Poi vidi qualcosa in lontananza.
Sopra la tomba di Marco.
Una forma scura.
Con il muso ormai grigio.
«No.»
Fermai l’auto storta.
Scappai fuori.
«ARGO!»
Corsi sul prato.
«ARGO!»
Non alzò la testa.
Era sdraiato esattamente come ogni domenica.
Lungo sopra la tomba.
Muso sulle zampe.
Mi inginocchiai.
Gli toccai il collo.
Era ancora tiepido.
Ma non respirava.
«No, no, no…»
Mi sdraiai accanto a lui.
Una donna che passava si fermò.
Qualcuno chiamò aiuto.
Non ricordo.
Ricordo soltanto il pelo di Argo sotto la mia mano e il nome di Marco inciso nella pietra davanti ai miei occhi.
Il veterinario arrivò più tardi.
Mi disse che probabilmente era stato il cuore.
Un cane anziano.
Tre chilometri.
Una lunga salita.
Forse aveva capito che qualcosa dentro di lui stava cedendo.
Forse no.
«Non sembra abbia sofferto.»
Quelle furono le uniche parole che mi interessarono.
«È arrivato qui, si è sdraiato e probabilmente il cuore si è fermato.»
Io guardai Argo.
E sentii una cosa strana.
Dolore, certo.
Un dolore immenso.
Ma sotto c’era qualcos’altro.
Meraviglia.
Perché improvvisamente vidi quei tre anni in modo diverso.
Per tre anni avevo pensato che fossi io a portare Argo da Marco.
Non era vero.
Era Argo che portava me.
E c’era un’altra cosa.
Ogni domenica aveva trovato Marco.
Si era sdraiato sopra di lui.
Avrebbe potuto restare lì ore.
Ma quando io dicevo “andiamo”, Argo si alzava.
Lasciava Marco.
E tornava con me.
Centocinquanta volte.
Provate a pensarci.
Quel cane era stato addestrato per una vita intera a trovare una persona e non lasciarla.
Marco era il centro del suo mondo.
E ogni domenica Argo ritrovava il suo compagno.
Poi si obbligava ad andarsene.
Perché qualcuno aveva ancora bisogno di lui.
Io.
Quello era diventato il suo ultimo incarico.
Marco non aveva potuto dirglielo.
Ma forse non serviva.
Proteggila.
Argo aveva capito.
Mi aveva costretta ad alzarmi quando avrei voluto sparire.
Mi aveva fatto uscire di casa.
Mi aveva portata da Marco.
Mi aveva riportata a casa.
Mi aveva tenuta nel mondo.
Poi, durante quel terzo anno, qualcosa era cambiato.
Avevo ricominciato a vivere.
Poco.
Male.
Con paura.
Ma vivevo.
Uscivo.
Ridevo.
Pranzavo di nuovo con mia figlia.
A Natale avevo apparecchiato anche se la sedia di Marco era rimasta vuota.
Avevo persino iniziato a progettare di sistemare la vecchia casa di mia madre sulle colline.
La prima volta che dissi:
«La prossima primavera vorrei andarci qualche settimana»,
Chiara rimase in silenzio.
Poi mi abbracciò.
Era la prima volta da tre anni che parlavo del futuro.
Forse Argo l’aveva sentito.
Forse sentiva il mio odore diverso.
Forse leggeva le persone come aveva letto Marco durante il lavoro.
Oppure era soltanto un vecchio cane che un mattino trovò un cancello aperto.
Ognuno può credere quello che vuole.
Io so soltanto questo.
Non era domenica.
Argo non aveva mai fatto quel percorso da solo.
Aveva il cuore stanco.
Aveva le anche doloranti.
Eppure, quando il cancello si aprì, non andò al parco.
Non andò verso il mercato, dove gli davano sempre un pezzo di prosciutto.
Non andò dal vicino che teneva biscotti per cani in garage.
Andò da Marco.
Tre chilometri.
Da solo.
E arrivò esattamente sulla sua tomba.
Come aveva fatto la prima domenica.
La differenza era una sola.
Questa volta non c’ero io a dirgli:
«Andiamo a casa.»
E lui non tornò.
Chiesi di poterlo seppellire vicino a Marco.
Mi dissero di no.
C’erano regolamenti.
Il cimitero era per le persone.
Capivo.
Poi raccontai tutto all’uomo dell’ufficio.
Era un signore sulla sessantina, Giovanni.
Aveva sulla scrivania una foto vecchia di un pastore tedesco.
Quando finii, rimase zitto per qualche secondo.
Guardò la fotografia.
Poi la lapide di Marco attraverso la finestra.
«Aspetti qui.»
Fece alcune telefonate.
Non so ancora che cosa abbia detto.
Non voglio saperlo.
So soltanto che il giorno dopo mi richiamò.
«Signora Elena.»
«Sì?»
«Possiamo fare una piccola eccezione.»
Argo venne sepolto ai piedi della tomba di Marco.
Senza cerimonie.
Eravamo io, Chiara, Paolo, Teresa e tre colleghi di Marco ormai in pensione.
Il panettiere chiuse il negozio per mezz’ora e venne anche lui.
Qualcuno portò dei fiori.
Qualcun altro una fotografia.
Mio fratello si schiarì la voce.
«Vuoi dire qualcosa?»
Scossi la testa.
Non riuscivo.
Fu Teresa, la vicina che conosceva Argo da anni, a dire piano:
«Ha finito il suo turno.»
Quelle parole mi spezzarono.
E mi salvarono.
Sulla lapide di Marco c’era già scritto il suo nome.
Marco De Santis.
Marito.
Padre.
Uomo buono.
Chiesi di aggiungere una piccola riga in fondo.
Molto più in basso.
Vicino al punto dove riposa Argo.
Ci scrivemmo:
Il suo compagno. Quello che non smise mai di cercare.
Continuai ad andare al cimitero la domenica.
La prima volta senza Argo rimasi dieci minuti davanti alla porta di casa prima di riuscire a uscire.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





