sacco di patate.

Provai a spostarlo.

Aprì un occhio e mi guardò come se avessi appena proposto di vendergli casa.

«Va bene. Resta.»

Fu così che la donna che non voleva animali trascorse la prima notte quasi immobile, con un gatto enorme sullo sterno.

Alle tre e dodici mi svegliai.

Ettore era ancora lì.

Respirava lentamente.

Aveva infilato il muso vicino al mio collo.

Per qualche minuto ascoltai il suo respiro.

Poi pensai a mio marito.

Negli ultimi mesi della sua malattia aveva dormito spesso nella stessa posizione, con la testa vicina alla mia spalla.

Dopo che se n’era andato avevo cambiato metà della camera.

Materasso.

Tende.

Perfino il comodino.

Dicevo che avevo voglia di rinnovare.

La verità era che certi oggetti ricordavano troppo.

Mi ero allenata a vivere senza peso accanto.

Senza respiri nel buio.

Senza qualcuno che avesse bisogno che io restassi.

E ora quel gatto sconosciuto dormiva su di me come se avesse trovato l’unico posto al mondo dove abbassare la guardia.

Mi accorsi che stavo piangendo.

Piano.

Senza singhiozzare.

Ettore aprì l’occhio buono.

Mi fissò.

Poi chiuse di nuovo gli occhi.

Come a dire:

Fai pure.

La mattina dopo scoprii la prima regola di Ettore.

Le porte chiuse non gli piacevano.

Andai in bagno e chiusi la porta per abitudine.

Dopo pochi secondi sentii un rumore.

Non un miagolio.

Un suono basso, roco.

Aprii.

Ettore era fermo nel corridoio.

Rigido.

Gli occhi fissi.

Quando mi vide fece due passi veloci e strofinò la testa contro la mia gamba.

Una volta.

Forte.

«Va bene», dissi. «Porte aperte.»

Quella mattina uscii per comprare tutto quello che non avevo.

Lettiera.

Ciotole.

Tiragraffi.

Cibo.

Una coperta.

Qualche gioco.

Alla cassa, la signora davanti a me guardò il carrello.

«Nuovo gatto?»

«Più o meno.»

«Cucciolo?»

«Sette o otto anni.»

Fece quella faccia.

Quella piccola smorfia che conoscono bene le donne della mia età.

La stessa che qualcuno fa quando dici che cerchi lavoro dopo i cinquanta.

Quando dici che vuoi ricominciare.

Quando dici che ti sei iscritta a un corso.

Quando dici che hai conosciuto qualcuno.

Come se certe cose avessero una data di scadenza.

«Eh», disse. «A quell’età avranno già le loro abitudini.»

Sorrisi.

«Anch’io.»

La cassiera scoppiò a ridere.

Quando tornai, Ettore era sul davanzale.

Mi vide entrare con le buste e non corse verso di me.

Aspettò.

Solo quando chiusi la porta venne vicino.

Quella sera feci una fotografia.

Brutta.

Ettore era sdraiato sul divano con il pelo spettinato, un orecchio in alto e l’altro piegato.

Sembrava un vecchio pugile in pensione.

La mandai nel gruppo online del quartiere.

Scrissi:

“Ieri non avevo un gatto. Oggi questo signore enorme dorme sul mio petto come se pagasse il mutuo. Si chiama Ettore. Per otto mesi nessuno l’ha scelto perché non era giovane, piccolo o particolarmente socievole. Forse ogni tanto dovremmo fermarci davanti a quelli che non sanno mettersi in mostra.”

Premetti pubblica.

Mai gesto fu più stupido.

Nel giro di un’ora il telefono cominciò a vibrare senza sosta.

Molti messaggi erano gentili.

Una signora scrisse che Ettore aveva “la faccia di suo marito quando arrivava la bolletta del gas”.

Un uomo del palazzo accanto disse che sembrava magnifico.

Una ragazza chiese se avesse bisogno di una cuccia.

Poi arrivarono gli altri.

Quelli che sanno tutto.

“Vediamo quanto dura.”

“Quando rovinerà il divano lo riporterà indietro.”

“Un gatto così grosso in appartamento soffrirà.”

“Questi volontari fanno leva sui sensi di colpa.”

“Se nessuno l’ha voluto per otto mesi un motivo ci sarà.”

Quell’ultima frase mi fece male.

Se nessuno ti vuole, un motivo ci sarà.

Quante volte viene detta alle persone?

Alla donna lasciata dal marito.

All’uomo licenziato.

Al ragazzo che non riesce a trovare amici.

All’anziano che nessuno va più a trovare.

Alla casa vuota del paese che nessuno dei figli vuole abitare.

Se nessuno ti sceglie, forse sei tu il problema.

Guardai Ettore.

Stava mangiando.

Non sapeva che degli sconosciuti stavano decidendo chi fosse.

Quella notte non risposi a nessuno.

Il problema vero arrivò il giorno dopo.

Un colpo alla porta.

Deciso.

Aprii.

Davanti a me c’era l’amministratore dello stabile, il signor Cesare, un uomo sulla sessantina che portava sempre una cartellina sotto il braccio, anche quando andava a prendere il pane.

«Buongiorno, signora Elisabetta.»

«Buongiorno.»

«Mi hanno riferito che c’è un animale nell’appartamento.»

Sentii Ettore arrivare dietro di me.

Si sedette nel corridoio.

Grande.

Impossibile da nascondere.

Cesare lo guardò.

«Ah.»

Quel “ah” conteneva un intero regolamento condominiale.

«È arrivato ieri.»

«Lo immaginavo.»

«Sono in prova come affidataria.»

«Capisco. Però dobbiamo avere la documentazione sanitaria e la registrazione prevista dal regolamento interno. Nulla di grave, ma va sistemato.»

«Quanto tempo ho?»

«Due giorni sarebbe meglio.»

Annuii.

Poi Cesare abbassò la voce.

«Le dico anche che qualcuno ha già segnalato la questione. Non so chi.»

Mi si strinse lo stomaco.

«Dopo un giorno?»

Alzò le spalle.

«Sa com’è la gente.»

Sì.

Lo sapevo.

Nei quartieri italiani sappiamo tutto dei vicini.

Chi torna tardi.

Chi ha cambiato macchina.

Chi riceve un uomo il mercoledì sera.

Chi litiga con la figlia.

Chi mette il vetro nel bidone sbagliato.

Evidentemente, ora sapevano anche di Ettore.

Cesare se ne andò.

Chiusi la porta.

Ettore mi guardò.

Mi sedetti sul pavimento.

«Senti», gli dissi, «io ieri mattina avevo una vita semplicissima.»

Lui si avvicinò.

«Bevevo il caffè. Leggevo. Brontolavo per il prezzo delle zucchine.»

Ettore appoggiò la testa sulla mia spalla.

«Adesso ho un amministratore, cento sconosciuti su internet e un gatto di otto chili che non vuole farmi chiudere la porta del bagno.»

Fece le fusa.

«Non ridere.»

Quella sera chiamai Mirella.

Mi mandò tutti i documenti.

«Se serve vengo io.»

«No. Faccio da sola.»

«Elisabetta.»

«Cosa?»

«Non devi fare sempre tutto da sola.»

Rimasi zitta.

Era una frase che odiavo.

Perché era vera.

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