La farmacista.
Il vicino che controllava il pozzo.
Nessuno faceva grandi discorsi.
Nessuno parlava di solidarietà.
Facevano e basta.
Come si faceva una volta.
Bruno era semplicemente diventato uno di loro.
Mamma compì novantadue anni la primavera successiva.
Per il compleanno riuscimmo a sederci quasi tutti allo stesso tavolo.
Il pranzo della domenica sembrava tornato indietro di trent’anni.
Pasta al forno.
Carne.
Patate.
Vino allungato con l’acqua per chi guidava.
Tre persone che litigavano su come tagliare il dolce.
Due nipoti con il telefono sotto il tavolo.
Mamma che gridava:
«Mangiate, siete diventati pelle e ossa!»
anche a persone di novanta chili.
Bruno stava accanto alla sua sedia.
A un certo punto mia sorella disse:
«Mamma, ormai Bruno è vecchio anche lui.»
Mamma si raddrizzò.
«E allora?»
«Niente.»
«No, hai cominciato. Finisci.»
Teresa rise.
«Dicevo solo che speriamo resti con te ancora tanti anni.»
Mamma prese un pezzo di pane.
Lo spezzò.
Ne diede una briciola a Bruno.
«Io ho deciso che stavolta sarò io a vivere più del cane.»
«Mamma!»
«Che c’è?»
«Non si dice.»
«Alla mia età posso dire quello che voglio.»
Poi guardò me.
«Tuo padre ha avuto tanti cani. Io ne voglio solo uno.»
Dopo pranzo restammo soli sulla veranda.
Le chiesi cosa intendesse.
Mamma guardava i campi.
Bruno dormiva ai suoi piedi.
«Michele.»
«Dimmi.»
«Tu credi davvero che sia arrivato qui per caso?»
Sapevo dove voleva arrivare.
«Non lo so.»
«Io sì.»
«Mamma…»
«Non cominciare con le spiegazioni.»
Tacqui.
Lei continuò:
«Tuo padre sapeva che io non avrei mai lasciato questa casa.»
Una pausa.
«Forse si è preoccupato.»
Sorrise appena.
«Forse ha trovato qualcuno da mandarmi.»
Un tempo avrei discusso.
Avrei parlato di coincidenze.
Di istinto animale.
Di odori.
Di territori.
Di discendenze locali.
Avrei cercato una spiegazione ordinata per una storia che ordinata non era.
Quella volta non dissi niente.
Perché a sessant’anni passati avevo finalmente imparato qualcosa che mia madre sapeva già.
Non tutto ciò che ci tiene in vita deve essere spiegato.
A volte basta riconoscerlo.
Oggi, quando telefono la domenica, non chiedo più soltanto:
«Hai mangiato?»
Le chiedo:
«Come stai davvero?»
E ascolto la risposta.
Vado più spesso.
Non perché mamma abbia novantadue anni.
Non soltanto.
Vado perché un cane randagio mi ha fatto capire una cosa che avrei dovuto imparare molto prima.
Continuavo a pensare che ci sarebbe stata sempre un’altra domenica.
Un’altra telefonata.
Un altro Natale.
Un’altra estate.
Un altro momento per tornare.
Ma i genitori non ci dicono quando comincia l’ultima parte della loro vita.
Spesso non lo sanno nemmeno loro.
Continuano ad apparecchiare.
A piegare tovaglie.
A conservare vecchie lettere.
Ad aspettare una macchina nel vialetto.
E noi continuiamo a rimandare.
La settimana scorsa mamma mi ha chiamato alle quattro del pomeriggio.
«Indovina dove sono.»
«Sulla veranda.»
«E come fai a saperlo?»
«Perché sono tuo figlio.»
«Finalmente hai imparato qualcosa.»
Sentii una risata.
Poi il rumore della sedia a dondolo.
«Bruno è lì?»
«Dove vuoi che sia?»
«Sta dormendo?»
«No. Guarda la strada.»
Quella frase mi fermò.
«Perché?»
Mamma rimase in silenzio per qualche secondo.
Poi disse:
«Forse aspetta te.»
Due giorni dopo ero in macchina verso sud.
Quando arrivai, mamma era sulla veranda.
Bruno era sdraiato accanto a lei.
Appena mi vide, si alzò.
Non fece dieci passi indietro come la prima volta.
Non mi studiò da lontano.
Scese i gradini.
Mi venne incontro.
Gli posai una mano sulla testa.
Lui rimase fermo.
Guardai la vecchia casa.
La sedia costruita da papà.
I campi.
La porta che Bruno aveva sfondato quella notte.
Il collare di Nerone appeso vicino alla finestra.
E per la prima volta non mi importò sapere se quel cane fosse davvero un discendente dei cani di mio padre.
Forse sì.
Forse no.
Forse aveva semplicemente seguito un odore.
Un ricordo sepolto nel sangue.
Una strada percorsa da altri animali prima di lui.
O forse alcune storie arrivano nella nostra vita proprio quando siamo diventati troppo vecchi per ridere dei misteri e abbastanza vecchi per rispettarli.
Mamma dice che la terra ricorda.
Io non so se la terra ricordi.
Ma so che un cane comparve sotto una veranda.
Aspettò mesi.
Non chiese nulla.
Non entrò mai.
Poi, nella notte in cui una donna di novantun anni chiamò una sola volta il marito morto, quel cane infranse l’unica regola che aveva sempre rispettato.
Entrò.
Si sdraiò accanto a lei.
E rimase.
Forse il sangue ricorda la strada di casa.
Forse certi legami saltano una generazione, attraversano gli anni e tornano quando qualcuno ne ha bisogno.
O forse l’amore, semplicemente, trova sempre un modo per rientrare dalla porta.
Anche quando deve romperla.





