Il mio cane rifiutava quella macchina usata: sei mesi dopo una telefonata spiegò finalmente il suo terrore

Invece pensai soltanto:

“Finalmente.”

Passarono sei mesi.

La vita tornò piccola.

Normale.

Le fatture.

Le medicine di mia madre.

Le telefonate di mia sorella.

Nina sul sedile accanto a me.

Finché, un martedì mattina di novembre, il telefono squillò.

Numero sconosciuto.

«Signora Teresa Bianchi?»

«Sì.»

«Sono l’ispettore Lorenzo Ferri dell’ufficio investigativo provinciale. Avrei bisogno di farle alcune domande su un’automobile acquistata da lei lo scorso aprile.»

Mi sedetti.

Nina era sotto il tavolo.

«Che automobile?»

L’uomo mi indicò modello, colore e numero di telaio.

Era quella.

La macchina di Vittorio.

Mi chiese quando l’avevo comprata.

Quanto l’avevo pagata.

Per quanti giorni l’avevo tenuta.

A chi l’avevo rivenduta.

Risposi.

Poi arrivò una pausa.

«Signora, voglio chiarire una cosa. Lei non è accusata di nulla.»

Il mio stomaco si chiuse.

Quando qualcuno comincia una frase dicendo che non sei accusato di nulla, il cervello sente soltanto la parola “accusato”.

«Va bene.»

«Quella vettura è collegata a una vecchia indagine sulla morte di una persona.»

Non ricordo cosa feci con la tazza che avevo davanti.

Ricordo soltanto che smisi di sentirne il calore tra le mani.

L’ispettore continuò.

«Durante il periodo in cui l’ha avuta, ha notato qualcosa di insolito? Odori particolari? Macchie? Segni nel bagagliaio? Oggetti che non avrebbero dovuto esserci?»

Aprii la bocca.

Niente.

Guardai Nina.

Dormiva.

Con il muso appoggiato sul mio piede.

E all’improvviso vidi di nuovo quella sera.

Il cancello.

Lo sportello aperto.

Il corpo di Nina che tremava.

I suoi occhi.

«Il mio cane.»

«Come, scusi?»

«Il mio cane non voleva salire.»

Silenzio.

«Può spiegarsi?»

«Nina ha sempre amato le automobili. Ma quella… non voleva nemmeno avvicinarsi. Tremava. Ho provato per una settimana. Una volta l’ho presa in braccio e quando l’ho messa dentro si è divincolata così forte che mi ha graffiata.»

L’ispettore rimase in silenzio abbastanza a lungo da farmi pensare che fosse caduta la linea.

Poi disse:

«Signora Bianchi, potrebbe venire domani nel nostro ufficio?»

«Certo.»

Un’altra pausa.

«E potrebbe portare Nina?»

Il giorno dopo arrivai con dieci minuti di anticipo.

Nina viaggiò come sempre: seduta accanto a me, muso verso il parabrezza, tranquilla.

L’ispettore Ferri aveva circa sessant’anni.

Capelli grigi corti.

Occhiaie da uomo che aveva passato troppe notti a leggere fascicoli.

Si chinò e lasciò che Nina gli annusasse la mano.

Lei scodinzolò.

«Quindi sei tu», mormorò.

Poi ci portò in una stanza semplice.

Sul tavolo c’era una cartellina spessa.

Mi raccontò la storia di quella macchina.

Il primo proprietario era Marco Serra, fratello minore di Vittorio.

Marco aveva quarantacinque anni quando era scomparso, cinque anni prima.

Separato.

Una figlia.

Lavorava spesso lontano e poteva assentarsi per alcuni giorni, per questo inizialmente nessuno aveva capito subito che fosse successo qualcosa.

La figlia lo aveva aspettato per una festa di famiglia.

Lui non era arrivato.

Dopo alcuni giorni era partita la denuncia.

Il corpo di Marco era stato ritrovato in una zona isolata fuori dal paese.

L’ispettore non entrò nei dettagli.

E io non glieli chiesi.

L’indagine si era arenata.

Pochi elementi.

Nessun testimone decisivo.

La berlina era stata trovata settimane dopo in un parcheggio pubblico.

Pulita.

Molto pulita.

Interni lavati.

Bagagliaio aspirato.

Superfici senza tracce utili.

