«Quando Davide era bambino disegnava sempre cani neri enormi.»
Per la prima volta sorrise appena.
«Diceva che da grande ne avrebbe preso uno grande come un orso.»
Guardai Barnaba.
«Allora aveva buon gusto.»
Il sorriso di Marina durò un secondo.
Poi sparì.
«Sa qual è la cosa che mi fa più male?»
Non dissi niente.
«Domenica scorsa mi aveva telefonato.»
Deglutì.
«Io stavo preparando il ragù. Gli ho detto: “Davide, non posso stare al telefono mezz’ora, devo finire il pranzo”.»
Si portò una mano alla bocca.
«Lui mi ha risposto: “Va bene mamma, ti richiamo”.»
Chiuse gli occhi.
«Non mi ha più richiamata.»
Avrei voluto dirle che non doveva tormentarsi.
Ma sarebbe stata una frase vuota.
Chi perde qualcuno trova sempre un ultimo gesto da processare.
Una telefonata finita presto.
Una visita rimandata.
Una porta chiusa male.
Un “ci vediamo domenica” che diventa per sempre.
Così non dissi nulla.
Barnaba appoggiò il muso alla sua mano.
Marina pianse un’altra volta.
Poi arrivò Carlo.
Il signore del berretto.
Si era fermato invece di uscire.
«Signora.»
Marina lo guardò.
«Mia moglie mi sta aspettando fuori.»
Fece una pausa.
«Viviamo a quaranta minuti dal suo paese.»
Marina sembrò non capire.
«Se non viene nessuno a prenderla… possiamo accompagnarla noi.»
Lei scosse subito la testa.
«No, no. Non voglio disturbare.»
Ancora quella parola.
Carlo quasi sorrise.
«Mia moglie mi ha detto che se torno a casa senza chiederle almeno se ha bisogno di qualcosa, mi fa dormire sul balcone.»
Marina lo fissò.
Poi rise.
Una risata minuscola in mezzo alle lacrime.
«Sua moglie è una donna saggia.»
«Da quarantadue anni mi tiene in riga.»
Non fu l’unico.
La signora che aveva difeso Barnaba si avvicinò.
Aveva un sacchetto di biscotti confezionati.
«Sono della mia nipotina, ma li prenda. Magari più tardi le viene fame.»
Un ragazzo chiese agli addetti se serviva una mano con i bagagli.
L’uomo che aveva protestato per Barnaba arrivò per ultimo.
Sembrava incerto.
«Signora Bellini.»
Lei si girò.
«Prima sono stato un cretino.»
Marina fece un piccolo gesto con la mano.
«Lasci stare.»
«No. Non voglio lasciar stare.»
Abbassò la voce.
«Ho pensato soltanto al mio fastidio. Mi dispiace.»
Marina lo guardò.
«Come si chiama?»
«Stefano.»
«Bene, Stefano. Adesso lo sa.»
«Cosa?»
«Che a volte una persona seduta accanto a noi sta vivendo il giorno peggiore della sua vita.»
Stefano annuì.
Quella frase gli rimase addosso.
Lo vidi.
Qualche ora dopo, finito il servizio, camminavo con Barnaba attraverso il terminal quasi vuoto.
Fuori aveva smesso di piovere.
Le squadre delle pulizie passavano lo straccio.
I monitor continuavano a cambiare partenze e arrivi.
Gli aeroporti non si fermano per nessuno.
Barnaba rallentò.
Vicino a una colonna c’era un uomo sui sessantacinque anni.
Seduto.
Telefono in mano.
Testa bassa.
«Barnaba, basta. Abbiamo finito.»
Il cane mi ignorò.
Andò verso l’uomo.
Si sedette a un paio di metri.
Non lo toccò.
Lo guardò.
L’uomo alzò gli occhi.
Erano rossi.
«Non ho bisogno di niente.»
Barnaba rimase lì.
L’uomo strinse il telefono.
«Ho detto che sto bene.»
Barnaba inclinò appena la testa.
Cinque secondi dopo, l’uomo scoppiò a piangere.
Mi sedetti sulla poltrona accanto.
Non gli chiesi cosa fosse successo.
Fu lui, dopo un po’, a parlare.
«Mia moglie mi ha lasciato stamattina.»
