Il cane che tutti temevano rifiutava perfino l’acqua: quando aprirono quella borsa, nessuno riuscì più a giudicarlo

La punta sfiorò l’asfalto.

E in quel momento Teresa cominciò a piangere.

Non forte.

Piangeva come piangono quelli della nostra età quando non vogliono farsi vedere.

Voltando la faccia.

Facendo finta di asciugarsi il sudore.

Daniela sistemò i tre cuccioli in una coperta pulita.

«Sono disidratati. E sono troppo piccoli per stare da soli. Dobbiamo portarli via subito.»

Guardai il cane.

«E lui?»

«Anche lui.»

Il maschio però non voleva muoversi.

Continuava a guardare la coperta.

Daniela allora appoggiò il trasportino dei cuccioli davanti a lui.

«Vieni.»

Il cane fissò il trasportino.

Poi si alzò.

Le zampe posteriori cedettero quasi subito.

Si riprese.

Fece un passo.

Poi un altro.

Camminava come un uomo di ottant’anni che esce dalla chiesa dopo un funerale e non vuole accettare il braccio di nessuno.

Lento.

Orgoglioso.

Testardo.

Riuscì ad arrivare al mezzo del servizio animali.

Entrò nella gabbia da solo.

Si sdraiò.

Ma invece di voltarsi verso di noi, si sistemò con il muso rivolto ai cuccioli.

Solo allora chiuse gli occhi.

Pensavo che il peggio fosse finito.

Mi sbagliavo.

Nella piccola struttura veterinaria dove li portammo, la dottoressa di turno visitò prima i cuccioli.

«Età diverse», disse.

«Quanto diverse?»

«Due potrebbero avere dieci giorni. L’altro forse quasi due settimane.»

La guardai.

«Quindi non sono fratelli?»

«Probabilmente no.»

La conclusione arrivò da sola.

Qualcuno aveva preso cuccioli provenienti da cucciolate diverse.

Li aveva messi nella stessa borsa.

Poi li aveva abbandonati sul ciglio di una strada.

Non dissi nulla.

A cinquantadue anni impari che ci sono cose per le quali le parole diventano inutili.

La dottoressa passò al cane adulto.

Controllò denti e zampe.

Gli tastò il corpo.

«È molto debilitato. Ma non sembra malato.»

«Da quanto può essere lì?»

«Non posso saperlo. Però non è dimagrito così in due giorni.»

Separò con attenzione il pelo infeltrito attorno al collo.

Poi si fermò.

«Aspettate.»

Sotto quel pelo c’era un collare.

Vecchio.

Blu scolorito.

Così stretto e nascosto che sembrava quasi parte del corpo.

Sul collare pendeva una targhetta.

Daniela la pulì con un panno.

C’era scritto:

CAPITANO.

Sotto, un numero di telefono.

«Allora avevi ragione», dissi.

Daniela mi guardò.

«Qualcuno lo sta cercando.»

Telefonai.

Nessuna risposta.

Richiamai.

Ancora niente.

Alla terza chiamata partì la segreteria.

Una voce maschile.

Anziana, ma non vecchissima.

Stanca.

«Sono Giulio Ferri. In questo momento non posso rispondere.»

Poi una pausa.

Pensai che il messaggio fosse finito.

Invece la voce riprese, più bassa.

«Se chiamate per Capitano, vi prego… lasciate un messaggio. Oppure richiamate. A qualsiasi ora.»

Guardai il cane attraverso il vetro.

Era steso.

Gli stavano facendo una flebo.

Eppure aveva ancora il muso orientato verso il locale dove tenevano i cuccioli.

Provai altre due volte.

Alla quinta chiamata qualcuno rispose.

«Pronto?»

«Il signor Giulio Ferri?»

«Sì.»

«La chiamo per un cane di nome Capitano.»

Silenzio.

Poi sentii un respiro spezzarsi.

«Dov’è?»

«È vivo.»

Dall’altra parte non arrivò nessuna risposta.

Solo un singhiozzo soffocato.

«Signor Ferri?»

«Mi scusi.»

Si schiarì la voce.

«Mi scusi. È che… sono sette settimane.»

Sette settimane.

Giulio aveva sessantasette anni.

Elettricista in pensione.

Viveva da solo in una piccola casa alla periferia di un paese collinare, una quarantina di chilometri da noi.

Capitano era sparito una sera.

Giulio l’aveva lasciato uscire nel piccolo cortile dietro casa.

Come faceva sempre.

Dieci minuti.

Poi quindici.

Poi mezz’ora.

Capitano non era tornato.

«Ho guidato tutta la notte», mi raccontò.

«La mattina dopo ho stampato le foto. Sono andato nei bar, dal panettiere, in farmacia, all’edicola. Ho attaccato fogli ovunque mi lasciassero farlo.»

Aveva telefonato a canili e ambulatori.

Era andato personalmente nei paesi vicini.

Aveva chiesto ai contadini.

Ai camionisti.

Perfino ai ragazzi che consegnavano le pizze.

«Quanto ha cercato?»

Giulio rise amaramente.

«Quanto si cerca uno di famiglia?»

Non seppi rispondere.

Poi aggiunse:

«Mia moglie Teresa è morta quattro anni fa.»

Silenzio.

«I miei figli vivono lontano. Hanno la loro vita. Ci sentiamo, eh. Non sono cattivi ragazzi. Ma quando arrivi a una certa età capisci che sentirsi al telefono e avere qualcuno in casa sono due cose diverse.»

Conoscevo quella frase.

L’avevo sentita dire a mia madre dopo che io e mia sorella eravamo andati a vivere per conto nostro.

Giulio continuò.

«Capitano dormiva dalla parte di Teresa.»

Pensai di aver capito male.

«Sua moglie?»

«Sì. Sul suo lato del letto.»

La voce gli tremò.

«La prima notte dopo il funerale è salito sul materasso, si è messo lì e non si è più spostato. Io non l’ho mai cacciato.»

Guardai il cane.

Il famoso cane pericoloso.

Quello che qualcuno aveva proposto di abbattere.

Quello che aveva rinunciato all’acqua per restare accanto a tre cuccioli sconosciuti.

Raccontai tutto a Giulio.

La borsa.

I piccoli.

Il morso a Teresa.

Le ore sotto il sole.

Quando finii, dall’altra parte ci fu un lungo silenzio.

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