Il gatto randagio entrò nel suo letto durante il temporale, ma ciò che accadde dopo cambiò tutto

Quella sera rilessi il contratto.

Franco, seduto sul tappeto, si puliva una zampa.

«Sei molto utile.»

Sbadigliò.

La settimana successiva smise di mangiare.

Non completamente.

Solo abbastanza da spaventarmi.

Annusava la ciotola e si allontanava.

Quando gli toccai il fianco sentii quanto fosse leggero.

E caldo.

Chi ha vissuto con pochi soldi sviluppa una capacità orribile.

Impara a classificare le emergenze.

Può aspettare?

Posso aspettare?

Cosa succede se non faccio niente?

Mi vergognai di quei pensieri.

Ma li ebbi.

L’affitto era vicino.

I turni pochi.

I risparmi quasi finiti.

Portai Franco dal veterinario.

Teresa mi prestò il trasportino che aveva usato anni prima per il suo cane.

Durante il viaggio Franco emise piccoli miagolii indignati.

La veterinaria aveva mani tranquille.

Lo visitò a lungo.

«È più anziano di quanto pensasse.»

«Quanto?»

«Dieci anni. Forse undici.»

Aveva un’infezione importante a un dente.

Era disidratato.

Aveva cicatrici vecchie sotto il pelo.

«Deve averne passate parecchie.»

Guardai Franco.

Lui guardò me.

Come se quella parte del suo passato non fosse affar mio.

Gli diedero una terapia immediata.

Poi arrivò il preventivo per gli esami e l’intervento al dente.

Lessi la cifra.

La rilessi.

Pagai la visita.

In macchina rimasi per qualche minuto con le mani sul volante.

E pensai una cosa di cui mi vergogno ancora.

Forse non avevo il diritto di tenerlo.

Forse voler bene a qualcuno senza avere abbastanza soldi per proteggerlo era egoismo.

È un ragionamento facile da fare.

Soprattutto per chi lo fa da una casa più sicura della tua.

Lo riportai comunque a casa.

Gli diedi le medicine.

Dormii sul divano con lui vicino.

La mattina seguente mangiò un po’.

Tre giorni dopo arrivò l’avviso.

Controllo dell’appartamento il martedì successivo.

Dalle nove alle sedici.

Teresa trovò anche me davanti al foglio.

«Pensi di nasconderlo?»

«Non lo so.»

Guardò Franco dietro la tenda.

«Giovanni, è arancione. Sembra un semaforo con i baffi.»

Risi.

Poi Teresa abbassò la voce.

«Io ho perso il mio cane così.»

Non lo sapevo.

Dopo la morte del marito, non era riuscita a sostenere tutte le spese.

Aveva affidato il cane a una famiglia.

«Mi dissero che avevo fatto la scelta responsabile.»

Fissava il cortile mentre parlava.

«Responsabile.»

Ripeté quella parola piano.

«La gente usa certe parole come se togliessero il dolore dalle cose.»

Quella sera aprii gli scatoloni più difficili.

Quelli del matrimonio.

Servizi di piatti regalati alle nozze.

Bicchieri mai usati.

Una coperta scelta da mia moglie.

Cornici.

Un piccolo elettrodomestico ancora nella confezione.

Oggetti che conservavo non perché mi servissero.

Li tenevo per dimostrare a me stesso che un tempo avevo avuto una vita considerata normale.

Una moglie.

Due stipendi.

Una casa più grande.

Pranzi della domenica.

Programmi per la pensione.

Franco si infilò dentro uno scatolone pieno di vecchi asciugamani.

Si acciambellò.

E in quel momento capii quanto fosse assurdo.

Stavo proteggendo oggetti di una vita finita mentre avevo paura di perdere l’unico essere vivente che faceva sentire viva quella attuale.

Il sabato caricai la macchina.

Vendetti un piccolo mobile.

Il frullatore ancora imballato.

Alcuni piatti.

Una lampada.

Una poltrona.

Mi diedero meno di quanto valessero.

Ma tornai a casa più leggero.

La domenica sera avevo abbastanza per gli esami di Franco.

E una parte della cauzione aggiuntiva.

Non tutta.

Quasi.

“Quasi” è una brutta parola quando non hai margine.

Poi arrivò il martedì.

Alle nove chiusi Franco in camera.

Alle nove e dieci aveva già rovesciato una pila di magliette.

Alle undici miagolava.

Alle tredici dormiva.

Alle quindici sentii bussare.

Il tecnico controllò gli infissi.

La proprietaria verificò una perdita sotto il lavello.

Guardò il termosifone.

Sembrava fatta.

Poi Franco uscì dalla camera.

Camminò fino al centro del soggiorno.

Si sedette.

La proprietaria guardò lui.

Poi me.

«Questo gatto vive qui?»

Avevo preparato almeno tre bugie.

È di Teresa.

Lo tengo solo oggi.

È entrato per caso.

Franco mi guardava.

«Sì.»

La donna prese nota.

«Non risulta alcuna autorizzazione.»

«Lo so.»

La risposta fu semplice.

Avrei ricevuto una comunicazione.

Avrei dovuto regolarizzare la presenza del gatto oppure trovare un’altra sistemazione.

Dopo che se ne andarono, rimasi seduto sul divano.

Franco saltò accanto a me e appoggiò il fianco contro la mia gamba.

Il giorno dopo arrivò la lettera.

Sette giorni.

Autorizzazione.

Documentazione veterinaria.

Cauzione aggiuntiva.

Lessi tutto tre volte.

Telefonai a due associazioni della zona.

Piene.

Provai con un rifugio.

Pieno anche quello.

La donna al telefono mi disse:

«Se è al sicuro con lei e l’unico problema è economico, cerchi una soluzione prima di spostarlo. Un gatto anziano che finalmente si fida soffre molto un altro abbandono.»

Quella frase mi distrusse più di una risposta negativa.

Perché io non volevo liberarmi di Franco.

Volevo soltanto evitare di trascinarlo nella mia precarietà.

La mattina seguente preparai il trasportino.

Medicine.

Documenti.

Una mia vecchia felpa.

Franco vide la gabbietta e indietreggiò.

Aveva capito.

Non sapeva dove stessi andando.

Ma conosceva il significato di una porta che si chiude.

Lo presi.

Non graffiò.

Non si ribellò.

Peggio.

Mi lasciò fare.

Mi guardò attraverso la griglia.

Aveva l’espressione di chi ha già visto gli esseri umani prendere decisioni nel proprio interesse chiamandole “per il tuo bene”.

Portai il trasportino alla macchina.

Teresa uscì.

«Stai facendo quello che penso?»

Non risposi.

Lei si avvicinò.

Franco emise un piccolo verso.

Teresa chiuse gli occhi.

«Tutti dicono che quando i soldi sono pochi bisogna decidere con la testa.»

Annuii.

«Forse.»

Poi mi guardò.

«Però quelli che lo dicono non sempre hanno dovuto scegliere tra essere prudenti e sentirsi ancora umani.»

Partii lo stesso.

A metà strada Franco cominciò a miagolare.

Non forte.

Quei suoi versi rauchi.

Spaventati.

Mi fermai nel parcheggio di un supermercato.

Restai lì.

Macchine.

Carrelli.

Persone che entravano e uscivano con le buste.

Io guardavo un gatto dentro un trasportino e cercavo di capire che tipo di uomo volevo essere.

Il telefono squillò.

Teresa.

«Giovanni, torna subito.»

La sua voce non sembrava quella di prima.

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