Il mio cane ululava davanti alla telecamera: quando corsi da mio padre, capii cosa stava cercando di dirmi

“Che cosa ha il pomeriggio?”

Papà fissò il soffitto.

“Verso le quattro la casa cambia.”

Rimasi zitto.

“La mattina passa. Mi alzo, faccio il caffè, leggo il giornale, sistemo due cose. A mezzogiorno mangio qualcosa.”

Deglutì.

“Ma verso le quattro entra una luce dalla finestra della sala che fa sembrare tutto come quando c’era tua madre.”

Non sapevo cosa dire.

“Allora parlo con Barnaba.”

Mi guardò.

“Lui non mi dice che deve andare.”

Fu una frase semplice.

Non pronunciata con rabbia.

Ed è proprio per questo che mi fece male.

“Non guarda l’orologio,” aggiunse.

“Non prende il telefono mentre gli parlo.”

Abbassai gli occhi.

Ogni martedì entravo in quella casa convinto di aver portato compagnia a mio padre.

In realtà lasciavo il cane e portavo via me stesso.

I soccorritori arrivarono poco dopo.

Fortunatamente non c’erano fratture.

Una brutta distorsione, molte ore a terra e un principio di ipotermia.

Poteva essere andata molto peggio.

Quando lo portarono fuori sulla barella, la signora Teresa, la vicina di fronte, era già al cancello in vestaglia e ciabatte.

“Carlo!”

“Sto bene!” protestò mio padre.

“Se stavi bene non uscivi su una barella, testone.”

Dietro di lei arrivò Franco, quello della ferramenta.

Poi la figlia del fornaio.

Poi qualcuno si affacciò dal balcone.

Nel giro di dieci minuti, metà strada sapeva tutto.

Era il paese.

Per anni avevo considerato quella curiosità soffocante.

Quel giorno mi accorsi che dentro il chiacchiericcio c’era anche qualcosa che in città avevo quasi dimenticato.

La gente guardava.

La gente notava.

La gente si preoccupava.

Io, invece, avevo installato una telecamera.

Quella sera riportai papà a casa.

La signora Teresa aveva già preparato una pentola di brodo.

Franco aveva sistemato il tappetino su cui papà era scivolato.

Qualcuno aveva lasciato due focacce sulla credenza.

“Non dovevano disturbarsi,” borbottò papà.

“Ti vogliono bene.”

“Mi controllano.”

“Anche.”

Per la prima volta dopo anni, ridemmo insieme.

Lo sistemai sulla poltrona.

Barnaba si accucciò ai suoi piedi.

Presi la giacca.

Poi mi fermai.

Per abitudine avevo già infilato una mano in tasca per prendere le chiavi.

“Mangi qualcosa prima di andare?” chiese papà.

Il tono era casuale.

Troppo casuale.

Guardai l’orologio.

Le otto e venti.

Avevo una montagna di lavoro.

Una moglie che sapeva dove ero.

Due figli ormai grandi che quella sera erano fuori.

Una casella di posta piena.

E davanti a me c’era un uomo di settantotto anni che aveva passato ore sul pavimento e ancora si preoccupava di non trattenermi.

Mi tolsi la giacca.

“Resto.”

Papà aggrottò la fronte.

“Non devi.”

“Lo so.”

“Domani lavori.”

“Lo so.”

“Matteo.”

“Papà.”

Mi sedetti sul tappeto davanti alla sua poltrona.

Barnaba si infilò immediatamente tra noi, appoggiando il mento sul mio ginocchio e una zampa sulla pantofola di mio padre.

“Raccontami della jeep.”

Papà mi fissò.

“Ancora quella?”

“Non ricordo come finisce.”

Era vero.

Ricordavo che c’era una jeep.

Ricordavo il Friuli.

Ricordavo lui giovane.

Ma non ricordavo il finale.

Perché quasi tutte le volte che me l’aveva raccontata, io avevo ascoltato l’inizio.

Poi avevo controllato un messaggio.

Risposto a qualcuno.

Pensato ad altro.

Papà si raddrizzò sulla poltrona.

Negli occhi gli tornò una luce che non vedevo da tempo.

“Era il settantasei,” cominciò. “Noi eravamo ragazzi. Ci mandarono su e non sapevamo neanche cosa avremmo trovato…”

Parlò per quaranta minuti.

Io ascoltai.

Davvero.

Barnaba sospirò.

Poi chiuse gli occhi.

Il martedì successivo non lasciai Barnaba sulla porta.

Entrai con una borsa.

Papà guardò prima me e poi la borsa.

“Che fai, traslochi?”

“Lavoro da qui.”

Lui cercò subito di rendere la cosa più piccola.

“Non serve. Sto bene.”

“Non ho detto che serve.”

“Allora perché?”

Appoggiai il computer sul vecchio tavolo da pranzo.

“Perché posso.”

Papà rimase zitto.

“Non devi farmi compagnia,” disse dopo un po’.

“Non sono qui per farti compagnia.”

“Ah.”

“Sono qui per stare qui.”

Quella frase sembrò confonderlo più di qualsiasi altra cosa.

Quel giorno scoprimmo una nuova normalità.

Io lavoravo al tavolo.

Lui guardava un vecchio programma televisivo con il volume troppo alto.

Barnaba faceva avanti e indietro fra noi trascinando una pallina mezza distrutta.

A mezzogiorno cucinammo pane tostato, formaggio e minestra avanzata.

Niente di speciale.

Ma mangiai seduto al tavolo.

Non in macchina.

Non davanti al computer.

Alle quattro, la luce entrò davvero dalla finestra della sala.

Era una luce dorata, inclinata.

Colpiva il mobile dove mamma teneva le fotografie.

Finalmente capii che cosa intendeva.

Papà la guardò.

“Eccola.”

“Cosa?”

“La luce.”

Chiusi il computer.

“Andiamo.”

“Dove?”

“Da nessuna parte.”

Mi sedetti vicino a lui.

Quella sera chiamai Laura.

Mia sorella viveva a Torino da quasi vent’anni.

Aveva due figli, un lavoro complicato e una vita che non permetteva di prendere un treno ogni volta che qualcuno nel paese diceva: “Dovresti venire più spesso.”

Fra noi c’era una tensione mai dichiarata.

Io ero quello vicino.

Lei quella lontana.

Io mi sentivo quello che faceva tutto.

Lei si sentiva quella giudicata per quello che non poteva fare.

Le raccontai della caduta.

Poi della telecamera.

Poi di Barnaba.

Laura rimase in silenzio.

“Quanto è stato a terra?”

“Non lo sappiamo.”

“Matteo…”

“Sta bene.”

“Non è quello.”

Sospirò.

“Sapevo che era solo. Non pensavo fosse così solo.”

“Nemmeno io.”

“Tu sei lì.”

Quelle tre parole mi irritarono.

“Essere qui non significa esserci.”

Laura capì.

Restammo entrambi in silenzio.

Poi disse:

“Io chiamo la domenica.”

“Lo so.”

“Ma spesso mentre preparo la cena. I ragazzi urlano. Io gli chiedo come sta, lui dice bene e dopo dieci minuti chiudo.”

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