Il pit bull ignorò quindici uomini scelti dal testamento e corse verso l’unico posto che nessuno osava toccare

Due pensionati che giocano a carte nel circolo vicino vengono a salutarlo ogni pomeriggio.

Uno di loro, il signor Remo, non aveva mai avuto un cane.

Adesso porta in tasca dei biscotti apposta per lui.

A volte penso che Gianni, senza volerlo, ci abbia lasciato qualcosa di più grande di un animale da accudire.

Ci ha obbligati a rallentare.

A fare turni.

A presentarci.

A chiederci come stiamo.

Perché quando vai al capannone per portare fuori Bruno, finisci per bere un caffè con qualcuno.

E quando bevi un caffè con qualcuno, prima o poi parli.

Di tuo figlio che non chiama.

Di tua moglie che deve fare un controllo.

Della pensione che si avvicina e ti spaventa più di quanto ammetti.

Di quella solitudine che gli uomini della nostra generazione hanno imparato a chiamare “sto bene”.

Bruno ci ha smascherati.

Come faceva Gianni.

A marzo, nel primo anniversario della sua morte, siamo tornati sulla Futa.

Ventitré moto.

Per Bruno abbiamo fatto costruire un piccolo sidecar sicuro, con una cintura apposita e una copertura contro il vento.

Sergio ci aveva lavorato per settimane.

Quando partimmo, Bruno sembrava sapere dove stavamo andando.

Arrivati sul tratto in cui avevamo sparso le ceneri, ci fermammo.

Nessun discorso preparato.

Nessuna cerimonia importante.

Solo noi.

La strada.

Il vento.

Bruno seduto sulla ghiaia.

Sergio aprì una bottiglia di birra e ne versò un poco a terra.

Poi disse:

“Gianni, il cane sta bene.”

Si fermò.

“Noi un po’ meno, ma ci stiamo lavorando.”

Qualcuno rise.

Qualcuno pianse.

Sergio continuò:

“Stiamo facendo come ci hai chiesto.”

Bruno batté due volte la coda sulla ghiaia.

Nessuno commentò.

Ma tutti lo notarono.

Al ritorno dormì quasi tutto il viaggio.

La domenica successiva facemmo pranzo al capannone.

Tagliatelle al ragù, pollo arrosto, patate, zuppa inglese fatta dalla moglie di Paolo.

Eravamo in ventisette tra amici, mogli, compagne, figli adulti e nipoti.

A un certo punto vidi il figlio di Tiziano sedersi accanto a suo padre.

Non si parlavano davvero da quasi due anni.

Non so cosa si dissero.

So solo che alla fine Tiziano gli mise una mano sulla spalla.

E il figlio non si spostò.

Bruno era sotto il tavolo.

Dormiva.

Quella sera pensai alla frase sulla targa.

La famiglia è chi resta.

A vent’anni avrei riso.

A cinquanta, no.

Sabato scorso ero in garage a sistemare una moto di un cliente.

Alle quattro Bruno attraversò il capannone come fa quasi ogni pomeriggio.

Passò davanti a me.

Passò davanti agli scaffali.

Uscì nel piazzale.

Andò alla moto di Gianni.

Si preparò a saltare.

Primo tentativo.

Niente.

Secondo.

Scivolò.

Terzo.

Salì.

Come quel primo giorno.

Girò una volta sul piccolo sedile.

Si sdraiò.

Appoggiò il muso sul cuoio.

Io rimasi sulla porta a guardarlo.

Avevo lavoro da finire.

Una consegna per lunedì.

Un cliente che aveva già chiamato due volte.

Però a un certo punto posai gli attrezzi.

Uscii.

Mi sedetti sulla ghiaia accanto alla moto.

“Ehi, Bruno.”

Lui sollevò appena gli occhi.

“Il tuo uomo ci ha lasciato un bel lavoro da fare.”

La coda batté due volte.

“Ma lo facciamo.”

Bruno mi guardò.

Io appoggiai una mano sul bordo della sella.

La moto non parte più.

Non partirà.

Resterà lì finché il tempo ce lo permetterà.

Forse un giorno il cuoio si spaccherà.

Forse il rosso della vernice diventerà opaco.

Forse noi saremo troppo vecchi per venire al capannone ogni giorno.

Ma fino a quando Bruno ci sarà, quella moto resterà il suo posto.

Perché quel sabato non scelse un padrone.

Scelse una presenza.

Scelse un odore.

Scelse il punto preciso in cui la sua vita con Gianni era rimasta sospesa.

E noi quindici, uomini cresciuti in un’epoca in cui ci insegnavano a stringere i denti e non fare troppe domande, abbiamo dovuto imparare da un cane una cosa che nessuno ci aveva spiegato bene.

Che si può perdere qualcuno senza smettere di appartenergli.

Che si può andare avanti senza cancellare quello che c’era prima.

Che una famiglia non è sempre fatta di sangue, cognomi o case ereditate.

A volte è fatta di turni scritti su una lavagna.

Di una ciotola riempita da mani diverse.

Di un pranzo della domenica.

Di una sedia che torna a essere usata.

Di una vecchia moto che nessuno accenderà più.

E di un cane che, davanti a quindici uomini pronti a prendersi cura di lui, ha attraversato il cerchio, è uscito nel cortile e ci ha mostrato esattamente dove voleva restare.

Da allora noi rispettiamo la sua scelta.

E continueremo a farlo finché Bruno avrà la forza di provare tre volte a salire su quel sedile.

Perché Gianni, tre mesi prima di morire, aveva avuto ragione.

Bruno lo aveva già scelto una volta.

E certi amori, quando sono veri, non scelgono di nuovo.

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