Nel pomeriggio Youssef sedeva ancora nel corridoio.
Un’avvocata sulla cinquantina, Laura Conti, si fermò davanti a lui.
«Ti vedo qui da ore. Aspetti qualcuno?»
Youssef raccontò ogni cosa.
Laura lesse i documenti.
«Valenti ha una reputazione difficile.»
«In paese dicono che sia un uomo rispettabile.»
L’avvocata fece un sorriso amaro.
«La reputazione è quello che gli altri vedono. Il carattere è ciò che fai quando credi che nessuno possa fermarti.»
Fece alcune telefonate.
Poi tornò con il volto teso.
«Il progetto è già stato portato nel locale destinato allo smaltimento.»
Corsero nel seminterrato.
Attraverso il vetro di una porta, Youssef vide la sua scatola sul tavolo.
Era aperta.
I cavi erano strappati. Il computer era acceso accanto a un contenitore per il materiale da distruggere.
«È quello!» gridò.
L’addetto davanti alla porta li bloccò.
«Non potete entrare.»
Laura mostrò il tesserino.
«La proprietà è oggetto di contestazione. La distruzione deve essere sospesa.»
«Ho ordini precisi.»
Le porte dell’ascensore si aprirono.
Valenti uscì tenendo un martello.
«Avvocata Conti. Vedo che ha scelto di perdere tempo con i provocatori.»
«Questo ragazzo ha diritto alla restituzione dei suoi beni.»
«L’apparecchio è un rischio.»
«Sulla base di quale perizia?»
«La mia valutazione.»
«Lei non è un tecnico.»
Il giudice indicò l’uscita.
«Youssef Diop è bandito dal tribunale. Accompagnateli fuori.»
Youssef fece un passo avanti.
«Perché lo sta facendo?»
Valenti lo guardò senza più fingere cortesia.
«Perché posso. Alcune persone devono imparare il proprio posto.»
Laura afferrò Youssef per il braccio.
«Non rispondere.»
Mentre venivano accompagnati via, il ragazzo si voltò.
Vide Valenti entrare nella stanza e sollevare il martello sopra il dispositivo.
Fu allora che il telefono squillò.
«Papà!»
«So tutto», rispose Andrea. «Metti il vivavoce.»
Laura ascoltò.
«Sono l’avvocata Laura Conti. Il giudice sta per distruggere il materiale.»
«Rientrate. Se qualcuno vi ferma, chiedete di telefonare al numero che sto per darvi.»
All’ingresso, Rinaldi incrociò le braccia.
«Youssef è stato espulso.»
Laura mostrò il numero.
«Chiami qui.»
Rinaldi sbuffò, ma compose.
Dopo pochi secondi il suo viso cambiò.
Si mise quasi sull’attenti.
«Sì, signore. Certamente. Provvedo subito.»
Riattaccò.
«Potete andare nell’ufficio del giudice.»
Laura fissò Youssef.
«Chi è tuo padre?»
«Lavora nell’amministrazione della giustizia.»
«Non sembra un impiegato qualunque.»
Quando entrarono, Valenti era dietro la scrivania.
Il progetto danneggiato giaceva davanti a lui. Il martello era appoggiato accanto al computer.
«Questo è accanimento», disse il giudice. «Ho già preso una decisione.»
Laura gli porse il telefono.
«Ci è stato chiesto di chiamare questo numero se lei rifiuta la restituzione.»
Valenti rise.
«Qualche funzionario di provincia non mi impressiona.»
«Allora telefoni lei», disse Youssef.
Il giudice compose il numero.
«Sono Corrado Valenti. Con chi parlo?»
Il sorriso gli morì sulle labbra.
«Sì… capisco.»
Ascoltò.
La sua mano cominciò a tremare.
«No, non sapevo… Il ragazzo non si è presentato… Certamente.»
Riattaccò lentamente.
«Il materiale verrà restituito.»
«Con tutti i dati intatti», precisò Youssef.
Valenti annuì.
«Con tutti i dati intatti.»
Il telefono di Youssef squillò di nuovo.
«È risolto?» chiese Andrea.
«Sì, papà.»
«Bene. Passami il giudice.»
Valenti prese il telefono.
«Sono Valenti.»
La voce dall’altra parte era chiara e ferma.
«Giudice Valenti, sono Andrea Diop, Procuratore Generale dell’Alta Procura Nazionale. Domani sarò nel suo tribunale per discutere il trattamento riservato a mio figlio e alcune anomalie già emerse nella sua attività. Libero il suo calendario dalle nove.»
Il giudice quasi lasciò cadere il telefono.
«Procuratore… non sapevo che il ragazzo fosse suo figlio.»
Andrea rimase in silenzio per un istante.
«Ed è questo il problema. Il rispetto della legge non dovrebbe dipendere dal cognome di un padre.»
Il mattino seguente, il tribunale era circondato da giornalisti.
Per anni Corrado Valenti aveva costruito la propria immagine pezzo dopo pezzo.
Le strette di mano in piazza.
Le parole sulla famiglia.
Le donazioni annunciate durante le cene eleganti.
Le fotografie con i bambini premiati a scuola.
Ora quella facciata cominciava a creparsi.
Andrea Diop arrivò con alcuni funzionari del Nucleo Centrale per l’Integrità Pubblica.
Non indossava simboli vistosi. Portava un cappotto scuro e camminava accanto a suo figlio.
«Stai bene?» gli chiese.
«Sì.»
«Hai avuto paura?»
Youssef annuì.
«Ma non volevo che se ne accorgesse.»
Andrea gli strinse una spalla.
«Il coraggio non è non avere paura. È non lasciare che la paura decida al posto tuo.»
Nella sala riunioni, Laura aveva disposto alcune mappe sul muro.
I quartieri con l’aria peggiore coincidevano con quelli in cui il giudice Valenti aveva emesso le decisioni più severe contro cittadini, piccoli commercianti e comitati locali.
Le richieste di controllo ambientale provenienti da quelle zone venivano archiviate molto più spesso rispetto alle segnalazioni delle aree benestanti.
Intanto una grande società immobiliare, guidata dall’imprenditore Leone Ferretti, comprava edifici a prezzi bassissimi proprio dove l’inquinamento aveva fatto crollare il valore delle case.
Dopo l’acquisto, improvvisamente arrivavano bonifiche e autorizzazioni.
I prezzi salivano.
Le famiglie che avevano abitato lì per generazioni non potevano più permettersi di restare.
«Il mio progetto ha mostrato solo l’inquinamento», disse Youssef.
Laura scosse il capo.
«Ha mostrato dove nessuno voleva guardare. Noi abbiamo seguito la traccia.»
Quando Valenti entrò, era accompagnato dal suo avvocato.
«Tutto questo per un malinteso con uno studente?» disse.
Andrea non gli tese la mano.
«L’incidente con mio figlio è stato soltanto il filo che ha fatto aprire la cucitura.»
Per un’ora vennero mostrati dati, registri e decisioni.
Nei quartieri più poveri, persone accusate degli stessi reati ricevevano sanzioni mediamente molto più pesanti.
I ricorsi contro gli impianti inquinanti venivano respinti.
Le telefonate tra l’ufficio di Valenti e quello di Ferretti aumentavano nei giorni precedenti alle sentenze più importanti.
«Sono coincidenze», disse il giudice.
Laura posò sul tavolo una nuova cartellina.
«Ventisette coincidenze in quattro anni.»
Valenti guardò il proprio avvocato.
L’uomo non disse nulla.
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