Pensavo di aver salvato Ulisse portandolo via da quella stanza vuota.
Poi, una mattina, capii che forse era stato lui a salvare noi.
Erano passate sei settimane da quando lo avevo preso in braccio nella stanza 14.
Sei settimane da quel copriletto ordinato.
Da quel cuscino senza più il profumo della signora Mancini.
Da quel bottone blu stretto tra le zampe, come l’ultima cosa rimasta al mondo.
Ulisse non era diventato un gatto allegro.
Non sarebbe stato giusto raccontarlo così.
Certi dolori non spariscono perché trovi una ciotola nuova, un asciugamano morbido e una persona che ti vuole bene.
Certi dolori cambiano stanza.
Cambiano ritmo.
Si siedono in un angolo più caldo.
Ma restano.
Ulisse aveva imparato il rumore delle mie chiavi.
Aveva imparato il punto esatto del divano dove arrivava il sole del pomeriggio.
Aveva imparato che, quando tornavo dal turno, mi sedevo sempre due minuti sul pavimento prima ancora di togliermi le scarpe.
Allora lui veniva piano.
Con quella zampa rigida.
Con il passo storto.
Si fermava accanto a me e mi guardava come se dovesse controllare che fossi tornata davvero.
Non faceva grandi feste.
Ulisse non era un gatto da grandi gesti.
Mi dava una sola cosa.
Una zampa sul polso.
Leggera.
Quasi niente.
Ma ogni volta sembrava dire:
“Ci sei.”
E io, senza accorgermene, avevo cominciato a rispondergli a voce bassa:
“Sì, bello mio. Ci sono.”
Il bottone blu era ancora con lui.
Lo teneva dentro l’asciugamano vicino al divano.
Ogni tanto lo spostava.
La mattina lo trovavo vicino alla ciotola.
La sera accanto al letto.
Una volta lo trovai dentro una mia scarpa.
Come se anche lui, a modo suo, stesse cercando un posto dove mettere il passato.
Poi arrivò un giovedì.
Un giovedì qualunque.
Avevo fatto il turno del mattino alla casa di riposo.
La stanza 14 era ancora vuota.
Ogni volta che passavo davanti a quella porta, rallentavo senza volerlo.
La camera era stata pulita.
Il copriletto cambiato.
Il comodino lucidato.
Ma per me restava piena di cose invisibili.
La voce della signora Mancini.
La sua crema per le mani.
Il rumore lieve della mano che batteva due volte sulla coperta.
E Ulisse che aspettava.
Verso mezzogiorno, mentre aiutavo a sistemare il corridoio, vidi una donna ferma davanti alla stanza 14.
Aveva un cappotto scuro.
I capelli raccolti male.
Una borsa stretta al petto.
La riconobbi subito.
Era la figlia della signora Mancini.
La stessa donna che, sei settimane prima, aveva detto:
“Il gatto.”
Solo il gatto.
Il mio corpo si irrigidì prima ancora che la mia testa potesse essere gentile.
Lei si voltò verso di me.
Mi guardò.
Poi abbassò gli occhi.
“Buongiorno”, disse.
“Buongiorno.”
Rimanemmo così per qualche secondo.
Due donne adulte in un corridoio pulito, con troppe cose non dette tra noi.
Poi lei indicò la stanza.
“Mi hanno chiamata. Hanno trovato una busta in fondo all’armadio. Forse era rimasta incastrata dietro un cassetto.”
Annuii.
Non sapevo cosa rispondere.
Lei entrò nella stanza.
Io finsi di sistemare delle lenzuola sul carrello, ma la verità è che non riuscivo ad andare via.
Dopo poco uscì con una busta color crema tra le mani.
Era vecchia.
Piegata con cura.
Sopra c’era scritto, con una calligrafia tremante:
“Per chi si prenderà cura di Ulisse.”
Sentii qualcosa chiudersi nella gola.
La figlia la fissava come se avesse paura di aprirla.
“Lei lo sapeva”, sussurrò.
Non capii subito.
“Che cosa?”
“Mia madre. Lo sapeva che forse non avrei potuto prenderlo.”
Le tremava la bocca.
Non in modo teatrale.
Non come nei film.
Tremava come tremano le persone quando stanno cercando di restare composte davanti a qualcuno che potrebbe giudicarle.
Io non dissi nulla.
Lei aprì la busta.
Dentro c’era un foglio.
Poche righe.
La carta profumava appena di cassetto chiuso e sapone vecchio.
La signora Mancini aveva scritto:
“Ulisse è stato la mia compagnia quando le giornate erano troppo lunghe.
Non lasciatelo solo solo perché è vecchio.
Non è un peso.
È solo un cuore piccolo che ha amato molto.”
