Smettei di comprare bocconcini pensando che potessero funzionare come tangenti.
Quando entravo in casa, dicevo semplicemente: «Ciao, Oscar.»
Poi facevo le mie cose.
Piano piano il metro diventò settanta centimetri.
Poi cinquanta.
Poi trenta.
Tre mesi dopo ero al computer quando sentii qualcosa contro la caviglia.
Mi irrigidii.
Oscar si era appoggiato alla mia gamba.
Non faceva le fusa.
Non chiedeva carezze.
Era semplicemente lì.
Il peso caldo del suo fianco contro di me.
Mi venne da piangere.
Non lo toccai.
Lo lasciai scegliere.
Dopo sei mesi, Teresa non lo avrebbe riconosciuto.
Oscar non diventò mai il gatto delle fotografie perfette.
Se entrava uno sconosciuto, spariva.
Se facevo un movimento troppo rapido, sobbalzava.
Se il campanello suonava forte, correva in camera.
Ma quando tornavo dal lavoro mi aspettava nel corridoio.
Io lo guardavo.
Lui chiudeva lentamente gli occhi.
Era il nostro saluto.
Poi arrivò il mercoledì sera che mandò tutto all’aria.
Tre colpi alla porta.
Pausa.
Altri due.
Aprii.
Sul pianerottolo c’era Giulio, l’amministratore del condominio.
Sessantacinque anni, baffi grigi, cartellina sotto il braccio.
Il genere di persona che riusciva a dire anche «buonasera» come se stesse leggendo il regolamento.
«Marco, hai un minuto?»
Il mio stomaco si chiuse.
«Certo.»
Lui abbassò gli occhi sulla cartellina.
«Sono arrivate alcune segnalazioni.»
«Per cosa?»
Esitò.
«Per il tuo gatto.»
Mi venne quasi da ridere.
«Oscar non esce.»
Giulio alzò una mano.
«Un condomino dice di averlo visto nel corridoio. Un altro parla di un episodio vicino alle scale.»
Guardai automaticamente verso la porta.
In basso, la vecchia guarnizione era consumata.
C’era un piccolo segno.
Un graffio.
«Non me n’ero accorto.»
Giulio annuì.
«Non sono qui per discutere. Capisci anche tu che negli spazi comuni la gente vuole stare tranquilla.»
Quella frase mi irritò.
La gente.
Come se io non fossi gente.
Come se Oscar fosse diventato una categoria separata.
Però respirai.
«Sistemo tutto.»
«Meglio. Perché se arrivano altre segnalazioni, dovremo valutare provvedimenti.»
«Che significa?»
Giulio mi guardò.
«Che potrebbe esserti chiesto di allontanare l’animale.»
Allontanare.
Una parola pulita per dire liberatene.
«Non succederà più.»
Giulio annuì.
«Lo spero.»
Quando chiusi la porta, Oscar era seduto in fondo al corridoio.
Mi guardava.
Per la prima volta da mesi provai paura.
Non di lui.
Per lui.
Quella notte dormii malissimo.
Alle due il telefono vibrò.
Numero sconosciuto.
“Tieniti quel gatto matto dentro casa. Mio figlio ha paura perfino di portare la spazzatura.”
Sentii il sangue salirmi alla testa.
La prima risposta che scrissi era cattiva.
La cancellai.
La seconda era peggio.
Cancellai anche quella.
Alla fine mandai:
“Mi dispiace. Ho individuato il problema della porta e domani lo risolvo.”
Mi sembrò di ingoiare un sasso.
Il giorno dopo uscii prima dal lavoro e comprai una guarnizione rinforzata, un fermo aggiuntivo e una barriera interna da mettere qualche metro dietro l’ingresso.
Passai il pomeriggio inginocchiato con cacciavite e metro.
Oscar osservava da lontano.
Non si avvicinò.
Ma non scappò.
Quando terminai, mi sedetti sul pavimento.
«Ecco fatto.»
Lui inclinò appena la testa.
Per una settimana non successe niente.
Poi commisi il secondo errore.
Parlai.
Durante una pausa al lavoro, una collega di nome Chiara mi chiese come stesse andando con il gatto.
