«Che succede?»
«Non lo so. Ma credo che sia successo qualcosa alla signora Lidia.»
Tornai in meno di dieci minuti.
Lidia abitava nella palazzina accanto.
Ottantadue anni.
Vedova.
Cardigan sempre abbottonato male.
Una lingua capace di tagliare il pane senza coltello.
Teresa era davanti alla porta.
Dentro, una lampada era a terra.
Lidia giaceva sul pavimento della cucina.
Era caduta rientrando con la spesa.
Il telefono era scivolato sotto un mobile.
Non riusciva ad alzarsi.
Chiamammo i soccorsi.
Mentre aspettavamo, Teresa mi raccontò cosa era successo.
Dopo che ero partito, Franco aveva continuato a lamentarsi dentro il trasportino.
Lei lo aveva sentito.
Era scesa per controllare.
Quando aveva aperto lo sportello della macchina per calmarlo, il gatto era sgusciato fuori.
Franco non era corso verso casa mia.
Era andato dritto dietro la palazzina di Lidia.
Si era fermato sotto la sua finestra.
E aveva iniziato a miagolare.
Diverso dal solito.
Insistente.
Teresa lo aveva seguito.
Aveva guardato attraverso il vetro.
E aveva visto Lidia sul pavimento.
Più tardi, dopo che l’ambulanza fu partita, Teresa indicò Franco.
Lui era seduto vicino al muro.
«E adesso che fai?»
Non risposi.
Lei sorrise appena.
«Io direi che la discussione è finita.»
Quella sera mi raccontò una cosa che non sapevo.
Prima di arrivare sul mio balcone, Franco frequentava il cortile da anni.
Il marito di Teresa, quando era ancora vivo, gli lasciava qualche avanzo vicino al capanno.
Lidia gli dava bocconcini dietro la finestra.
Un vecchio signore del secondo piano gli aveva costruito una specie di rifugio con una cassetta di legno.
«Quindi non era di nessuno.»
Teresa scosse la testa.
«No.»
Versò il caffè.
«Era un po’ di tutti.»
Rimasi in silenzio.
Lei aggiunse:
«Forse certi animali non cercano case. Cercano persone che hanno bisogno di essere controllate.»
Risi.
Poi mi vennero le lacrime.
Quelle silenziose.
Teresa fece finta di non vedere.
Lidia tornò a casa dopo una decina di giorni.
Polso fasciato.
Caviglia dolorante.
Umore pessimo.
Quindi, secondo Teresa, perfettamente guarita.
La figlia di Lidia era venuta nel frattempo a prendere alcune cose.
Quando seppe di Franco rimase sorpresa.
«Quel vecchio gatto?»
«Proprio lui.»
La donna sorrise.
«Mamma diceva sempre che quel gatto visitava soltanto le persone troppo sole per essere lasciate senza sorveglianza.»
Quella frase mi entrò nello stomaco.
Perché non parlava soltanto di Lidia.
Parlava anche di me.
La notizia si sparse nel cortile.
Come succede ancora nei condomini italiani quando finalmente accade qualcosa capace di costringere le persone a parlarsi.
Qualcuno diceva che Franco aveva salvato Lidia.
Qualcuno sosteneva che fosse soltanto una coincidenza.
Franco non sembrava interessato alla discussione.
Io nemmeno.
Il problema del contratto, però, rimaneva.
Due mattine dopo bussarono alla porta.
Era la proprietaria.
Non aveva il solito fascicolo.
«Mi hanno chiamato sia la signora Teresa sia la figlia della signora Lidia.»
Aspettai.
«La clausola rimane.»
Sentii lo stomaco chiudersi.
Poi aggiunse:
«Ma possiamo dividere la cauzione in tre mesi. Se porta i documenti veterinari e si assume per iscritto eventuali danni.»
Tre mesi.
Non era facile.
Ma era possibile.
La ringraziai.
Due volte.
Mi vergognai un po’.
Poi chiusi la porta e mi sedetti.
Franco saltò sul tavolo.
«Hai idea di quanto mi costi?»
Mi diede una testata sotto il mento.
Fu il massimo della gratitudine che avrei mai ricevuto.
Presi ogni turno che potevo.
Vendetti gli ultimi oggetti inutili del matrimonio.
Tenne soltanto la coperta grigia.
Franco la adorava.
Teresa iniziò a lasciarmi davanti alla porta buoni sconto ritagliati dai volantini.
Faceva finta di averne troppi.
Io facevo finta di crederle.
Lidia, appena riuscì a camminare meglio, arrivò con un vassoio di biscotti comprati.
«Non li ho fatti io.»
«Va bene.»
«Lo dico perché non voglio complimenti immeritati.»
Guardò Franco attraverso la porta.
«Si è sistemato bene.»
«Sembra che l’appartamento sia suo.»
Lidia annuì.
«Allora gli piace.»
Poi, prima di andarsene, disse:
«Mio marito ripeteva sempre che una casa non è il posto che tiene fuori la pioggia.»
La guardai.
«E cos’è?»
«Il posto dove qualcuno si accorge se torni.»
Rimasi a pensarci per tutta la sera.
Per mesi avevo creduto di soffrire perché avevo perso un matrimonio.
Un appartamento migliore.
Parte dello stipendio.
La vita che avevo immaginato.
Era vero.
Ma non era tutto.
La parte peggiore era tornare a casa ogni sera sapendo che nessuno avrebbe notato se fossi arrivato alle sette, alle undici o per niente.
Franco notava.
Se dormivo troppo, si sedeva sul mio petto.
Se passavo la serata a fissare bollette, saliva sulle mie gambe.
Se rimanevo troppo fermo davanti al lavello, mi girava intorno alle caviglie finché non mi muovevo.
E intorno a lui, lentamente, ricominciarono a muoversi anche gli altri.
Teresa bussava.
Lidia lasciava biscotti.
Il pensionato del secondo piano, saputo del gatto, tirò fuori dal garage una vecchia cuccia di legno e la sistemò sotto la tettoia.
Una signora che abitava in fondo al cortile mise una ciotola d’acqua fuori nelle giornate calde.
Cominciammo a parlare.
Prima del gatto.
Poi di tutto il resto.
Affitti.
Figli lontani.
Pensioni.
Lavoro.
Medicine.
Vedovanze.
Separazioni.
La spesa che costava sempre di più.
Una domenica Teresa portò una teglia di pasta al forno.
«Ne ho fatta troppa.»
Era palesemente falso.
Lidia arrivò con pane e olive.
Il pensionato portò una bottiglia di vino da tavola.
Mangiammo nel cortile.
Quattro sedie diverse.
Una tovaglia vecchia.
Piatti spaiati.
Franco dormiva sotto il tavolo.
Nessuno fece fotografie.
Nessuno pubblicò niente.
Nessuno cercò di dimostrare che eravamo felici.
Forse fu proprio per quello che lo fummo davvero.
Mi resi conto che per mesi avevamo vissuto a pochi metri gli uni dagli altri come estranei.
Ognuno con il proprio dolore chiuso dietro una porta.
Teresa con il marito morto.
Lidia con la figlia che abitava lontano.
Io con il matrimonio finito.
Il pensionato con un figlio all’estero che vedeva due volte l’anno.
Tutti convinti che non disturbare gli altri fosse educazione.
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