Avevano sessantasei anni entrambi.
Quarant’anni di matrimonio.
Due figli.
Tre nipoti.
Una casa pagata con sacrifici.
La cucina rifatta cinque anni prima perché lei la desiderava da una vita.
Domenica precedente avevano pranzato tutti insieme.
Pasta al forno.
Arrosto.
Dolce portato dalla figlia.
Sembrava tutto normale.
La mattina di quel martedì lei gli aveva detto:
«Non ce la faccio più a fingere che siamo ancora marito e moglie soltanto perché ormai siamo nonni.»
Lui aveva preso una valigia.
Era andato in aeroporto.
Aveva comprato il primo biglietto per andare dal fratello.
«Non l’ho detto ai miei figli.»
Si asciugò il naso.
«Mi vergogno.»
«Di cosa?»
«Di fallire a questa età.»
Barnaba si alzò.
Fece un passo.
Posò la testa sul ginocchio dell’uomo.
«Vede?» dissi. «Lui non sembra impressionato.»
L’uomo accarezzò il cane.
«Mio padre avrebbe detto: stringi i denti.»
«Il mio pure.»
«E lei cosa dice?»
Guardai Barnaba.
«Che magari si possono stringere i denti domani. Stasera può anche stare male.»
L’uomo respirò.
«Sa cosa mi terrorizza?»
«Cosa?»
«Che tutti in paese lo sapranno.»
Ecco la bella figura.
A vent’anni pensi di dover dimostrare di avere successo.
A quaranta che il matrimonio funziona.
A sessanta che i figli stanno bene.
A settanta che non hai paura della solitudine.
Viviamo metà della vita a sistemare il salotto prima che arrivino gli ospiti, anche quando dentro casa sta crollando il soffitto.
«Lo sapranno», gli dissi.
Lui mi guardò.
«E poi?»
«E poi lunedì il bar parlerà di qualcun altro.»
Sorrise amaramente.
«Facile per lei dirlo.»
«Vero.»
Barnaba spinse il muso contro la sua mano.
«Lui però la penserebbe così.»
Restammo qualche minuto.
Quando ci alzammo per andare, l’uomo ci ringraziò.
«Mi chiamo Antonio.»
Gli strinsi la mano.
«Marco.»
Fece una carezza a Barnaba.
«E tu sei quello intelligente, immagino.»
Barnaba sbadigliò.
Sembrava d’accordo.
Ero quasi all’uscita del personale quando sentii il suono di una fotocamera.
Mi girai.
Un ragazzo teneva il cellulare sollevato.
Appena vide che lo guardavo lo abbassò.
«Scusi. Volevo fotografare solo il cane.»
Poi esitò.
«Lei è il comandante del volo di prima, vero?»
Mi si chiuse lo stomaco.
«Perché?»
«C’è già un video online.»
Guardai Barnaba.
«Che video?»
Il ragazzo fece una faccia incerta.
«Della signora in aereo.»
Qualcuno aveva registrato.
Forse prima che Elena intervenisse.
Forse al gate.
Forse pochi secondi soltanto.
Ma bastavano.
Qualcuno aveva caricato quelle immagini.
E mentre Marina probabilmente stava entrando nel suo paese dietro al carro che riportava Davide a casa, centinaia di sconosciuti commentavano il momento più doloroso della sua vita.
Chi discuteva del cane.
Chi dell’uomo allergico.
Chi dell’organizzazione del volo.
Chi della madre.
Chi scriveva che era commovente.
Chi cercava un colpevole.
Ognuno aveva un’opinione.
Quasi nessuno aveva Marina davanti.
Ed è quello il problema.
Davanti a una persona vera, il dolore ha un odore.
Una voce.
Mani che tremano.
Sul telefono diventa contenuto.
Barnaba tirò piano il guinzaglio.
Verso l’uscita.
Lo seguii.
Il giorno dopo ricevetti una telefonata.
Era Carlo.
Non so come avesse avuto il mio numero di servizio. Probabilmente Elena gli aveva passato un contatto dell’ufficio.
«Comandante? Sono quello col berretto.»
«Carlo.»
«Sì.»
La voce gli tremava.
«Ieri abbiamo accompagnato Marina fino al paese.»
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