Tre famiglie restituirono quel gatto chiamandolo aggressivo. A 58 anni lo adottai, e fu il condominio a processare entrambi
«Lasci perdere, signor Marco. Davvero.»
La volontaria mi parlava alle spalle mentre io fissavo il box numero 42 del piccolo rifugio comunale.
Dentro c’era un grosso gatto grigio.
Era seduto con la schiena rivolta verso di noi e guardava il muro piastrellato come certi uomini anziani che si vedono sulle panchine del paese: immobili, le mani sulle ginocchia, apparentemente indifferenti a tutto.
Solo che lui aveva appena sei anni.
E sembrava già stanco del mondo.
«Tre adozioni», continuò la donna. «Tre rientri.»
Si chiamava Teresa, aveva i capelli bianchi raccolti dietro la nuca e quella voce asciutta delle donne che hanno passato una vita a raccogliere cocci senza aspettarsi ringraziamenti.
Aprì una cartellina.
«La prima famiglia voleva un gatto affettuoso per i bambini. Uno dei piccoli ha cercato di prenderlo in braccio mentre era nascosto. Lui ha graffiato.»
Girò pagina.
«La seconda era una signora di settantadue anni. Bravissima persona. Però pretendeva che dormisse subito sul letto. Ogni volta che lei si avvicinava, lui soffiava.»
Altra pagina.
«Il terzo l’ha riportato dopo due giorni. Neanche è entrato. Ha lasciato il trasportino davanti al cancello.»
Mi voltai.
«Perché?»
Teresa chiuse la cartellina.
«Aggressivo. Ingestibile. Rotto.»
Quella parola mi rimase addosso.
Rotto.
Avevo cinquantotto anni e lavoravo nell’informatica da quasi trenta.
Avevo iniziato quando in ufficio i computer occupavano metà scrivania e per collegarsi a internet bisognava sopportare quel rumore metallico del modem che oggi nessuno sotto i trent’anni riconoscerebbe.
Nella mia vita avevo sistemato server bloccati, reti impazzite, programmi che sembravano morti.
Quando qualcosa smette di funzionare, c’è sempre un motivo.
Un errore.
Un sovraccarico.
Un pezzo montato male.
Guardai di nuovo il gatto.
Non sembrava cattivo.
Sembrava spento.
Come se avesse capito che ogni volta che qualcuno si avvicinava, prima o poi avrebbe preteso qualcosa da lui.
«Lo prendo io.»
Teresa sospirò.
Non cercò nemmeno di nasconderlo.
«Marco, non si offenda. Lei vive solo. Lavora tutto il giorno. Non è proprio il gatto che viene a fare le fusa davanti alla televisione.»
«Meglio.»
«Non si illuda di cambiarlo.»
«Non voglio cambiarlo.»
Lei mi guardò per qualche secondo.
«Lo dicono tutti.»
Lo chiamai Oscar.
Abitavo in un condominio alla periferia di Bologna, in un appartamento comprato venticinque anni prima quando ero ancora sposato.
Mia moglie se n’era andata da tempo.
Mia figlia viveva a Torino con il marito e due bambini che vedevo meno di quanto avrei voluto.
La casa era rimasta troppo grande per una persona sola.
Due camere.
Un corridoio lungo.
La credenza di noce ereditata da mia madre.
Un servizio di piatti buoni che non usavo praticamente mai.
La domenica preparavo ancora il ragù come mi aveva insegnato lei, anche se poi ne congelavo metà.
Certe abitudini non servono perché sono utili.
Servono perché ti ricordano chi eri.
Pensavo che Oscar avrebbe apprezzato quella tranquillità.
Mi sbagliavo.
Appena aprii il trasportino, sparì sotto il divano.
Non una corsa.
Un lampo.
Per tre giorni non lo vidi quasi mai.
Mangiava di notte.
Beveva di notte.
Usava la lettiera quando dormivo.
Ogni tanto, alle tre del mattino, sentivo il ticchettio delle unghie sul parquet.
Io restavo nel letto, al buio, ad ascoltare.
Era strano.
Avevo preso un animale perché la casa mi sembrasse meno vuota, e invece Oscar sembrava aver reso il silenzio ancora più grande.
Il quarto giorno commisi il primo errore.
Tornai a casa alle nove e mezza di sera.
Era stata una giornata terribile.
Un cliente aveva cambiato idea all’ultimo momento, il responsabile aveva scaricato su di me un problema che non avevo creato e sulla tangenziale ero rimasto fermo quasi un’ora.
Entrai in casa e appoggiai le chiavi.
Nessuno disse: «Come è andata?»
Ovviamente.
Ma a cinquantotto anni la solitudine fa strani scherzi.
Sai benissimo che nessuno ti deve niente, però certe sere vorresti soltanto sentire che la tua presenza cambia qualcosa.
Vidi due occhi gialli sotto il divano.
Mi inginocchiai.
«Dai, Oscar.»
Allungai una mano.
Lui emise un suono basso.
Non era un miagolio.
Era un avvertimento.
Io lo ignorai.
Ancora oggi mi vergogno pensando alla frase che mi passò per la testa.
