Ieri non voleva animali in casa, oggi un enorme gatto randagio dorme sul suo petto: ecco cosa è successo

Il mattino seguente scesi al bar sotto casa per stampare alcuni fogli.

Il proprietario, Carlo, mi vide entrare.

«Allora?»

«Allora cosa?»

«Il gatto.»

Lo fissai.

«Lo sai pure tu?»

«Betta, lo sa mezzo quartiere.»

«Fantastico.»

Carlo mise il caffè sul bancone.

«Mia moglie ha visto la foto. Dice che è bellissimo.»

«Tua moglie porta gli occhiali.»

«Infatti vede meglio di te.»

Stavo per rispondere quando una voce alle mie spalle disse:

«Io ho una cuccia.»

Era la signora Lidia.

Settantasei anni.

Vedova da quindici.

Abitava due strade più in là.

«Scusi?»

«Una cuccia. Del mio gatto. È morto l’anno scorso. Non ho avuto il coraggio di buttarla.»

Abbassò gli occhi.

«Se il suo la vuole, gliela porto.»

Non seppi cosa dire.

Poi intervenne Carlo.

«Io ho ancora un tiragraffi di mia figlia. Si è trasferita.»

Un uomo seduto vicino alla finestra alzò la mano.

«Io niente gatti. Però ho un trapano, se devi fissare qualcosa.»

Tutti risero.

Anch’io.

Fu il primo momento in cui capii che la storia stava cambiando.

Nel pomeriggio qualcuno suonò.

Era Lidia.

Portava una cuccia di vimini con un cuscino verde.

«Si chiamava Nerina», disse.

Ettore la annusò.

Lidia rimase sulla porta.

Non cercò di toccarlo.

«Era vecchia anche lei quando arrivò da me.»

«Quanto vecchia?»

«Dodici anni.»

«E quanto è rimasta?»

«Sei.»

Sorrise.

«I sei anni più rumorosi della mia vita.»

Ettore entrò nella cuccia.

Lidia si portò una mano alla bocca.

«Guarda.»

Ci mettemmo entrambe a piangere.

Due donne adulte, nel corridoio, davanti a un gatto che si era semplicemente seduto in una cesta.

La sera pubblicai un aggiornamento.

Non parlai dei commenti cattivi.

Scrissi soltanto:

“Ettore oggi ha ricevuto una cuccia appartenuta a Nerina, la gatta di una signora del quartiere. Forse le cose che abbiamo amato non devono per forza finire quando qualcuno se ne va. A volte possono continuare a scaldare qualcun altro.”

Quella frase fece il giro del quartiere.

Il giorno dopo trovai davanti alla porta un sacchetto di giochi.

Nessun biglietto.

Il pomeriggio arrivò Carlo con il tiragraffi.

Poi un vicino che conoscevo appena mi portò una coperta.

«Mia madre ne aveva fatte tre», disse. «Questa era nell’armadio.»

«Non serve davvero.»

«Lo so. Ma magari a lui piace.»

Persino Cesare tornò.

Questa volta senza cartellina.

«Tutto sistemato», disse.

«Davvero?»

«Documenti a posto.»

Guardò Ettore.

«Mia moglie vuole sapere se può vederlo.»

«Sua moglie?»

«Ha visto la foto.»

Scoppiai a ridere.

«Naturalmente.»

Ettore, da parte sua, affrontava la notorietà con assoluta indifferenza.

Continuava a dormire.

Mangiare.

Seguirmi.

Controllare le porte.

E soprattutto aspettare che mi sedessi.

Appena appoggiavo la schiena al divano, lui compariva.

Saliva.

Girava due volte.

Poi si sistemava.

Ogni giorno un poco più vicino.

Una settimana dopo, mia figlia Chiara venne a trovarmi.

Entrò, vide il tiragraffi, la cuccia, le ciotole e rimase immobile.

«Mamma.»

«Cosa?»

«Tu hai un gatto.»

«Temporaneamente.»

Ettore saltò sul divano.

«Quello non ha una faccia temporanea.»

«Non cominciare.»

Chiara si sedette.

Ettore la osservò da lontano.

«Papà avrebbe riso tantissimo.»

Il sorriso mi morì in faccia.

«Probabilmente.»

«Diceva sempre che prima o poi avresti adottato qualcuno.»

«Tuo padre diceva molte sciocchezze.»

Chiara sorrise.

Poi abbassò lo sguardo.

«Da quando è morto, eri diventata…»

«Cosa?»

«Difficile da raggiungere.»

Quella frase mi fece più male di qualsiasi commento su internet.

«Io stavo bene.»

«Lo so.»

«Avevo la mia vita.»

«Lo so.»

«Non ero depressa.»

«Non ho detto questo.»

Ci fu silenzio.

Ettore scese dal divano.

Si avvicinò a mia figlia.

Annusò la sua scarpa.

Poi tornò da me.

Chiara rise piano.

«Ha già scelto.»

«Cosa?»

«Te.»

«Non essere melodrammatica.»

«Mamma, dorme sul tuo petto.»

«È pesante. Non riesco a spostarlo.»

«Certo.»

Quella domenica feci una cosa che non facevo da anni.

Invitai io i figli a pranzo.

Chiara venne con suo marito.

Mio figlio Paolo arrivò con la moglie e i ragazzi.

Preparai le lasagne come le faceva mia madre.

Tirai fuori la tovaglia buona.

Quella con una piccola macchia di vino che non era mai andata via.

Per anni avevo aspettato gli inviti degli altri.

Avevo detto che non volevo disturbare.

Che i giovani hanno la loro vita.

Che tanto mangiavo poco.

La verità?

Avevo paura di chiedere.

Perché quando hai passato abbastanza tempo a sentirti “quella che può stare anche da sola”, cominci a recitare la parte.

Ettore trascorse quasi tutto il pranzo sotto una sedia.

Non amava il rumore.

Mio nipote più grande lo chiamò.

Lui non uscì.

«Lascialo stare», dissi.

«Ma voglio accarezzarlo.»

«Quando vorrà verrà lui.»

Mio figlio rise.

«Da quando sei diventata così paziente?»

Lo guardai.

«Da quando voi siete usciti di casa.»

Risero tutti.

Anch’io.

Dopo il caffè, mentre sparecchiavamo, vidi Ettore uscire lentamente.

Attraversò il soggiorno.

Ignorò tutti.

Poi saltò sulla mia sedia vuota.

Si acciambellò.

Mia figlia mi guardò.

Non disse niente.

Non ce n’era bisogno.

Quella notte Ettore non dormì sul mio petto.

Si mise accanto.

Con una zampa appoggiata sul mio braccio.

E mi resi conto di una cosa.

Nei primi giorni avevo pensato che fosse lui ad avere paura che io sparissi.

Forse era vero.

Ma forse non era l’unico.

Anche io avevo passato anni a evitare legami che potessero essere portati via.

Mio marito se n’era andato.

Mia madre se n’era andata.

I figli erano cresciuti.

Gli amici diminuivano.

Ogni volta che qualcuno mancava, io stringevo un poco di più la mia vita.

Meno impegni.

Meno persone.

Meno sorprese.

Meno possibilità di soffrire.

Avevo chiamato quella cosa tranquillità.

Forse era soltanto paura ben organizzata.

Due settimane dopo, Mirella mi telefonò.

«Dobbiamo decidere.»

«Decidere cosa?»

«Lo stallo.»

Guardai Ettore.

Era sdraiato sul tappeto con la pancia in aria.

Una posizione che nei primi giorni non aveva mai assunto.

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