E soprattutto non mente per educazione.
Qualche mese fa stavo cercando una casa meno cara.
Ne trovai una fuori città.
Piccola.
Luminosa.
Affitto accettabile.
Il proprietario parlava molto.
«Qui starà benissimo.»
«Quartiere tranquillo.»
«Vicini educati.»
«Un affare.»
Portai Nina.
Lei entrò.
Annusò il corridoio.
Passò in cucina.
Guardò una stanza.
Poi tornò davanti alla porta e si sedette.
Mi fissò.
Il proprietario rise.
«Il cane vuole andare a casa.»
Guardai Nina.
«Sì.»
Presi la borsa.
«Anch’io.»
Non so cosa non le piacesse.
Umidità.
Un odore.
Un rumore che io non sentivo.
Forse assolutamente nulla.
Non importa.
Non presi quella casa.
Mia sorella, quando glielo raccontai, disse:
«Quindi adesso decide tutto Nina?»
«No.»
«Sembra di sì.»
«Diciamo che ha diritto di veto.»
Mamma, dalla cucina, gridò:
«Meglio lei di certi uomini che hai scelto tu.»
E scoppiammo a ridere.
Questa volta anche io.
Ci penso spesso, soprattutto la sera.
Penso a quel primo sabato.
Alla berlina grigia parcheggiata davanti casa.
Alla mia mano che batteva sul sedile.
«Sali.»
A Nina che restava lontana.
Penso alle volte in cui l’ho chiamata capricciosa.
Alla domenica in cui abbiamo riso di lei attorno alla tavola.
Alla mia convinzione che una cosa dovesse essere sicura soltanto perché sembrava pulita.
Perché un meccanico aveva detto che il motore era buono.
Perché il venditore aveva la camicia stirata.
Perché aveva offerto il caffè.
Perché aveva parlato del fratello con gli occhi bassi.
Perché il cortile era perfetto.
Quanti errori facciamo soltanto perché qualcuno sa presentarsi bene?
Quante famiglie difendono una facciata quando dentro stanno crollando?
Quante volte diciamo “non facciamo figure” quando dovremmo invece dire la verità?
Vittorio aveva vissuto cinque anni dietro una bella figura.
Quella del fratello addolorato.
Dell’uomo rispettabile.
Del vicino disponibile.
Dell’anziano solo.
Io avevo quasi fatto la stessa cosa, in piccolo.
Avevo preferito pensare che Nina fosse ridicola piuttosto che ammettere che qualcosa non tornava.
Non avevo prove.
Non avevo spiegazioni.
Avevo soltanto un cane seduto sul marciapiede.
Ma quel cane era l’unico, in quel momento, a non preoccuparsi di sembrare ragionevole.
A volte mi chiedo cosa sarebbe successo se non avessi venduto la macchina.
Forse l’avrei tenuta per anni.
Forse Nina avrebbe continuato a rifiutarsi.
Forse avrei smesso di portarla con me.
Avrei pensato che fosse cambiata.
Che fosse invecchiata male.
Che avesse sviluppato una paura assurda.
Avrei raccontato a tutti:
«Non so cosa le sia preso.»
E invece sapeva esattamente cosa le era preso.
C’era qualcosa che per lei non apparteneva a una normale automobile.
Qualcosa che noi avevamo lavato, aspirato, coperto e dimenticato.
Lei no.
Questa è la parte che mi accompagna ancora.
Non l’idea che Nina abbia poteri speciali.
Ma l’idea che il mondo contenga più informazioni di quelle che noi siamo capaci di raccogliere.
Noi guardiamo.
Ascoltiamo.
Giudichiamo.
Cataloghiamo.
Pulito.
Sporco.
Perbene.
Pericoloso.
Famiglia rispettabile.
Famiglia problematica.
Brava persona.
Cattiva persona.
Poi arriva un animale e manda all’aria tutte le nostre categorie semplicemente fermandosi davanti a uno sportello.
Mia madre adesso ha settantasette anni.
Ogni domenica, se la salute glielo permette, andiamo ancora da lei.
La tovaglia è sempre la stessa.
Il sugo deve iniziare presto.
Il pane viene comprato al mattino perché «quello del giorno prima si sente».
Mia sorella arriva quasi sempre in ritardo.
Io porto il dolce.
Nina si mette sotto il tavolo aspettando che cada qualcosa.
Da quella storia, però, c’è una frase che compare ogni tanto.
Se qualcuno insiste su qualcosa che evidentemente non funziona, mamma dice:
«Guarda che magari Nina non salirebbe.»
È diventato un modo di dire.
Significa:
Fermati.
Non badare soltanto alle apparenze.
Non obbligare qualcosa a essere giusto perché ti conviene che lo sia.
Una domenica mia sorella ha detto:
«Pensa che abbiamo preso in giro Nina per una settimana.»
Mamma ha risposto:
«No. Abbiamo fatto quello che facciamo sempre.»
«Cioè?»
Mamma ha tagliato il pane.
«Abbiamo creduto più a quello che vedevamo che a quello che sentivamo.»
Nessuno disse nulla per qualche secondo.
Poi Nina sbucò da sotto il tavolo perché era caduto un pezzo di arrosto.
E il momento solenne finì lì.
Forse è giusto così.
La vita non resta drammatica per sempre.
Devi comunque lavare i piatti.
Pagare la luce.
Portare fuori il cane.
Ricordarti le medicine.
Trovare venti euro nella tasca di un cappotto e sentirti ricca per cinque minuti.
Ma alcune cose cambiano il modo in cui guardi tutto il resto.
Io adesso guardo diversamente le persone troppo perfette.
Le famiglie che ripetono continuamente quanto vadano d’accordo.
Le case in cui nessuno litiga mai.
Gli uomini che insistono troppo sul proprio essere “perbene”.
Non perché dietro ogni porta ci sia un segreto terribile.
Sarebbe sciocco pensarlo.
Ma perché ho imparato che la bella figura è soltanto una superficie.
Sotto può esserci affetto vero.
Oppure dolore.
Vergogna.
Paura.
Rabbia.
Cose che nessuno nomina per anni.
Nina non conosce la bella figura.
Se le piaci, scodinzola.
Se non si fida, si allontana.
Se qualcosa la spaventa, non resta lì per educazione.
È una libertà che noi esseri umani perdiamo molto presto.
Stasera è sdraiata ai miei piedi.
Fuori passa qualche macchina.
Ogni tanto alza la testa.
Poi torna a dormire.
La piccola cicatrice sul naso è ancora lì.
Il pelo sul muso è più chiaro.
La targhetta che le hanno dato è sul mobile del soggiorno.
Lei non sa cosa significhi.
Quando pulisco quel mobile riceve due biscotti.
Per Nina, questo è probabilmente l’unico valore concreto di tutta la faccenda.
Io invece ogni volta guardo il suo nome inciso.
NINA.
E rivedo quella sera.
Io davanti allo sportello.
Lei sul marciapiede.
Io che insistevo.
Lei che tremava.
Io convinta di sapere.
Lei certa di no.
Per una settimana pensai che il problema fosse il mio cane.
Sei mesi dopo capii che Nina era stata l’unica, fin dall’inizio, a rifiutarsi di fare bella figura davanti a qualcosa che sentiva essere sbagliato.
E da allora, quando si ferma e mi guarda in quel modo, io non dico più:
«Sei ridicola.»
Mi fermo anch’io.
Perché la prima volta mi è costato seicento euro capire che aveva ragione.
La seconda potrebbe costarmi molto di più.
E certe lezioni, soprattutto dopo i cinquant’anni, non hai più bisogno di impararle due volte.