«Meglio.»
«Alla fine ti sei affezionato.»
Sorrisi.
«Credo di sì.»
«E lui?»
«A modo suo.»
Avrei potuto fermarmi lì.
Invece aggiunsi:
«Mi ha insegnato parecchio. Sulla pazienza. Sui limiti.»
Dall’altra parte del tavolo Paolo, un collega che aveva sempre una battuta pronta, rise.
«I limiti? Marco, è un gatto. Non uno psicologo.»
Qualcuno sorrise.
Anch’io finsi di sorridere.
«Certo.»
Paolo continuò.
«Se un animale graffia e morde, è aggressivo. Non c’è bisogno di farne una filosofia.»
«Non va in giro a mordere persone.»
«Però è già scappato.»
«Una volta. Ho sistemato la porta.»
Paolo alzò le spalle.
«Non capisco perché tenersi un problema. Ci sono tanti gatti normali.»
Normali.
Quella parola mi fece più male del previsto.
Avrei voluto rispondergli male.
Invece pensai alla cartellina del rifugio.
Aggressivo.
Ingestibile.
Rotto.
«Perché non voglio restituirlo come se fosse un tostapane difettoso.»
Per mezzo secondo nessuno parlò.
Poi Paolo rise.
«Madonna, Marco. È un gatto.»
Mi alzai.
«Già.»
Lasciai il caffè sul tavolo e tornai alla scrivania.
Quella sera trovai Oscar ad aspettarmi.
Gli feci il nostro lento battito di palpebre.
Lui rispose.
Poco dopo bussarono.
Non Giulio.
Un colpetto leggero.
Alla porta c’era una donna sui quarant’anni che avevo incrociato qualche volta in ascensore.
Capelli legati.
Occhiaie.
Sacchetto dell’immondizia in mano.
«Sono Marta. Abito tre porte più avanti.»
«Certo.»
Esitò.
«È tuo il gatto grigio?»
Sentii il corpo irrigidirsi.
«Sì.»
«Mio figlio l’ha visto nel corridoio qualche giorno fa. Ha sei anni. Si è spaventato.»
Stavo già preparando mentalmente una difesa.
Poi lei aggiunse:
«Non è successo niente. Il gatto non gli ha fatto nulla.»
Tacqui.
Marta guardò verso le scale.
«Mio figlio ha avuto una brutta esperienza con un gatto a casa di suo padre. È stato graffiato. Niente di serio, però da allora va nel panico.»
Sospirò.
«Lo so che sembra stupido.»
«Non è stupido.»
Mi guardò sorpresa.
«La paura non chiede il permesso alla logica.»
Le spalle le si abbassarono.
Come se si aspettasse una lite e improvvisamente non sapesse più dove mettere la rabbia preparata.
«Sono stanca», confessò. «Sto gestendo praticamente tutto da sola. Quando anche una cosa piccola diventa un dramma, mi sembra di non essere capace di fare la madre.»
A quel punto Oscar non c’entrava quasi più.
Davanti a me c’era una donna esausta.
Dietro di me un gatto spaventato.
E in mezzo, come spesso succede nei condomini italiani, c’erano porte chiuse dietro le quali ognuno combatteva guerre che gli altri non conoscevano.
«Ho rinforzato la porta», dissi. «C’è anche una seconda barriera. Non dovrebbe più succedere.»
Marta annuì.
Poi guardò oltre la mia spalla.
Oscar era seduto dietro la barriera.
Immobilissimo.
«È lui?»
«Sì.»
Oscar non soffiò.
Non si avvicinò.
Esisteva e basta.
Marta rimase a guardarlo.
«Posso chiederti una cosa?»
«Certo.»
«Perché tenerlo, se è così difficile?»
Guardai Oscar.
La risposta mi uscì senza pensarci.
«Perché non ha chiesto lui di diventare difficile.»
Marta restò zitta.
«Ha imparato che le mani lo afferrano. Che quando prova a scappare, qualcuno lo segue. Io non posso cancellare quello che ha imparato.»
Mi fermai.
«Posso solo smettere di dimostrargli che aveva ragione.»
Marta abbassò gli occhi.
Quando li rialzò erano lucidi.
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