Vittorio, il fratello maggiore, aveva ereditato l’auto.

Agli investigatori aveva detto di volerla tenere perché gli ricordava Marco.

Per cinque anni quella macchina era rimasta nel suo cortile.

Poi, improvvisamente, aveva deciso di venderla.

A me.

«Perché state indagando di nuovo?» domandai.

L’ispettore intrecciò le dita.

«Perché negli ultimi mesi sono emerse incongruenze nelle dichiarazioni rese all’epoca.»

«Da Vittorio?»

«Non posso entrare in tutto.»

«Ma sospettate di lui.»

Ferri non rispose subito.

Fu una risposta sufficiente.

Guardai Nina.

Aveva appoggiato il mento sulla mia scarpa.

«E cosa c’entra lei?»

L’ispettore sospirò.

«I cani percepiscono odori e tracce che noi non riusciamo a distinguere. Alcuni vengono addestrati specificamente per riconoscere determinati composti. Nina non è addestrata e non voglio trasformare la sua reazione in qualcosa di magico.»

«Nemmeno io.»

«Però il fatto che un cane normalmente tranquillo, abituato alle auto, abbia mostrato una reazione così forte proprio davanti a quella vettura… per noi è un elemento interessante.»

«Interessante quanto?»

«Abbastanza da chiederle un favore.»

La settimana seguente accompagnai Nina in due luoghi.

Il primo era il parcheggio dove anni prima avevano ritrovato la berlina.

Nina girò per venti minuti.

Annusò un’aiuola.

Salutò un uomo anziano.

Tentò di rubare un pezzo di pane caduto vicino a una panchina.

Nessuna reazione.

Il secondo posto era diverso.

Un deposito alla periferia del paese di Vittorio.

Una fila di piccoli box chiusi da saracinesche.

Vittorio ne affittava uno da anni.

Quando arrivammo, la porta era già aperta.

Dentro c’erano scatoloni.

Un vecchio mobile.

Sedie pieghevoli.

Attrezzi.

Una bicicletta rotta.

E in fondo, contro il muro, un vecchio congelatore a pozzetto scollegato.

L’ispettore non diede ordini a Nina.

Non avrebbe avuto senso.

Le tolse soltanto il guinzaglio.

«Lasciala fare», mi disse.

Nina entrò.

Annusò una scatola.

Poi un mobile.

Poi il pavimento.

Si fermò.

Alzò il muso.

Fece due passi verso il fondo.

Io sentii qualcosa nello stomaco.

La riconobbi prima ancora che accadesse.

La postura.

Le orecchie.

Quel modo di irrigidirsi.

Nina si avvicinò al vecchio congelatore.

Annusò lungo il bordo.

Poi si sedette.

Di colpo.

E rimase immobile.

Non abbaiò.

Non guaì.

Guardò il congelatore.

Poi guardò me.

Io smisi di respirare per qualche secondo.

Ferri chiamò un collega.

Nessuno aprì nulla quel giorno.

Servivano procedure precise e autorizzazioni.

Il giorno successivo mi telefonarono per dirmi soltanto che nel congelatore erano stati trovati alcuni oggetti utili all’indagine.

Niente resti umani.

Niente che io abbia bisogno di descrivere.

Oggetti.

Cose vecchie.

Piccoli pezzi di passato che qualcuno aveva pensato di nascondere abbastanza bene da poter continuare a vivere.

Quella scoperta cambiò tutto.

E la cosa che mi distrusse non fu soltanto ciò che venne fuori dopo.

Fu sapere che, nel piccolo paese di Vittorio, quasi tutti lo consideravano un uomo irreprensibile.

Quello che aiutava a sistemare le sedie per le feste.

Quello che accompagnava una vicina anziana dal medico.

Quello che portava il vino al pranzo di famiglia.

Quello che, dopo la morte del fratello, aveva ricevuto pacche sulle spalle e frasi come:

«Povero Vittorio, è rimasto solo.»

Una bella figura perfetta.

Cinque anni di camicie pulite, persiane verniciate, cortile rastrellato e silenzi.

Poi la facciata cominciò a cadere.

Gli investigatori ricostruirono una vecchia lite tra i due fratelli.

Soldi.

Una proprietà di famiglia.

La casa dei genitori, rimasta vuota dopo la loro morte.

Marco voleva vendere.

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