Lo vidi infilare la mano in tasca e poi ritirarla.
Bruno passò oltre.
Si fermò davanti a Paolo.
Paolo tese la mano, palmo in su.
Bruno la annusò.
Poi passò oltre.
Fece lo stesso con tutti.
Tre secondi davanti a uno.
Cinque davanti a un altro.
Sette davanti a Sergio.
Quando arrivò da me, sentii il suo fiato sulle dita.
Io non lo chiamai.
Non dissi “Bruno”.
Non dissi niente.
Lui mi guardò negli occhi.
Poi proseguì.
Completò il giro.
E arrivò davanti alla sedia vuota di Gianni.
La annusò.
Prima la seduta.
Poi una gamba.
Poi il bordo del tavolo.
Si sedette sul pavimento.
Alzò la testa verso quella sedia.
La coda rimase immobile.
Sergio abbassò lo sguardo.
Paolo si morse il labbro.
Io sentii un brivido salirmi dalla schiena fino alla nuca.
Bruno rimase così forse mezzo minuto.
Poi si alzò.
Guardò ancora una volta tutto il cerchio.
E fece una cosa che nessuno aveva previsto.
Camminò diritto verso l’apertura tra le sedie.
Uscì dalla sala.
Percorse il corridoio.
Attraversò il garage.
La porta grande era aperta, perché Lorenzo ci aveva detto che non dovevamo costringerlo a restare dentro.
Bruno uscì nel piazzale di ghiaia.
Noi ci alzammo quasi tutti insieme.
Lo seguimmo a una ventina di metri di distanza.
Lui non si voltò.
Camminò fino alla rete in fondo al cortile.
Lì, sotto una tettoia bassa, c’era la moto di Gianni.
Una vecchia custom color rosso scuro, comprata usata più di vent’anni prima e tenuta come si tengono certe cose a cui non riesci più a dare un prezzo.
Aveva più di trecentomila chilometri.
La sella portava i segni del tempo.
Sul parafango posteriore Gianni aveva fissato, anni prima, un piccolo sedile per Bruno, costruito con cuoio, tela e una struttura di metallo fatta a mano.
Gianni diceva sempre che Bruno era il solo passeggero che non gli chiedeva mai dove stessero andando.
Da quando Gianni era morto, nessuno aveva toccato quella moto.
Nemmeno per spolverarla.
Bruno si fermò davanti al piccolo sedile.
Lo guardò.
Piegò le zampe.
Saltò.
Non ce la fece.
Provò una seconda volta.
Scivolò con le zampe posteriori.
Sergio fece un passo avanti, istintivamente, ma io gli presi il braccio.
“Lascia.”
Bruno si preparò una terza volta.
Saltò.
Questa volta salì.
Girò su se stesso.
Si sdraiò sul sedile.
Appoggiò il muso sul cuoio.
Poi guardò verso di noi.
Nessuno parlò.
Per quasi cinque minuti sentimmo soltanto qualche auto lontana e il rumore di una serranda che si chiudeva dall’altra parte della strada.
Alla fine Sergio disse, con una voce che non gli avevo mai sentito:
“Ha scelto.”
Io lo guardai.
“Non ha scelto nessuno di noi.”
Sergio scosse la testa.
“No, Carlo. Ha scelto eccome.”
Indicò la moto.
“Ha scelto dove Gianni è ancora Gianni.”
Quelle parole mi entrarono dentro come un chiodo.
Perché a cinquant’anni passati inizi a capire una cosa che da giovane ti sembra ridicola.
Le persone non restano soltanto nei ricordi.
Restano nelle abitudini.
Nel modo in cui piegavano un tovagliolo.
Nella tazza sbeccata che usavano ogni mattina.
Nella sedia a tavola.
Nel profumo di un giubbotto.
Nel rumore di una chiave infilata in una serratura.
E forse, per Bruno, Gianni era ancora lì.
In quella sella.
In quel cuoio.
In quell’odore che noi non potevamo più sentire.
Sergio si avvicinò lentamente alla moto.
Posò una mano sul serbatoio.
Con l’altra accarezzò Bruno dietro il collo.
“Ehi, vecchio,” disse.
Bruno alzò appena la testa.
Batté due volte la coda sul sedile.
Sergio si girò verso di noi.
“Adesso dobbiamo capire come farlo vivere.”
Tornammo dentro.
Ci sedemmo di nuovo.
Quella che seguì fu la riunione più seria che abbiamo mai avuto.
Più seria delle quote.
Più seria delle gite.
Più seria delle discussioni sul capannone.
Parlammo per quasi due ore.
Tiziano propose di prenderlo lui.
Paolo disse che poteva stare a casa sua nei giorni in cui i nipoti non c’erano.
Io dissi che avrei potuto portarlo con me in officina.
Poi Sergio, che di solito parlava per ultimo, disse:
“Perché continuiamo a cercare un padrone, se lui ha appena detto che non ne vuole un altro?”
Nessuno rispose.
Sergio continuò.
“Gianni ha scritto: se non sceglie nessuno, decidete insieme. E ha scritto: è famiglia.”
Fece una pausa.
“Una famiglia non è per forza una casa sola.”
Votammo.
Quindici favorevoli.
Bruno non sarebbe stato adottato da uno solo di noi.
Avrebbe vissuto al capannone.
Avrebbe avuto un letto vero nell’ufficio.
Una cuccia fresca d’estate e calda d’inverno.
Avrebbe avuto accesso al garage e al cortile.
La moto di Gianni non sarebbe stata venduta.
Non sarebbe stata accesa.
Non sarebbe diventata il giocattolo di nessuno.
Sarebbe rimasta lì.
Con il sedile di Bruno al suo posto.
E noi quindici avremmo diviso tutto.
Cibo.
Passeggiate.
Veterinario.
Medicine.
Pulizia.
Compagnia.
Tiziano prese un pennarello e disegnò una tabella su una vecchia lavagna bianca.
Lunedì: Sergio.
Martedì: Carlo.
Mercoledì: Paolo.
Giovedì: Tiziano.
E così via.
Quando arrivammo alla domenica, ci fermammo.
La domenica, da noi, non era un giorno qualunque.
Era il giorno in cui Gianni pretendeva che almeno una volta al mese mangiassimo tutti insieme.
Tagliatelle, arrosto, patate, vino della casa.
“Le moto ci hanno fatti conoscere,” diceva, “ma è la tavola che ci ha fatti diventare famiglia.”
Decidemmo che la domenica Bruno sarebbe stato di tutti.
Tiziano costruì una targa tre giorni dopo.
Usò un pezzo di noce scuro recuperato dal pavimento della vecchia officina di Gianni.
Ci lavorò due sere.
Non disse a nessuno cosa stesse incidendo.
Il giovedì mattina arrivammo al capannone e la trovammo fissata alla rete dietro la moto.
C’era scritto:
GIANNI FERRI
AMICO, FRATELLO, COMPAGNO DI STRADA
BRUNO HA SCELTO QUESTO POSTO
NOI RISPETTIAMO LA SUA SCELTA
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