Pensavo che il signor Bellini avesse bisogno di me. Poi un martedì fui io a restare fermo, e fu lui a salvarmi.
Non è una frase fatta.
È successo davvero, qualche mese dopo quel giorno della lampadina.
L’estate era finita piano, come fanno le estati qui da noi. Prima smette di bruciare il sole sui muri. Poi la sera arriva prima. Poi ti accorgi che stai tornando a casa con il giubbotto chiuso e le mani fredde sul volante.
Il martedì, però, era rimasto uguale.
Alle due e mezza uscivo dall’officina, mi lavavo le mani alla meglio, prendevo la borsa con due cose per il signor Bellini e salivo verso la stradina chiusa.
Non era più una consegna.
Era diventato un appuntamento.
Lui preparava due tazze sul tavolo della cucina. Una per me, una per lui. Luna, appena sentiva il cancelletto, si alzava piano dalla sua coperta e veniva alla porta con quella camminata lenta dei cani anziani che sembrano portarsi dietro tutta la pazienza del mondo.
“È arrivato il ragazzo della macchina rumorosa,” diceva il signor Bellini.
E io rispondevo sempre uguale.
“È arrivato il signore che sente troppo.”
Lui rideva.
Poco, ma rideva.
Col tempo avevamo trovato un ritmo nostro.
Io gli leggevo la posta. Lui mi chiedeva dell’officina. Io gli raccontavo dei clienti nervosi, dei bulloni che non volevano saperne di muoversi, del capo che mi diceva sempre di usare la testa prima delle mani.
Lui ascoltava in silenzio.
Poi, magari dopo dieci minuti, mi diceva una cosa semplice.
“Quando un motore tossisce così, Nino, non ascoltare solo il rumore. Ascolta quando smette.”
Io all’inizio pensavo fossero frasi da vecchio.
Poi un giorno, in officina, mi accorsi che aveva ragione.
Il signor Bellini non aveva sempre vissuto chiuso in quella casa.
Da giovane aveva lavorato per anni in una piccola officina di paese. Non faceva il meccanico come lo faccio io, con i tester, i manuali e i pezzi ordinati al computer. Lui aggiustava quello che c’era. Motorini, pompe, cancelli elettrici, vecchi furgoni, radio, lampade, persino ferri da stiro.
“Una volta le cose si riparavano prima di buttarle,” diceva.
Non lo diceva con rabbia.
Lo diceva come uno che aveva visto passare il tempo e non aveva più voglia di litigarci.
Un martedì di novembre arrivai da lui più stanco del solito.
Avevo sbagliato una cosa in officina. Una sciocchezza, ma di quelle che ti restano addosso. Avevo stretto male un pezzo, il capo mi aveva ripreso davanti a tutti, e io mi ero sentito piccolo come quando a scuola sbagli una risposta e tutta la classe si gira.
In più, la mia utilitaria faceva un rumore nuovo.
Uno strappo secco quando cambiavo marcia.
La lasciai davanti al cancello e salii con il tè.
Il signor Bellini era seduto in cucina, con Luna sotto il tavolo e la mano appoggiata sulla sua testa.
“Quella macchina non mi piace oggi,” disse prima ancora che mi sedessi.
Io sbuffai.
“Non piace neanche a me. Ma è quella che posso permettermi.”
Lui restò serio.
“Falla girare un momento.”
“Adesso?”
“Adesso.”
Pensai che fosse una perdita di tempo, ma scesi lo stesso.
Accesi il motore. Lui rimase sulla porta, con Luna accanto. Teneva il mento leggermente alzato, come se guardasse con le orecchie.
Feci un paio di colpi di acceleratore.
Lui alzò una mano.
“Spegni.”
Tornai su.
“Secondo me non è solo vecchia,” disse. “C’è qualcosa che sta mollando. Non tirarla troppo.”
Io mi misi a ridere, nervoso.
“Signor Bellini, con tutto il rispetto, lei non la vede nemmeno.”
Lui non si offese.
Fece solo un mezzo sorriso.
“Appunto. Non mi faccio distrarre dalla carrozzeria.”
Quella frase mi rimase in testa.
La mattina dopo, in officina, chiesi al capo di controllarla un attimo. Lui brontolò, ma quando la mise sul ponte diventò serio.
Il signor Bellini aveva ragione.
