Il giorno dopo, quel vecchio motore tornò a parlare. E stavolta non parlò solo a Loris. Parlò anche a me.
La mattina del giro per Corrado mi svegliai prima della sveglia.
Alle sei ero già in piedi, con il caffè sul fornello e le mani appoggiate al tavolo della cucina.
In casa c’era quel silenzio strano dei giorni importanti.
Non lavoravo più in officina.
Almeno, sulla carta.
Eppure avevo la testa piena di bulloni, odore di benzina, candele da controllare e quel ragazzo magro che stringeva le chiavi come se fossero l’ultima cosa rimasta di suo nonno.
Mia moglie, Anna, entrò in cucina con la vestaglia sulle spalle.
«Hai dormito?»
«Un po’.»
Lei mi guardò come sanno guardarti solo le donne che ti conoscono da una vita.
«Quel ragazzo ti è rimasto addosso.»
Annuii.
«Anche suo nonno, in un certo modo.»
Anna si sedette davanti a me.
«Allora vai.»
«Non mi ha chiesto niente.»
«Vittorio, certi aiuti non aspettano l’invito.»
Non risposi.
Andai nel garage dietro casa e aprii il carrello degli attrezzi.
Era lì, finalmente mio.
Non più in un angolo dell’officina a essere giudicato lento.
Lì dentro ogni ammaccatura aveva un nome.
Ogni chiave sapeva dove tornare.
Presi qualche attrezzo, una lampada, due candele vecchie ma ancora buone, un cavo di scorta e li misi in una borsa.
Poi presi la giacca.
Il punto di ritrovo era vicino al bar della piazza vecchia.
Quando arrivai, vidi subito la coupé blu.
Stava parcheggiata un po’ di lato, lucidata alla meglio, con ancora la vernice stanca e i segni del tempo.
Ma quella mattina sembrava più fiera.
Come certi anziani quando si mettono la giacca buona per una festa di famiglia.
Loris era accanto alla macchina.
Camicia semplice, capelli pettinati male, occhi rossi.
Sul sedile del passeggero c’era una piccola foto incorniciata.
Un uomo con il sorriso largo, una mano sul cofano della stessa macchina e l’altra sulla spalla di un bambino.
Corrado e Loris, qualche anno prima.
Appena mi vide, Loris fece un mezzo passo verso di me.
«Pensavo che non venisse.»
«E io pensavo che tu avessi già dimenticato di controllare l’olio.»
Per la prima volta, sorrise davvero.
«L’ho controllato. Due volte.»
Mi chinai sul motore.
Non perché non mi fidassi.
Ma perché certe cose, prima di un viaggio, vanno salutate.
Il motore partì al secondo colpo.
Non perfetto.
Vivo.
Il rumore riempì la piazza e alcune persone si girarono.
C’erano parenti, due amici di Corrado, una signora con un mazzo di fiori, un uomo anziano con un cappello in mano.
Nessuna grande cerimonia.
Solo gente normale.
Di quella che non fa rumore, ma resta.
Loris si mise al volante.
Io rimasi fuori, con una mano appoggiata al finestrino.
«Ricordati», gli dissi. «Non la tirare. Ascoltala.»
«Come ieri.»
«Meglio di ieri.»
Lui annuì.
Poi guardò la foto sul sedile.
«Nonno, andiamo.»
E partì.
Io li seguii con la mia vecchia utilitaria, a qualche macchina di distanza.
Il giro non era lungo.
Dalla piazza alla strada del lago, poi su per la collina dove Corrado portava Loris la domenica.
Era una strada semplice.
Due curve, qualche campo, case basse con i panni stesi, un campanile in lontananza.
Ma per quel ragazzo sembrava un viaggio enorme.
A metà strada, però, la coupé fece un singhiozzo.
Uno solo.
Poi un altro.
Io lo sentii anche con il finestrino chiuso.
Loris accostò subito in una piazzola.
Scesi piano.
Non volevo mettergli fretta.
Non volevo essere il vecchio che arriva e prende il posto del ragazzo.