La figlia si portò una mano alla bocca.
Io guardai il pavimento.
Perché ci sono frasi che non urlano, ma entrano più forte di qualsiasi grido.
Lei continuò a leggere.
“Se non potrà stare con la mia famiglia, spero che trovi una persona paziente.
Non serve molto.
Una coperta. Una voce bassa.
E qualcuno che lo chiami per nome.”
La donna piegò il foglio con mani goffe.
Poi mi guardò.
“Lei sa dov’è?”
Non finsi di non capire.
“Sì.”
“Sta bene?”
Pensai a Ulisse davanti alla porta.
A Ulisse che aspettava rumori che non sarebbero arrivati.
A Ulisse che mi lasciava il bottone vicino ai piedi come un dono troppo grande.
“Sta meglio”, risposi. “Non sempre bene. Ma meglio.”
Gli occhi della donna si riempirono.
“Io non sono riuscita a guardarlo”, disse.
La frase uscì piccola.
Quasi vergognosa.
“Quel giorno… quando ho preso le cose di mamma… se avessi accarezzato Ulisse, avrei capito davvero che lei non tornava più.”
Mi guardò come se aspettasse una condanna.
“Io lo so che è brutto.”
Avrei potuto dirle di sì.
Una parte di me voleva farlo.
La parte stanca.
La parte che aveva visto troppi anziani salutati in fretta.
Troppi comodini svuotati come se il tempo fosse un pacco da chiudere.
Ma poi pensai alla signora Mancini.
Al suo modo gentile di parlare anche quando le facevano male le mani.
Alla cura con cui divideva un biscotto in tre pezzetti per darne uno a Ulisse e fingere che due bastassero a lei.
Lei non avrebbe voluto una punizione.
Avrebbe voluto che qualcuno capisse.
Così respirai piano.
“Non sempre scappiamo perché non amiamo”, dissi. “A volte scappiamo perché amiamo e non sappiamo dove mettere il dolore.”
La figlia pianse allora.
Senza rumore.
Solo due lacrime che le scesero sulle guance.
“Posso vederlo?”
La domanda arrivò timida.
Come se non ne avesse diritto.
Io pensai a Ulisse.
Alla sua età.
Al suo cuore già spezzato una volta.
Non volevo confonderlo.
Non volevo riaprirgli una ferita solo per calmare la coscienza di qualcuno.
Forse lei lo capì, perché aggiunse subito:
“Non voglio portarlo via. Non posso. E forse… forse non sarebbe nemmeno giusto, adesso.”
Strinse la busta.
“Vorrei solo dirgli il suo nome.”
Quella frase mi colpì più di tutte.
Il suo nome.
Non “il gatto”.
Ulisse.
Le dissi di venire la domenica pomeriggio.
A casa mia.
Con calma.
Senza aspettarsi nulla.
Perché i gatti vecchi, come certe persone ferite, non devono niente a nessuno.
La domenica arrivò con una luce pallida.
Pulii casa senza motivo.
Misi una coperta sul divano.
Spostai la ciotola.
Poi mi fermai e mi sentii ridicola.
Ulisse mi guardava dal corridoio.
Pareva sapere che stava per succedere qualcosa.
Quando suonarono alla porta, lui si alzò.
Lentamente.
Non si nascose.
Non corse.
Rimase fermo a metà del corridoio, con la testa un po’ inclinata.
Aprii.
La figlia della signora Mancini era lì.
Aveva un sacchetto di carta tra le mani.
Dentro c’era una piccola coperta di lana.
Azzurra.
“Era di mamma”, disse. “Stava sulla poltrona, prima della casa di riposo.”
Poi vide Ulisse.
E tutto il suo viso cambiò.
Non sorrise.
Non pianse subito.
Si svuotò.
Come se per un momento fosse tornata bambina e avesse trovato una cosa cara dove non pensava più di vederla.
“Ulisse”, sussurrò.
Lui non si mosse.
La guardò.
I suoi occhi verdi, velati e vecchi, restarono fissi su di lei.
Lei si inginocchiò piano.
Non allungò la mano.
Questo mi piacque.
Capì che non poteva prendere.
Doveva aspettare.
“Ciao, signorino”, disse.
A quella parola, Ulisse abbassò le orecchie.
Il mio cuore fece male.
Perché era una parola della signora Mancini.
Una parola che forse lui aveva conservato da qualche parte, sotto il pelo rosso spettinato, accanto al bottone blu.
La donna si coprì la bocca.
“Scusami”, mormorò. “Scusami, piccolo.”
Ulisse fece un passo.
Poi un altro.
Il suo passo storto sembrava più fragile del solito.
Arrivò vicino alla coperta azzurra.
La annusò.
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