Otto mesi dopo la notte in cui Elia mi si era sistemato sul petto come se sapesse esattamente dove faceva male, pensavo di aver capito tutto.
Pensavo che la sua parte, nella mia vita, fosse finita lì.
Mi aveva tenuta insieme. Mi aveva rimessa in piedi. Fine.
Mi sbagliavo.
Perché Elia, a quanto pare, non era venuto a casa mia solo per occuparsi di me.
Abitavo ancora nello stesso appartamento.
Le stesse finestre. Lo stesso corridoio stretto. Lo stesso silenzio la sera.
Solo che non mi schiacciava più come prima.
C’erano le sue ciotole in cucina.
I suoi peli sul plaid del divano.
Il suo passo lento e dignitoso alle cinque del mattino, quando decideva che la fame era un’emergenza nazionale.
Avevamo trovato un ritmo.
Io mi alzavo presto, mettevo su il caffè, e lui si piazzava davanti alla finestra del soggiorno con quell’aria da ispettore in pensione che controlla il quartiere.
Ogni tanto parlavo ancora da sola.
Solo che ormai non ero più davvero da sola.
Di fronte a me, sul pianerottolo, viveva una signora che si chiamava Ada.
Non sapevo molto di lei.
Aveva circa settant’anni, forse qualcuno in più, forse qualcuno in meno. Quelle età in cui non fai più domande perché ti sembrano indiscrete.
Portava sempre golf di lana chiari, anche quando fuori non faceva poi così freddo.
Aveva mani sottili, vene azzurre ben visibili, e un modo molto gentile di dire buongiorno, come se non volesse mai disturbare davvero nessuno.
Ci eravamo scambiate poche cose in mesi di vicinato.
Un “Le è caduta questa.”
Un “Se vuole le porto su l’acqua.”
Un “Che bel gatto, anche se ha una faccia severa.”
A quello avevo sorriso.
“È il suo carattere migliore,” le avevo risposto.
Lei aveva riso piano.
“Capisco il genere.”
Poi ognuna era tornata nella propria casa.
Era questo, il punto, credo.
Da una certa età in poi si diventa bravissimi a rientrare dietro la propria porta.
Non sempre perché si sta bene.
A volte solo perché ci si abitua.
Fu una sera di novembre che Elia cominciò a comportarsi in modo strano.
Pioveva da ore.
La pioggia batteva sui vetri con quella testardaggine che fa sembrare più vuote tutte le case.
Io stavo piegando il bucato sul tavolo.
Elia, invece di sistemarsi sul solito cuscino accanto al termosifone, si piazzò davanti alla porta d’ingresso.
Restò lì.
All’inizio non ci feci caso.
Ogni tanto lo faceva, come se stesse contemplando grandi questioni esistenziali del pianerottolo.
Ma quella sera era diverso.
Aveva il corpo teso.
La coda bassa.
Gli occhi fissi sulla fessura sotto la porta.
“Che c’è?” gli chiesi.
Lui non si voltò nemmeno.
Dopo qualche secondo emise un verso basso, ruvido.
Non un miagolio normale. Più una specie di richiamo infastidito.
Pensai che magari avesse sentito qualcuno sulle scale.
Provai a ignorarlo e continuai a piegare le asciugamani.
Lui grattò la porta una volta.
Poi due.
Poi si girò verso di me con un’espressione talmente precisa che sembrava dire:
Muoviti.
Aprii.
Elia uscì nel pianerottolo con passo sorprendentemente svelto per un gatto che, fino a dieci minuti prima, sembrava mezzo addormentato.
Andò dritto verso la porta di Ada.
Lì si fermò e cominciò a graffiare il legno.
Una volta.
Poi ancora.
“Elia,” sussurrai, imbarazzata, guardandomi intorno come se qualcuno potesse rimproverarmi per il comportamento del mio gatto.
Mi chinai per prenderlo, ma lui si spostò appena fuori dalla mia portata e fece quel verso di nuovo.
Più forte.
Fu allora che sentii qualcosa.
Non un vero rumore.
Più un colpo leggero. Come se qualcosa avesse urtato il pavimento dall’altra parte della porta.
Mi immobilizzai.
“Ada?” chiamai. “Signora Ada?”
Nessuna risposta.
Elia continuava a grattare.
Provai a bussare.
Prima piano. Poi più forte.
“Ada? È tutto bene?”
Ancora niente.
Sentii lo stomaco stringersi.
Quella non era una paura razionale, ordinata. Era il tipo di paura che arriva prima del pensiero.
Un mese prima Ada mi aveva lasciato una copia delle chiavi perché doveva far entrare un tecnico per una perdita mentre lei era fuori a fare un controllo medico.
Poi, una volta rientrata, mi aveva detto: “Le tenga pure ancora qualche giorno, non si sa mai.”
Quel “qualche giorno” era diventato settimane.
Le chiavi erano ancora appese al mio portachiavi all’ingresso.
Le presi con le mani che già tremavano.
“Ada, entro,” dissi ad alta voce, più per darle una possibilità che per altro.
Aprii.
L’appartamento era caldo.
Troppo caldo.
C’era odore di camomilla e gas spento da poco.
La luce della cucina era accesa.
La trovai lì.
Era sul pavimento, appoggiata di lato contro una sedia.
