Il miliardario lo cacciò dalla sua fuoriserie fumante, poi scoprì chi aveva davvero davanti a sé

Alberto non capì se parlasse della macchina o della vita.

Tommaso mescolò la polvere di grafite con il sigillante di emergenza.

Lavorava senza fretta apparente, anche se il display segnava otto minuti.

Applicò il composto sulla frattura.

Attese.

Regolò la pressione.

Raccolse il liquido contaminato in un contenitore improvvisato.

Il fumo diminuì.

«Sei minuti», annunciò qualcuno.

Tommaso non rispose.

«Cinque minuti.»

Le persone intorno avevano smesso di filmare.

Gianni si teneva le mani davanti alla bocca.

Persino Ettore sembrava trattenere il fiato.

«Tre minuti al danneggiamento critico.»

Tommaso reinserì il liquido ancora utilizzabile, aggiunse la riserva di emergenza e richiuse il circuito.

«Accenda.»

Alberto rimase fermo.

«È sicuro?»

«Accenda.»

Alberto entrò nell’abitacolo.

Premette il pulsante.

Il motore tentò di avviarsi, poi tacque.

Un mormorio attraversò la folla.

Tommaso non batté ciglio.

«Di nuovo.»

Alberto premette una seconda volta.

Il motore si accese con un fischio acuto, poi si stabilizzò in un ronzio profondo.

Niente fumo.

Sul display apparvero alcune parole.

“Sistema stabilizzato. Prestazioni limitate al settanta per cento. Assistenza consigliata.”

Per qualche secondo nessuno parlò.

Poi Gianni cominciò ad applaudire.

Gli operai si unirono.

Anche gli impiegati.

In pochi istanti, l’intera strada esplose in un applauso.

Tommaso rimise gli attrezzi nella custodia.

Sembrava quasi infastidito da tutta quell’attenzione.

Alberto uscì dalla macchina e tese la mano.

«Grazie.»

Tommaso gliela strinse.

«Non superi il settanta per cento della potenza.»

«Quanto le devo?»

«Quanto vale per lei aver salvato il motore?»

Alberto aprì la bocca, ma non trovò una cifra che non suonasse offensiva.

«Venga con me», disse. «Ho una riunione fra poco. Voglio presentarle il progetto su cui stiamo lavorando.»

Tommaso guardò i propri vestiti.

«Non credo di essere adatto al suo ambiente.»

«Nemmeno io credevo che lei fosse adatto alla mia macchina.»

Tommaso accennò un sorriso.

«Questa gliela concedo.»

Prima di partire, Alberto entrò nel bar di Gianni.

Ordinò due caffè.

Uno per sé e uno per Tommaso.

Bevvero in piedi, al bancone.

Alberto non prendeva un caffè in un bar di periferia da almeno vent’anni.

«Perché non ha chiamato la professoressa Ferri?» chiese.

Tommaso girò lentamente il cucchiaino.

«All’inizio pensavo che sarei riuscito a cavarmela da solo. Poi mi sono vergognato.»

«Di essere rimasto senza casa?»

«Di essere diventato la prova vivente che avevano vinto loro.»

Alberto abbassò gli occhi.

Conosceva quella mentalità.

Conosceva la paura del paese, dei parenti, dei vicini.

Sua madre lucidava i mobili anche quando non avevano soldi per riempire il frigorifero.

«Almeno la gente non deve parlare», diceva.

Suo padre nascondeva i debiti dentro una scatola di biscotti.

A tavola fingevano che andasse tutto bene.

E Alberto aveva costruito la propria vita sullo stesso principio.

Automobili perfette.

Uffici perfetti.

Fotografie di famiglia perfette.

Soltanto che suo figlio maggiore non gli parlava da otto mesi.

Sua figlia aveva divorziato senza dirglielo fino all’ultimo, perché temeva il suo giudizio.

Sua moglie, prima di morire, gli aveva chiesto una cosa sola.

«Non continuare a scegliere ciò che sembra giusto al posto di ciò che è giusto davvero.»

Alberto aveva annuito.

Poi aveva continuato esattamente come prima.

Durante il tragitto verso la sede del suo gruppo, fece fermare l’auto davanti a un negozio di abbigliamento.

Tommaso lo guardò.

«Non ho bisogno di un travestimento.»

«Non è per nascondere chi è. È per impedire a certi sciocchi di smettere di ascoltarla prima ancora che apra bocca.»

Tommaso rimase in silenzio.

«È ingiusto», aggiunse Alberto. «Ma oggi ho capito che l’ingiustizia non scompare soltanto perché fingiamo di non vederla.»

Mezz’ora dopo, Tommaso uscì dal negozio con un completo grigio semplice, una camicia bianca e la barba sistemata.

Non sembrava un altro uomo.

Sembrava lo stesso uomo finalmente visibile.

Quando entrarono nella sala riunioni, dodici investitori li aspettavano intorno a un lungo tavolo.

Accanto allo schermo c’era l’ingegnera capo, Sofia Martelli, sessant’anni e lo sguardo di chi non si lasciava impressionare facilmente.

Alberto si schiarì la voce.

«Prima di cominciare, devo presentarvi l’uomo che questa mattina ha salvato la mia auto con una matita, un tubetto di sigillante e una conoscenza che noi non siamo stati capaci di riconoscere.»

Tommaso si irrigidì.

Alberto continuò.

«Il suo nome è Tommaso De Santis. Diversi anni fa ha sviluppato parte dei sistemi su cui si basa il progetto che vedrete oggi.»

Sofia lo riconobbe.

«De Santis? Il Tommaso De Santis del brevetto termico modulare?»

«Quello era un lavoro incompleto», rispose Tommaso.

Lei rise incredula.

«Incompleto? Ha cambiato il modo in cui progettiamo i circuiti ad alta pressione.»

La presentazione cominciò.

Tommaso ascoltò senza interrompere.

Riempì tre pagine di appunti.

Quando Sofia gli chiese un parere, si alzò e raggiunse la lavagna.

«Il progetto è valido», disse. «Ma ha tre problemi.»

La stanza si fece silenziosa.

Per sette minuti spiegò dove il sistema avrebbe perso efficienza, perché una particolare lega si sarebbe deformata e come modificare il circuito per ridurre i costi.

Disegnò una soluzione così semplice che Sofia si portò una mano alla fronte.

«Non posso credere che non l’abbiamo vista.»

«Eravate troppo vicini», rispose Tommaso. «Quando guardiamo una cosa per mesi, finiamo per vedere ciò che ci aspettiamo. Non ciò che c’è.»

Alberto sentì quelle parole arrivargli addosso.

Era ciò che aveva fatto con Tommaso.

Era ciò che aveva fatto con la propria famiglia.

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