Il cane bloccò la statale e fissò Marco: nel bosco lo aspettava un uomo che conosceva il suo passato

E poi qualcuno che rompeva il finestrino.

Una voce.

«Guardami, ragazzo! Guardami!»

Un uomo entrato in quell’acqua senza pensarci.

Un agente di pattuglia che aveva visto l’auto precipitare mentre passava poco dopo.

Marco ricordava due braccia forti.

Un giubbotto bagnato.

Il gelo.

Il fango sulla riva.

E quella stessa voce.

«Resta con me, Danny. Non chiudere gli occhi.»

Marco fissò il viso dell’anziano.

Più magro.

Pieno di rughe.

Una cicatrice vicino al sopracciglio.

Ma improvvisamente la vide.

La riconobbe.

Era la stessa.

«Signor… Carteri?»

L’uomo accennò un sorriso.

Giancarlo Carteri.

Allora aveva poco più di quarant’anni.

Marco lo aveva rivisto due volte dopo l’incidente.

Una volta in ospedale.

Una volta a casa dei suoi genitori.

Sua madre lo aveva abbracciato piangendo.

Suo padre, che non piangeva mai davanti a nessuno, gli aveva stretto le mani per quasi un minuto senza riuscire a parlare.

Poi la vita aveva fatto quello che fa sempre.

Aveva portato tutti da qualche altra parte.

Marco si era sposato.

Aveva avuto Elisa.

Aveva aperto l’officina.

Carteri era stato trasferito.

Si erano persi.

Marco aveva pensato molte volte di cercarlo.

Ogni volta aveva rimandato.

Domani.

A Natale.

Quando avrò meno lavoro.

Quando sarà passato questo periodo.

Gli anni, però, hanno una pessima abitudine.

Non aspettano nessuno.

Marco si inginocchiò completamente.

«Sei tu.»

Gli occhi gli si riempirono di lacrime.

«Sei l’uomo che mi ha salvato la vita.»

Scout appoggiò il muso sul petto del suo padrone.

Carteri respirò lentamente.

Poi sussurrò:

«Stavolta… è stato lui.»

Marco si coprì la bocca con una mano.

Rise e pianse nello stesso momento.

«Sì.»

Guardò Scout.

«Stavolta è stato lui.»

Giancarlo richiuse gli occhi.

Marco si spaventò.

«Ehi! Non mi fare scherzi. Resta con me.»

Una frase.

La stessa frase.

Trentadue anni prima era stato Carteri a dirla a lui.

Ora Marco la ripeteva all’uomo che lo aveva trascinato fuori dall’acqua.

A volte il destino non inventa nulla di nuovo.

Rimette semplicemente le persone nello stesso punto, scambiando i ruoli.

Marco passò il braccio di Giancarlo sulle proprie spalle.

«Dobbiamo salire.»

Scout si alzò.

«Mi aiuti anche tu, campione?»

Il cane partì verso il sentiero.

Marco provò a sollevare l’anziano.

Giancarlo gemette.

«Lo so. Lo so che fa male.»

Fece un passo.

Poi un altro.

Giancarlo riusciva appena a muovere le gambe.

Marco lo sosteneva quasi completamente.

Dopo pochi metri aveva già il fiato corto.

A cinquantadue anni non era più il ragazzo che trascinava motori e cambi senza chiedere aiuto.

La schiena gli ricordava ogni mattina quanti anni aveva.

Ma non avrebbe lasciato quell’uomo nel bosco.

Non lui.

«Quando avevo vent’anni pesavo molto meno», disse Marco tentando di sorridere.

Giancarlo aprì appena gli occhi.

«Parlavi… di più.»

Marco scoppiò a ridere.

«Allora stai meglio.»

Scout camminava avanti e indietro.

Saliva.

Tornava.

Controllava entrambi.

A metà percorso Marco scivolò.

Cadde su un ginocchio.

Giancarlo gemette.

Scout abbaiò una volta.

«Sto bene!»

Marco si rialzò.

Sentiva la gamba bruciare.

«Non ti preoccupare, Scout. Non mollo.»

Continuarono.

Quando finalmente tra gli alberi apparve il riflesso della strada, Marco ebbe l’impressione di vedere la luce di casa.

