Il cane randagio non era mai entrato in casa, finché una notte sentì Ada sul pavimento del bagno

Nella fotografia, Nerone aveva la punta dello stesso orecchio leggermente piegata.

Non identica, ovviamente.

Bruno non poteva essere Nerone.

Quel cane era morto molti anni prima.

Ma la somiglianza era impressionante.

Fu allora che mi tornò in mente una parte di mio padre che avevo quasi dimenticato.

Carlo aveva avuto cani di quel tipo per cinquant’anni.

Cani da campagna.

Robusti.

Nati nelle masserie della zona.

Quasi mai con documenti o genealogie ufficiali.

Gli allevatori erano contadini che si conoscevano da generazioni.

Un cucciolo passava da una famiglia all’altra.

Una cucciolata nasceva nella masseria del vicino.

Un maschio veniva prestato.

Una femmina finiva nel podere dello zio.

Le linee familiari degli animali restavano nella zona per decenni.

Papà scherzava sempre:

«Qui siamo tutti parenti. Pure i cani.»

Nerone era stato l’ultimo.

Morì poco dopo mio padre.

Mamma disse che non ne avrebbe più voluti.

«Sono troppo vecchia per affezionarmi a qualcosa che poi devo seppellire.»

Daniele invece ricordava bene Nerone.

Aveva trascorso molte estati in campagna da bambino.

«Papà, Bruno cammina come lui.»

«Daniele…»

«Lo so che non è lo stesso cane. Non sono scemo. Ma potrebbe essere della stessa linea.»

Quella settimana portammo Bruno da una veterinaria della zona.

Nessuno poteva stabilire con certezza una parentela con un animale morto tanti anni prima.

Ma quando raccontammo la storia, la veterinaria non rise.

Ci spiegò che nelle campagne capita spesso che cani non registrati discendano per molte generazioni dagli stessi gruppi locali.

«Potrebbe essere un lontano discendente», disse.

«Potrebbe anche essere soltanto una coincidenza.»

Mamma, seduta con il deambulatore accanto, la guardò.

«Dottoressa, alla mia età ho imparato una cosa.»

«Mi dica.»

«Le coincidenze sono il nome che diamo alle cose quando non sappiamo ancora cosa significano.»

La veterinaria sorrise.

Io no.

Perché quella frase mi fece venire i brividi.

Tornato alla masseria, rimasi a lungo sulla veranda.

Guardai il punto dove Bruno si era sistemato a giugno.

Pensai a quei mesi.

Era arrivato dal nulla.

Aveva scelto quella casa tra decine di poderi.

Era rimasto sotto gli stessi gradini dove per anni erano rimasti i cani di mio padre.

Aveva rifiutato di entrare.

Sempre.

Fino alla notte in cui mia madre era caduta.

La notte in cui lei aveva pronunciato il nome di Carlo.

Solo allora aveva sfondato la porta.

Razionalmente potevo spiegarmi quasi tutto.

Forse aveva sentito il tonfo.

Forse aveva percepito che qualcosa non andava.

Forse era entrato spinto dall’agitazione.

Forse la somiglianza con Nerone era casuale.

Forse era davvero un discendente.

Tutto possibile.

Ma c’era una cosa che non riuscivo a togliermi dalla testa.

Una frase di mamma.

«La casa mi conosce.»

Forse lei non parlava solo della casa.

Da quel giorno Bruno vive dentro.

All’inizio mamma lasciò la porta danneggiata così com’era.

«Non la riparate ancora.»

«Mamma, entra freddo.»

«Metteteci qualcosa davanti.»

«Perché vuoi tenerla rotta?»

Guardò Bruno.

«Perché deve capire che non ha più bisogno del permesso.»

Dopo qualche settimana la porta fu sistemata.

Ma ormai non serviva più.

Bruno aveva imparato.

Dormiva ai piedi del letto di mamma.

Quando lei si alzava, si alzava anche lui.

Quando andava in bagno, la accompagnava fino alla porta e aspettava fuori.

Quando camminava con il deambulatore, lui procedeva piano accanto a lei.

Mai davanti.

Mai tra le gambe.

Sempre al fianco.

Mamma ricominciò a portare il dispositivo d’emergenza.

Questa volta giorno e notte.

Ma fece anche un’altra cosa.

Qualche settimana dopo l’incidente entrò nel vecchio deposito.

Chiese a Daniele di prendere una scatola in alto.

Era una scatola appartenuta a papà.

Non la apriva da più di quindici anni.

Dentro c’erano fotografie.

Ricevute.

Vecchie lettere.

Un coltellino arrugginito.

Una cintura.

E il collare di Nerone.

Cuio marrone consumato.

Mamma lo prese tra le mani.

Lo accarezzò con il pollice.

«Non so perché l’ho conservato.»

Nessuno disse niente.

Lei guardò Bruno.

«Adesso forse lo so.»

Da allora tiene quel vecchio collare vicino alla sedia sulla veranda.

Ogni pomeriggio, verso le quattro, mamma si siede ancora lì.

La stessa ora di sempre.

La stessa sedia costruita da papà.

Solo che adesso il silenzio non è più vuoto.

Bruno si sdraia ai suoi piedi.

Appoggia il muso sulla pantofola.

Lei gli legge qualcosa.

A volte il giornale locale.

A volte vecchie ricette.

A volte le lettere che papà le scriveva quando erano giovani.

Una domenica ero lì.

Mamma aprì una lettera ingiallita.

La data era del 1964.

Papà lavorava lontano per qualche settimana.

Aveva scritto:

«Ada, tienimi un posto a tavola. Anche se torno tardi, io so sempre dove devo tornare.»

Mamma smise di leggere.

Guardò Bruno.

«Hai sentito?»

Il cane alzò gli occhi.

Lei sorrise.

«Almeno tu ascolti.»

Quella volta risi.

Ma mi dovetti voltare perché avevo gli occhi pieni di lacrime.

Dopo l’incidente cambiarono molte cose.

Non mamma.

Noi.

Teresa iniziò a tornare una volta al mese.

Io ogni cinque o sei settimane.

Daniele veniva appena poteva.

Gli altri fratelli organizzarono turni.

Una vicina passava a controllare la spesa.

Il postino bussava sempre due volte, anche quando non aveva raccomandate.

Il panettiere del paese cominciò a lasciare una pagnotta piccola il martedì.

Non per pietà.

Mamma avrebbe odiato la pietà.

Era semplicemente il modo antico che hanno certi paesi di dire:

«Ti abbiamo visto.»

Quello che mi colpì di più fu accorgermi di quante persone conoscessero già mia madre.

Noi figli vivevamo lontano e ci sentivamo indispensabili.

In realtà intorno a lei esisteva ancora quel filo invisibile che una volta teneva insieme i paesi.

La signora della casa più avanti.

Il postino.

Il ragazzo che portava le bombole.

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