Il Quaderno del ‘Prima o Poi’: La Vita Segreta di Eleonora, Dopo la Sua Morte

Il mese dopo, davanti a quei quadri, ho capito cosa mi stava chiedendo davvero.

Se hai letto la Parte 1, sai che martedì scorso, in soffitta, ho trovato il quaderno di Eleonora.

La “Lista del Prima o poi”.

Settantatré sogni, dodici realizzati, e un uomo — io — che si è accorto troppo tardi di quanta vita può passare in silenzio.

Da quel giorno ho cominciato a correre dietro a cose che non si recuperano.

Eppure, più mi muovevo, più capivo che non era una corsa.

Era un modo per restare in piedi senza mentire.

L’esposizione l’abbiamo fissata per un venerdì sera.

Non per strategia.

Perché il venerdì, in casa nostra, era sempre il giorno in cui “ci si riposava”, si mettevano a posto due cose, si chiudeva la settimana.

E lei, da qualche parte, avrebbe trovato comico che io — proprio io — mi ritrovassi a scegliere luci e cornici.

Il posto del quartiere è piccolo.

Pareti chiare, odore di caffè e legno, qualche pianta che resiste meglio degli esseri umani.

La responsabile mi ha stretto la mano e mi ha detto solo: “Facciamolo bene, Michele.”

Non “mi dispiace”.

Non “coraggio”.

Solo: facciamolo bene.

Quella frase mi ha tolto un peso dal petto.

Sandra ha portato i quadri uno a uno.

Li teneva come si tengono le cose che possono rompersi anche senza cadere.

Quando appoggiava una tela sul tavolo, lo faceva piano, come se chiedesse permesso.

Io la guardavo e pensavo: mia figlia ha visto una parte di sua madre che io non ho voluto vedere.

E adesso la sta restituendo al mondo.

Abbiamo passato due pomeriggi a scegliere l’ordine.

Non per importanza.

Per respiro.

All’inizio i colori erano timidi, quasi educati.

Poi diventavano più coraggiosi, più vivi, come se Eleonora, con gli anni, avesse smesso di chiedere scusa con i pennelli.

In un quadro c’era una strada bagnata, lampioni accesi, una figura con l’ombrello.

Non si vedeva il viso.

Ma la postura… quella sì.

Quella postura era la sua, quando usciva la sera a buttare la spazzatura e tornava dentro con quel passo leggero, come se anche un gesto piccolo potesse essere suo.

Io l’ho fissato troppo a lungo.

Sandra mi ha detto: “Papà, è solo un quadro.”

E poi, dopo un attimo, ha aggiunto: “O forse non è solo un quadro.”

Il giorno prima dell’apertura, mentre cercavo del nastro adesivo, mi è caduta una cartellina più piccola.

Dentro c’erano fogli piegati.

Bozze di lettere.

Appunti.

E una busta chiusa, con una data.

Tre mesi prima che morisse.

Sulla busta, la sua calligrafia: “Per Michele. Se mai avrai il coraggio.”

Mi sono seduto sul bordo del letto.

Quello stesso letto dove, per settimane dopo l’infarto, io ho dormito come una pietra, non per riposare, ma per spegnermi.

Ho tenuto quella busta in mano un tempo ridicolo.

Poi l’ho aperta.

Non era una lettera lunga.

Eleonora non era una donna di grandi discorsi.

Era una donna di frasi precise, che ti restano addosso perché non puoi far finta di non averle capite.

Scriveva che mi aveva amato davvero.

Scriveva che non voleva che io mi trasformassi nel mio senso di colpa, come in un cappotto troppo pesante.

Scriveva: “Non sei stato cattivo, Michele. Sei stato distratto. E la distrazione, a volte, fa più danni della cattiveria.”

Quando ho letto quella frase, mi è venuto da protestare.

Come se lei potesse sentirmi.

Come se io potessi difendermi, finalmente, davanti a lei.

Più sotto c’era una cosa che mi ha fatto tremare.

“Se un giorno trovi questi quadri, non metterli via. Mettili fuori. Falli vedere. Non per me. Per chi ha la stessa vita chiusa in una scatola.”

E poi: “Se vuoi chiedermi perdono, non farlo davanti a una tomba. Fallo vivendo.”

Ho pianto.

Ma non come in soffitta.

Questa volta ho pianto come uno che, per un secondo, sente una mano sulla spalla.

Non per essere assolto.

Per non essere più solo.

La sera dell’apertura mi sono vestito troppo elegante.

Camicia stirata, giacca, scarpe che non mettevo da anni.

Sandra mi ha guardato e ha sorriso con quella tristezza nuova che hanno i figli quando diventano più adulti dei genitori.

“Non ti agitare, papà. È una mostra, non un esame.”

Io ho annuito.

Ma mi sembrava un esame.

Solo che non sapevo quale fosse la materia.

All’ingresso abbiamo messo il titolo, stampato su un foglio semplice:

“Eleonora Chen — Prima o poi.”

Sotto, una frase dal quaderno, scelta da Sandra.

“Non lasciare che succeda anche a te.”

Non era una minaccia.

Era una carezza.

Le persone sono arrivate piano.

Prima i vicini.

Poi qualche conoscente.

Poi facce che non vedevo da anni.

E poi, a un certo punto, una donna sulla sessantina si è fermata davanti al quadro della finestra, quello con la tazza tra le mani.

Ha portato una mano alla bocca.

E ha sussurrato: “Era lei… era lei.”

Io l’ho guardata, confuso.

Lei si è girata e mi ha detto: “Io ero con Eleonora. La domenica mattina.”

“Nel garage,” ho mormorato.

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