Dopo tutto quello che sto facendo per te.
Come se il cibo comprasse affetto.
Come se una ciotola piena desse diritto al corpo di un altro essere vivente.
«Vieni qua.»
Infilai la mano più avanti.
Oscar esplose.
Sentii dolore prima ancora di capire cosa fosse successo.
Unghie.
Un soffio violentissimo.
Ritirai il braccio e vidi quattro righe rosse aprirsi sul dorso della mano.
Una goccia di sangue cadde sul tappeto beige.
Poi un’altra.
«Ma sei matto?»
Mi alzai di scatto.
Oscar rimase nel buio.
Orecchie abbassate.
Pupille enormi.
Non aveva l’aria di chi aveva vinto.
Aveva l’aria di chi aveva appena respinto un assalto.
Mi fasciai la mano in cucina.
Ero ferito.
Ma soprattutto ero offeso.
Quella è la parte che facciamo più fatica ad ammettere.
Non mi faceva male il graffio.
Mi faceva male il rifiuto.
«Va bene», borbottai. «Rimani lì.»
Per quasi due settimane vivemmo una guerra fredda.
Stessa casa.
Due vite separate.
Se entravo in cucina, lui usciva.
Se lo guardavo troppo a lungo, girava la testa.
Se cadeva una forchetta, spariva.
Se suonava il citofono, correva sotto il letto.
Cominciai a capire le famiglie precedenti.
Non a giustificarle.
A capirle.
Quando adottiamo un animale, diciamo che vogliamo salvarlo.
Ma spesso, sotto sotto, vogliamo anche essere salvati.
Vogliamo che ci aspetti.
Che ci scelga.
Che ci ringrazi.
Vogliamo tornare a casa e sentirci necessari.
Oscar non faceva niente di tutto questo.
Mi costringeva a guardare una verità poco elegante: il fatto che io gli dessi da mangiare non significava che lui mi dovesse amare.
Un martedì arrivai vicino a telefonare a Teresa.
Ricordo ancora la giornata.
Il responsabile mi aveva rimproverato davanti a due colleghi più giovani.
Avevo sbagliato una configurazione banale.
Una cosa che a trentacinque anni avrei risolto ridendoci sopra.
A cinquantotto, invece, certi errori ti fanno pensare a cose che nessuno dice ad alta voce.
Sto diventando vecchio?
Mi sostituiranno?
Quanto manca prima che tutti quelli che sanno fare le cose più velocemente di me diventino anche più economici di me?
Quella sera tornai a casa e non accesi neanche la luce.
Appoggiai la borsa.
Mi sedetti per terra contro il muro dell’ingresso.
Non avevo fame.
Non volevo televisione.
Non volevo telefonare a mia figlia e sentirle dire che era di corsa.
Rimasi lì.
Testa tra le mani.
A un certo punto sentii un rumore.
Tap.
Tap.
Tap.
Le unghie sul parquet.
Non alzai la testa.
Pensai che Oscar stesse semplicemente attraversando il corridoio.
Poi sentii calore vicino alla gamba.
Guardai.
Era seduto a circa un metro da me.
Non più vicino.
Non più lontano.
Un metro esatto.
Mi fissava.
Non soffiava.
Non tremava.
Mi guardava e basta.
Poi chiuse lentamente gli occhi.
Li riaprì.
Una volta.
Mi arrivò addosso come uno schiaffo.
Le tre famiglie.
Io.
Avevamo fatto tutti la stessa cosa.
Quando avevamo bisogno di sentirci amati, cercavamo di prenderlo.
Quando avevamo bisogno di consolazione, gli mettevamo le mani addosso.
Quando lui diceva no, ci sentivamo insultati.
Oscar non odiava le persone.
Odiava essere invaso.
E improvvisamente capii qualcosa che riguardava lui, ma anche me.
Da quando il mio matrimonio era finito, avevo costruito una vita ordinata.
Lavoro.
Spesa il sabato.
Telefonata a mia figlia la domenica.
Pranzo con mia sorella una volta al mese.
Dicevo a tutti che stavo bene.
La famosa bella figura.
«Marco è forte.»
«Marco si arrangia.»
«Marco non ha bisogno di nessuno.»
La verità era che avevo trasformato la distanza in una difesa.
Quando qualcuno faceva troppe domande, cambiavo discorso.
Quando mia figlia provava a chiedermi se mi sentissi solo, rispondevo con una battuta.
Quando un amico mi proponeva una cena, dicevo che ero stanco.
E poi pretendevo da un gatto impaurito la disponibilità emotiva che io stesso non concedevo a nessuno.
«Ho capito», sussurrai.
Oscar rimase immobile.
Tenni le mani sulle ginocchia.
«Non ti tocco.»
Restammo così quasi un’ora.
Un uomo di cinquantotto anni seduto sul pavimento.
Un gatto a un metro di distanza.
Nessuno chiedeva niente.
Fu uno dei momenti più intimi che avessi vissuto da anni.
Da quella sera cambiai metodo.
Smettei di chiamarlo.
Smettei di allungare la mano.
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