Lui era pallido.
«L’ho rovinata?»
«No.»
«Ma ha fatto quel rumore.»
«Appunto. Ti ha parlato.»
Aprii il cofano insieme a lui.
Non da solo.
Insieme.
«Adesso dimmi tu cosa senti.»
Loris mi guardò spaventato.
«Io?»
«Tu.»
Fece un respiro e si avvicinò.
Il motore girava male, basso, come se perdesse il filo.
Loris ascoltò.
Davvero.
Non con l’ansia di rispondere.
Con l’orecchio.
Con il petto.
Con la paura anche, sì.
Ma anche con rispetto.
«Sembra… come se mancasse qualcosa ogni tanto.»
«Bravo.»
Gli porsi la chiave piccola.
«Controlliamo quel cavo che ieri ballava.»
Le sue mani tremavano.
La prima volta gli cadde la chiave.
La raccolse subito, diventando rosso.
«Scusi.»
«Non chiedere scusa a un attrezzo. Chiedigli solo di aiutarti.»
Mi guardò.
Poi rise piano.
Una risata minuscola, ma era già qualcosa.
Sistemammo il cavo.
Io gli feci vedere come stringere senza forzare.
«La forza serve poco, Loris. La misura serve di più.»
Lui annuì.
Risalì in macchina.
Girò la chiave.
Il motore riprese pieno.
Più pulito di prima.
Dietro di noi, le altre auto aspettavano in silenzio.
Nessuno suonò.
Nessuno si lamentò.
Un uomo anziano si avvicinò e mi disse piano:
«Corrado avrebbe pianto a vedere questa scena.»
Io guardai Loris che teneva il volante con entrambe le mani.
«Forse sta già facendo rumore a modo suo.»
Arrivammo al lago poco dopo.
Il cielo era chiaro, con quelle nuvole leggere che sembrano passare senza voler disturbare.
Loris parcheggiò la coupé vicino agli alberi.
Poi spense il motore.
Per un attimo nessuno parlò.
Si sentivano solo l’acqua, qualche uccello e il ticchettio del metallo caldo sotto il cofano.
Quel suono, per chi non lo sa, sembra niente.
Per me è una macchina che si riposa.
Loris prese la foto di Corrado e la tenne contro il petto.
«Io volevo solo farcela», disse. «Almeno oggi.»
«Ce l’hai fatta.»
«Grazie a lei.»
Scossi la testa.
«No. Io ho solo tenuto aperta la porta. Sei passato tu.»
Lui abbassò gli occhi.
«Non so se sarò capace di imparare davvero.»
Guardai le sue mani.
Non erano mani da meccanico.
Non ancora.
Erano mani da ragazzo, con le unghie pulite e qualche graffio nuovo.
Ma già non erano più le stesse del giorno prima.
«Nessuno nasce capace», dissi. «Tuo nonno ha imparato. Io ho imparato. Anche Damiano, forse, un giorno imparerà qualcosa.»
Loris sorrise appena.
«Verrò sabato.»
«Alle otto.»
«Così presto?»
«I motori vecchi non amano i pigri.»
Quella volta rise più forte.
E mi fece bene.
Il sabato dopo arrivò alle sette e cinquanta.
Con un quaderno nuovo, una penna e la coupé blu che tossiva appena, come un vecchio cane contento di uscire.
Io avevo già aperto il garage.
Anna aveva preparato due caffè e una bottiglia d’acqua.
«Non farlo diventare matto», mi disse.
«Non prometto niente.»
Loris entrò guardandosi intorno.
Il mio garage non era grande.
Un banco, qualche mensola, cassette con pezzi recuperati, una radio vecchia, il pavimento macchiato in punti che non sarebbero mai più venuti puliti.
Per me era un posto normale.
Per lui sembrava una scuola segreta.
«Da dove iniziamo?» chiese.
Presi una candela usata e gliela misi in mano.
«Da questa.»
Lui la guardò.
«È piccola.»
«Anche certe cose piccole possono fermare una vita intera.»
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