Il Quaderno del ‘Prima o Poi’: La Vita Segreta di Eleonora, Dopo la Sua Morte

Lei ha annuito.

“Ci chiamava ‘il nostro piccolo museo clandestino’. Rideva, sai? Rideva davvero, mentre dipingeva.”

Io ho sentito un colpo allo stomaco.

Non per gelosia.

Per vergogna.

Perché, mentre lei rideva, io vivevo convinto che il nostro matrimonio fosse “tranquillo”.

Come se la tranquillità bastasse.

Sono arrivati anche quelli del gruppo di lettura.

Mi hanno salutato con una timidezza affettuosa, come si saluta qualcuno che, per la prima volta, si è lasciato vedere.

Una di loro mi ha portato una torta fatta in casa.

Un’altra mi ha detto: “Eleonora avrebbe amato questa confusione.”

E io, per un secondo, ho quasi risposto: “No, lei non amava…”

Poi mi sono fermato.

Perché io, di cosa amava Eleonora, avevo fatto troppe supposizioni.

C’era un ragazzo giovane, forse vent’anni, con una felpa e gli occhi curiosi.

Stava davanti a un quadro pieno di blu, come un mare che non finisce.

Mi ha chiesto: “Scusi… sua moglie ha studiato arte?”

Ho aperto la bocca e stavo per dire: “No.”

Come ho sempre detto.

Come ho sempre creduto.

Poi mi è uscita la verità, finalmente.

“Lei era arte. Anche quando nessuno la chiamava così.”

A metà serata, la responsabile del posto mi ha fatto un cenno.

“Se vuoi dire due parole.”

Due parole.

Io ne avevo mille e tutte sbagliate.

Sono andato davanti alle persone e ho sentito la gola secca.

Ho detto che ero un uomo normale.

Che amavo mia moglie, ma che l’avevo amata spesso “con le mie misure”.

Ho detto che avevo trovato un quaderno in soffitta e che quel quaderno mi aveva fatto male.

E poi ho aggiunto la cosa più difficile.

“Non sono qui per farvi piangere. Sono qui perché, se guardate questi quadri, magari vi viene voglia di non rimandare.”

Silenzio.

Nessuno ha applaudito subito.

E quel silenzio non era imbarazzo.

Era rispetto.

Poi Sandra mi ha passato una sedia.

E dietro la sedia… una custodia.

La chitarra.

Io l’ho guardata come si guarda un oggetto che non ti appartiene.

“Che fai?” ho sussurrato.

Lei ha risposto piano: “Mamma l’avrebbe voluto.”

Ho appoggiato la chitarra sulle ginocchia.

Le dita mi facevano già male solo a pensarci.

Ho suonato tre accordi.

Tre.

Un disastro.

Una nota è uscita sporca.

Qualcuno ha sorriso.

Io ho arrossito come un ragazzino.

E poi ho visto una cosa.

Una signora anziana, in fondo, che si asciugava una lacrima e rideva insieme.

Come si ride quando ti riconosci in qualcuno.

E ho capito che non dovevo essere bravo.

Dovevo essere vero.

Ho suonato ancora.

Più piano.

Più semplice.

E, per un momento, mi è sembrato che Eleonora non fosse solo assenza.

Mi è sembrata una presenza che non fa rumore.

A fine serata, la donna del garage si è avvicinata.

Mi ha preso la mano.

“Lei parlava spesso di te, Michele.”

Io ho sentito il cuore stringersi.

“Cosa diceva?”

Lei ha sorriso.

“Diceva: ‘Mio marito è un uomo buono. Solo che ha paura delle cose troppo vive.’”

Mi è uscita una risata che sembrava un singhiozzo.

Perché era vero.

E lei lo sapeva.

E mi aveva amato lo stesso.

Quando tutti se ne sono andati, siamo rimasti io e Sandra.

Le pareti, i quadri, l’odore di caffè freddo.

Sandra ha guardato la sala vuota e ha detto: “Papà… oggi l’hai vista.”

Io ho annuito.

“E sai qual è la cosa peggiore?” ho detto.

“Che era qui da sempre.”

Sandra mi ha stretto il braccio.

E non c’era rimprovero.

C’era solo una specie di pace faticosa.

Quella pace che arriva quando smetti di difenderti e cominci a cambiare davvero.

Prima di chiudere, abbiamo lasciato un tavolino vicino all’ingresso.

Con fogli bianchi e una penna.

Sopra, un cartello scritto da Sandra:

“Scrivi il tuo ‘prima o poi’.”

Quando siamo tornati il giorno dopo, i fogli erano pieni.

Piccole frasi.

Piccoli desideri.

“Chiamare mia sorella.”

“Imparare a nuotare.”

“Dire a mio padre che mi manca.”

“Andare al mare d’inverno.”

Ho letto quelle righe una per una.

E ho pensato che Eleonora, senza esserci, stava ancora insegnando.

Non in una classe.

Ma a persone vere.

Con vite vere.

Quella sera, a casa, ho riaperto il quaderno.

Non per farmi male.

Per ascoltarlo.

Ho preso una penna e, sotto l’ultimo punto di Eleonora, ho scritto il mio.

Una sola frase.

“Imparare ad amare senza dare per scontato.”

Non so se si impara davvero.

Ma ci provo.

Domani ho lezione di chitarra.

Giovedì ho il gruppo di lettura.

E domenica mattina… entrerò in garage.

Non per cercare polvere.

Per cercare lei, nel modo giusto.

E per la prima volta, invece di riordinare per non sentire, resterò lì.

A guardare.

A farmi attraversare.

Eleonora non sentirà mai la mia chitarra.

Ma forse, da qualche parte, le basterebbe sapere che ho smesso di essere “tranquillo”.

Che ho smesso di essere comodo.

Che ho smesso di rimandare.

Perché il “prima o poi” non arriva da solo.

E io, adesso, non voglio più aspettare.

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