Un pezzo stava cedendo. Non era ancora rotto del tutto, ma lo sarebbe stato presto. Forse in una curva. Forse di notte. Forse mentre facevo consegne.
Mi sedetti su uno sgabello e rimasi lì, zitto.
Non pensavo più al costo.
Pensavo a quell’uomo cieco che aveva sentito un pericolo prima di me.
La settimana dopo gli portai una crostata semplice, presa dal forno sotto casa.
“Per ringraziarla,” dissi.
Lui toccò la carta, poi sorrise.
“Non dovevi.”
“Lo so. Ma volevo.”
Tagliammo la crostata male, perché io non sono bravo con i coltelli e lui mi dava indicazioni come se fossimo in una gara.
Luna ricevette un pezzetto piccolo, minuscolo, e fece finta di essere stata abbandonata a digiuno da tre anni.
Quel pomeriggio, per la prima volta, il signor Bellini mi parlò di sua moglie senza piangere.
Si chiamava Teresa.
Non “mia moglie”.
Teresa.
Mi raccontò che cantava mentre stendeva i panni. Che metteva troppo sale nel sugo e poi dava la colpa alle pentole. Che quando lui tornava dal lavoro con le mani nere, lei fingeva di arrabbiarsi, ma gli lasciava sempre un asciugamano pulito vicino al lavandino.
“Era una donna pratica,” disse. “Non faceva discorsi grandi. Però, quando entrava in una stanza, sembrava che qualcuno avesse aperto le finestre.”
Io guardai la cucina.
Le finestre erano chiuse.
Ma per un attimo mi sembrò di capire cosa voleva dire.
Dicembre arrivò con la pioggia.
Il giardino del signor Bellini era più ordinato, grazie ai vicini. La cassetta della posta non traboccava più. La signora Marisa passava il giovedì. Un ragazzo del palazzo di fronte portava fuori Luna la domenica mattina. Io restavo il martedì.
Tutto sembrava sistemato.
E forse fu proprio per questo che mi spaventai di più quando, un martedì, lui non aprì.
Suonai una volta.
Poi due.
Poi bussai.
Luna abbaiò dall’interno.
Non un abbaio normale.
Un abbaio corto, spezzato, urgente.
Mi gelò lo stomaco.
“Signor Bellini?”
Niente.
Corsi dalla signora Marisa, che abitava poco più su e aveva una copia delle chiavi, lasciata da lui per sicurezza. Lei venne subito, con il cappotto infilato male e le ciabatte ai piedi.
Entrammo chiamandolo.
Lo trovammo in corridoio, seduto per terra, appoggiato al muro.
Era pallido, ma cosciente.
Luna era accanto a lui, agitata, con il muso sulle sue gambe.
“Non fate quella faccia,” disse piano. “Sono solo scivolato.”
La signora Marisa chiamò aiuto.
Io mi inginocchiai vicino a lui e gli presi la mano.
Era fredda.
“Mi ha fatto prendere dieci anni di vita,” dissi, ma la voce mi tremava.
Lui strinse appena le dita.
“Così arrivi a trentatré. Non è male.”
Voleva scherzare.
Ma aveva paura.
Lo capii perché non lasciava la mia mano.
Lo portarono a controllare. Nulla di grave, per fortuna. Una botta, un po’ di debolezza, tanta paura. Ma quando tornò a casa, due giorni dopo, non era più lo stesso.
Non per il corpo.
Per la testa.
Smise di ridere.
Smise di chiedermi dell’officina.
Ogni volta che qualcuno entrava, lui diceva grazie in fretta, come se volesse liberarsi del debito. Come se ogni gesto gentile fosse una moneta che non poteva restituire.
Un martedì mi disse una cosa che mi fece male.
“Nino, forse è meglio se non passi più così spesso.”
Io rimasi con la busta della posta in mano.
“Perché?”
Lui girò la testa verso la finestra.
“Perché hai ventitré anni. Devi vivere. Non puoi perdere i tuoi pomeriggi dietro a un vecchio che inciampa nel corridoio.”
Posai le lettere sul tavolo.
“Non le sto perdendo.”
“Sì.”
“No.”
“Nino…”
Mi alzai di colpo.
“Lei pensa di essere un peso?”
Lui non rispose.
E quel silenzio fu una risposta.
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