Aveva gli occhi aperti, ma il viso era pallido in un modo che mi fece gelare le braccia.
“Oh Dio. Ada.”
Mi inginocchiai accanto a lei.
Respirava. Piano, ma respirava.
Provò a parlare e non ci riuscì al primo tentativo.
Poi sussurrò: “Sono caduta.”
“Va tutto bene. Adesso chiamo aiuto.”
“Non riuscivo…” fece una pausa, come se anche poche parole costassero fatica. “Non riuscivo ad alzarmi.”
Dietro di me sentii Elia entrare nella cucina con quel suo passo misurato da padrone di casa.
Le si fermò vicino, annusò l’aria, poi si sedette a una distanza esatta.
Come una guardia silenziosa.
Io chiamai i soccorsi cercando di tenere ferma la voce.
Mentre aspettavamo, restai accanto ad Ada tenendole una mano.
Era fredda.
Lei mi guardò con una lucidità che faceva quasi più male del resto.
“Pensavo…” disse piano. “Pensavo che non mi sentisse nessuno.”
Non seppi cosa rispondere subito.
Guardai Elia.
Lui stava fermo, con gli occhi socchiusi e il mento alto, come se la faccenda fosse già stata messa sotto controllo da lui molto prima che io capissi qualcosa.
“Io no,” le dissi. “Io l’ho sentita.”
Ma dentro di me sapevo la verità.
L’aveva sentita lui.
Quando arrivarono a prenderla, io misi in una borsa la sua tessera sanitaria, gli occhiali, un cardigan, il telefono che era scivolato sotto il tavolo.
Lo feci in automatico.
Come si fa quando non c’è tempo per essere fragili.
Solo dopo, rimasta da sola nella sua cucina vuota con Elia tra le caviglie, mi appoggiai al lavello e mi accorsi che avevo le lacrime agli occhi.
Non per il panico.
Per quella frase.
Pensavo che non mi sentisse nessuno.
Rientrai nel mio appartamento molto tardi quella sera.
Elia mangiò con calma, bevve un po’ d’acqua e si lavò una zampa come se avesse avuto una giornata intensa ma tutto sommato gestibile.
Io invece non riuscii a prendere sonno.
Guardavo il soffitto e continuavo a pensare a quanto poco basti, a volte, per sparire dentro la propria vita senza fare rumore.
Una porta chiusa.
Una caduta.
Un paio d’ore sbagliate.
E pensavo anche a quante sere avevo incrociato Ada sulle scale senza fermarmi davvero.
Gentile, sì.
Educata, sì.
Ma davvero presente?
Non sempre.
Il giorno dopo chiamai per avere notizie.
Mi dissero che si sarebbe ripresa, che doveva restare sotto controllo ancora un po’, che era stata fortunata.
Fortunata.
Rimasi a pensare a quella parola con un nodo strano in gola.
A volte la fortuna ha i baffi bianchi e un orecchio scheggiato.
Quando Ada tornò a casa, quattro giorni dopo, andai a trovarla con un contenitore di pastina in brodo che avevo preparato senza neanche chiedermi se le piacesse.
Mi aprì in ciabatte, con addosso un cardigan beige e la faccia di chi si sente ancora un po’ sospeso tra la paura e l’imbarazzo.
“Elia dov’è?” fu la prima cosa che mi chiese.
Scoppiai a ridere.
“Anche lei buongiorno.”
Lei fece un piccolo sorriso.
“Volevo ringraziare prima il responsabile.”
Quella frase ruppe qualcosa di rigido tra noi.
Entrai, sistemai la zuppa in cucina, aprii un poco le finestre, raccolsi una tazza lasciata sul tavolo.
Niente di speciale. Solo quelle cose piccole che diventano enormi quando si è soli.
Ada si sedette.
“Sa qual è la parte peggiore?” mi disse dopo un po’.
Scossi la testa.
“Non cadere. Non il dolore.”
Si strinse nelle spalle. “È rendersi conto che per ore nessuno può accorgersene.”
Mi sedetti davanti a lei.
“Adesso però qualcuno c’è.”
Lei annuì, ma non con leggerezza.
Come se quella frase avesse bisogno di essere provata un po’ alla volta, prima di poterci credere davvero.
Da quel giorno cominciammo a frequentarci.
Non in modo clamoroso.
Nessuna amicizia da film, con confessioni improvvise e abbracci teatrali.
Più così: io bussavo con una minestra.
Lei bussava con due fette di crostata.
Io le cambiavo una lampadina.
Lei mi faceva trovare una piantina di basilico sullo zerbino.
Elia, nel frattempo, si prese una libertà sorprendente.
Cominciò a considerare l’appartamento di Ada territorio di passaggio.
Appena lei apriva la porta, lui entrava con aria da controllore fiscale e faceva il giro completo: cucina, corridoio, camera, balcone.
Una volta lo trovammo seduto sulla sua poltrona preferita.
“A quanto pare adesso ne possiede due,” dissi.
Ada lo guardò e rispose: “Ha capito dove si sta più tranquilli.”
La verità è che con Ada si stava bene.
Aveva quel tipo di ironia morbida che non umilia nessuno.
Raccontava poco di sé, ma quando lo faceva lasciava sempre intravedere una vita intera.
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