Infine Giulio disse:
«È proprio lui.»
«Come fa a esserne così sicuro?»
«Perché Capitano è sempre stato fatto così.»
Si fermò.
«Teresa diceva che quel cane aveva un difetto.»
«Quale?»
«Non sapeva farsi gli affari suoi.»
Il mattino seguente Giulio arrivò prestissimo.
Guidava un vecchio furgoncino bianco che sembrava sopravvissuto a tre vite.
Scese con una camicia a quadri, pantaloni di lavoro e scarpe consumate sulla punta.
Aveva i capelli completamente bianchi.
Portava in mano un guinzaglio rosso.
Non disse buongiorno.
La prima frase fu:
«Dov’è?»
Daniela uscì con Capitano.
Io ero nel corridoio.
Teresa Mancini, la donna che era stata morsicata, era tornata per compilare alcuni documenti.
C’eravamo tutti.
Capitano vide Giulio da una ventina di metri.
Le orecchie si alzarono.
Il cane rimase immobile un secondo.
Solo uno.
Poi la coda cominciò a muoversi.
Non come il giorno prima.
Non un piccolo colpo.
La coda andava così forte che tutto il corpo seguiva il movimento.
Destra.
Sinistra.
Destra.
Sinistra.
Daniela lasciò un po’ di guinzaglio.
Capitano partì.
Non correva davvero.
Non ne aveva le forze.
Ma cercava di farlo.
Giulio si inginocchiò.
«Capitano.»
Il cane gli arrivò addosso.
Gli infilò il muso nel petto.
E rimase lì.
Giulio lo strinse.
Con tutte e due le braccia.
Come si stringe una persona che si credeva morta.
Nessuno parlò.
A volte il silenzio è più educato.
Giulio aveva gli occhi chiusi.
«Dove sei stato, disgraziato?»
Capitano non si muoveva.
«Sette settimane.»
La mano dell’uomo passava lentamente sulla schiena magra.
«Sette settimane ti ho cercato.»
Poi Giulio sussurrò qualcosa che sentii appena.
«Non farmelo più.»
Quella frase mi rimase dentro.
Perché non sembrava rivolta a un cane.
Sembrava rivolta alla vita.
Come quando perdi tua moglie.
O tuo marito.
O un fratello.
E vorresti guardare il destino negli occhi e dirgli:
Una volta basta.
Non farmelo più.
I cuccioli rimasero sotto osservazione.
Tutti e tre sopravvissero.
Quello dorato, quello che non respirava quando avevamo aperto la borsa, impiegò qualche giorno in più a riprendersi.
Teresa venne a trovarlo.
All’inizio disse che era lì soltanto per sapere come stava il cane che l’aveva morsa.
Nessuno le credette.
La trovai davanti al piccolo recinto.
Il cucciolo dormiva.
«Quindi è lui?»
«Lei.»
«È una femmina?»
«Sì.»
Teresa si toccò il segno sul braccio.
«Capitano mi ha morso per lei.»
«Probabile.»
«E non era neanche sua.»
«No.»
Teresa rimase pensierosa.
«Posso prenderla in braccio?»
Daniela gliela porse.
Il cucciolo stava in due mani.
Teresa se la portò al petto.
La piccola si mosse.
Poi appoggiò il muso sotto il mento della donna.
Teresa abbassò gli occhi.
Il suo viso cambiò.
Avevo visto quell’espressione altre volte.
Non era entusiasmo.
Era riconoscimento.
Come se una parte di lei avesse improvvisamente trovato qualcosa che non sapeva di stare cercando.
«Sa», disse, «mia figlia si è trasferita due anni fa.»
Non risposi.
«In casa adesso c’è un silenzio tremendo.»
Accarezzò la testa minuscola della cucciola.
«Prima mi lamentavo dei piatti lasciati nel lavandino, delle scarpe in corridoio, della musica alta.»
Fece un mezzo sorriso.
«Adesso darei cinquanta euro per trovare un paio di scarpe buttate in mezzo al corridoio.»
Capivo anche quello.
Noi della generazione dei figli cresciuti in fretta avevamo passato metà della vita a desiderare un po’ di pace.
Poi la pace era arrivata.
E avevamo scoperto che a volte somiglia terribilmente alla solitudine.
Teresa adottò la cucciola.
La chiamò Domenica.
«Perché proprio Domenica?» le chiese Daniela.
Teresa sorrise.
«Perché è successo tutto di domenica.»
Poi ci pensò.
«E perché una volta la domenica significava casa piena.»
Aveva ragione.
Per quelli della nostra età la domenica aveva un rumore preciso.
Piatti.
Sedie trascinate.
La moka.
Il sugo dalle otto del mattino.
Le zie che parlavano tutte insieme.
I bambini sotto il tavolo.
Il nonno che chiedeva chi voleva ancora pasta anche se nessuno aveva finito il primo piatto.
Oggi molte case la domenica sono più silenziose.
I figli lavorano lontano.
I nipoti hanno mille impegni.
Si mangia davanti alla televisione.
Ci si promette: «Una domenica veniamo.»
E quella domenica spesso passa.
Domenica, la cucciola, cambiò casa a Teresa.
Me lo raccontò mesi dopo.
«Adesso mia figlia viene più spesso.»
«Per il cane?»
«Per il cane.»
Rise.
«Ma a me va benissimo. Uno trova il modo che può.»
Gli altri due cuccioli finirono da una famiglia che abitava vicino a una piccola piazza del paese.
E lì accadde un’altra cosa.
La storia della borsa si era sparsa.
Il barista della piazza mise fuori una ciotola d’acqua.
Poi il panettiere fece lo stesso.
La signora della merceria comprò una coperta da lasciare dietro il negozio per gli animali randagi nelle notti fredde.
Un pensionato costruì una piccola cuccia con vecchie assi.
«Tanto a casa non ho niente da fare», disse.
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