«Sergio!»

Nessuna risposta.

«SERGIO!»

Poi una voce.

«Marco?!»

«QUI! PORTA AIUTO!»

Il rumore di passi arrivò dal bordo della strada.

Sergio comparve tra gli alberi insieme all’uomo in camicia che prima si lamentava.

Dietro di loro c’era anche una donna sui sessant’anni.

Quando videro Giancarlo, cambiarono faccia.

«Santo cielo.»

«Aiutatemi.»

L’uomo in camicia prese Giancarlo dall’altro lato.

Sergio afferrò Marco.

In quattro riuscirono a portarlo fino alla carreggiata.

La stessa gente che pochi minuti prima suonava il clacson ora correva da tutte le parti.

Una signora prese una coperta dalla macchina.

Un ragazzo portò una bottiglia d’acqua.

Qualcuno chiamò i soccorsi.

Un pensionato appoggiò un giubbotto piegato sotto la testa di Giancarlo.

«Non fatelo bere», disse una donna. «Lasciatelo tranquillo.»

Marco guardò quelle persone.

Sconosciuti.

Fino a cinque minuti prima erano soltanto automobilisti arrabbiati.

Adesso uno teneva la coperta.

Uno parlava al telefono.

Uno controllava che Scout non finisse sulla strada.

Succede ancora, pensò Marco.

Il mondo ti convince che ognuno pensa soltanto a sé.

Poi basta un uomo disteso sull’asfalto e, qualche volta, il quartiere diventa grande quanto una statale intera.

Scout si sdraiò accanto a Giancarlo.

Marco gli accarezzò la testa.

«Hai fatto tutto tu.»

Sergio lo guardò.

«Lo conosci?»

Marco annuì.

«Mi ha salvato la vita.»

«Cosa?»

«Quando avevo vent’anni.»

Sergio rimase senza parole.

Marco non gli aveva mai raccontato quella storia.

La vergogna di quel ragazzo ubriaco che aveva quasi buttato via la propria vita gli era rimasta addosso per decenni.

Aveva sempre raccontato l’incidente in un’altra maniera.

“Strada ghiacciata.”

“Brutta curva.”

“Una disgrazia.”

Mai la bottiglia.

Mai la velocità.

Mai la stupidità.

Le famiglie fanno anche questo.

Con gli anni levigano i ricordi peggiori, finché sembrano sopportabili.

Giancarlo aprì gli occhi.

«Danny…»

Marco gli prese la mano.

«Sono qui.»

L’anziano lo guardò.

«Sei diventato vecchio.»

Marco rise con gli occhi bagnati.

«Parla quello giovane.»

Giancarlo sorrise appena.

In lontananza arrivò il suono della sirena.

Scout sollevò le orecchie.

«Hai sentito?» disse Marco. «Arrivano.»

Giancarlo strinse debolmente la sua mano.

«Te l’avevo detto…»

«Cosa?»

«Che ce l’avresti fatta.»

Marco abbassò la testa.

Trentadue anni.

Una moglie.

Una figlia.

Un nipote.

Un padre sepolto.

Una madre ormai fragile.

Un’officina piena di fotografie.

Tutto quello che era diventato esisteva anche perché quell’uomo, una notte, aveva deciso di buttarsi dentro un fiume per salvare uno sconosciuto.

«Non ti ho mai ringraziato davvero», disse Marco.

Giancarlo lo guardò a lungo.

«Hai vissuto.»

Marco non capì.

«Come?»

«Hai vissuto. Bastava quello.»

I soccorritori arrivarono pochi minuti dopo.

Controllarono Giancarlo, gli misero l’ossigeno e lo sistemarono sulla barella.

Uno di loro chiese:

«Da quanto tempo era nel bosco?»

Marco guardò Scout.

«Non lo sappiamo.»

«Chi l’ha trovato?»

Marco indicò il cane.

L’uomo sorrise incredulo.

«Sul serio?»

Sergio intervenne.

«Si è piazzato in mezzo alla statale. Non lasciava passare nessuno.»

Il soccorritore guardò Scout.

«Allora oggi abbiamo un collega in più.»

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