Alle 18:43 vidi il mio apprendista abbassare la testa, e capii che quella cliente non stava criticando i capelli. Stava spezzando lui.
Mi chiamo Roberto Mancini, ho cinquantadue anni e da quasi vent’anni ho un piccolo salone da parrucchiere a Modena.
Non è un posto elegante.
Tre poltrone, due lavatesta, uno specchio grande all’ingresso, il profumo dello shampoo che resta nell’aria e una macchinetta del caffè che fa più rumore del dovuto.
Da settembre lavora con me Matteo.
Ha diciassette anni.
È magro, educato, sempre un po’ rigido nei movimenti. Dice “mi scusi” anche quando non ha fatto niente. Arriva prima dell’orario, piega gli asciugamani, pulisce i lavatesta e si scrive tutto su un quaderno a righe.
Come tenere la spazzola tonda.
Come dividere bene le ciocche.
Come parlare con una cliente nervosa senza perdere la calma.
Matteo non è un fenomeno.
Lo dico con onestà.
A volte è lento. A volte guarda me per essere sicuro di non sbagliare. A volte tiene il phon troppo vicino e io devo correggerlo.
Ma vuole imparare.
E oggi, secondo me, questa è già una cosa grande.
In Italia parliamo tanto di ragazzi che non hanno voglia di fare niente. Poi, quando uno a diciassette anni sceglie di imparare un mestiere, c’è sempre qualcuno pronto a farlo sentire piccolo.
Quel venerdì entrò la signora Rinaldi.
Sulla cinquantina, cappotto chiaro, borsa rigida, trucco perfetto. Una di quelle persone che non alzano mai la voce, ma riescono comunque a ferirti con mezza frase.
“Solo una piega semplice”, disse.
Io stavo finendo di sistemare la cassa, così chiesi a Matteo di cominciare.
Lui annuì subito.
“Certo, Roberto.”
Le mise la mantellina con attenzione. La accompagnò al lavatesta, le lavò i capelli piano, poi la fece accomodare davanti allo specchio.
All’inizio sembrava tutto normale.
Poi arrivò la prima frase.
“Non così. La spazzola si tiene meglio.”
Matteo arrossì.
“Mi scusi, signora.”
Corresse la mano.
Dopo pochi secondi, lei sospirò.
“Attento. Mi hai tirato un capello.”
“Mi dispiace.”
Io alzai gli occhi.
Ci sono clienti difficili. In un salone lo impari presto. A volte vuoi solo finire il servizio, sorridere e lasciar passare.
Ma la signora Rinaldi non voleva solo una piega.
Voleva qualcuno su cui sentirsi superiore.
“Sei proprio sicuro che questo lavoro faccia per te?” chiese, guardandolo dallo specchio.
Matteo si bloccò.
Il phon continuava a soffiare, ma la sua mano non si muoveva più.
“Sto imparando, signora”, rispose piano.
Lei fece un piccolo sorriso.
“Si vede. Forse alla tua età sarebbe stato meglio studiare di più.”
Quelle parole caddero nel salone come forbici sul pavimento.
Matteo riprese la spazzola, ma ormai tremava.
Una ciocca gli scappò. Cercò di rimetterla in ordine. Più provava a fare bene, più sembrava andare tutto storto.
La signora sbuffò.
“Ormai fanno lavorare davvero chiunque.”
In quel momento non vidi più solo Matteo.
Vidi me stesso a sedici anni, in un salone di periferia, con le mani sudate e la paura di non essere abbastanza. Anch’io avevo sentito dire che chi faceva un mestiere manuale era uno che non aveva combinato altro.
Per poco non avevo mollato.
Poi il mio vecchio titolare si era messo davanti a me e aveva detto una frase che non ho mai dimenticato:
“Un ragazzo che vuole imparare non si umilia. Si accompagna.”
Così posai il registro.
Mi avvicinai a Matteo e gli tolsi delicatamente il phon di mano.
Lo spensi.
Il salone diventò silenzioso.
La signora Rinaldi mi guardò nello specchio.
“Finalmente. Adesso finisce lei?”
“No, signora.”
Si girò piano.
“Come sarebbe?”
Rimasi calmo.
Non volevo fare scena. Non volevo offenderla. Volevo solo mettere un limite.
“Matteo è al primo anno. Sta imparando un mestiere. Per questo è qui.”
Lei strinse le labbra.
“Io pago per essere servita bene.”
“E ha ragione a voler essere servita bene”, dissi. “Ma non ha il diritto di far vergognare un ragazzo che sta lavorando onestamente.”
Il viso le diventò duro.
“Mi sta dando una lezione di educazione?”
La guardai senza alzare la voce.
“No. Le sto dicendo che una piega sbagliata si può rifare. L’autostima rotta di un ragazzo ci mette molto di più.”
Matteo era dietro di me, pallido, con gli occhi lucidi.
Le tolsi la mantellina con cura. Un lato dei capelli era quasi fatto, l’altro ancora senza forma.
“Per oggi non continuo il servizio”, dissi. “Può tornare quando sarà pronta a trattare con rispetto le persone che lavorano qui.”
Per un attimo pensai che avrebbe urlato.
Invece prese la borsa e uscì.
Nessuno rise.
E fu meglio così.
Quando la porta si chiuse, Matteo disse:
“Mi dispiace. Le ho fatto perdere una cliente.”
Aprii il cassetto e presi un vecchio pettine nero, consumato sui denti. Lo avevo usato il giorno del mio esame finale.
Glielo misi in mano.
“Ascoltami bene, Matteo. Una cliente può tornare. Ma se oggi ti lascio credere che non vali niente, perdo te.”
Lui scoppiò a piangere in silenzio.
“Io volevo solo fare bene”, disse.
“Lo so. Ed è proprio per questo che devi restare.”
Una settimana dopo fece la sua prima prova alla scuola professionale.
Non fu il migliore.
Ci mise troppo sulle finiture. Una riga non era perfetta.
Però, quando prese la spazzola, la mano non tremava più.
Tre giorni dopo trovai una busta sotto la serranda del salone.
Dentro c’era un biglietto.
“Per Matteo. Ho ripensato alle mie parole. Mi sono vergognata. Non dei miei capelli. Di me. Scusami.”
Matteo lo lesse due volte.
Poi lo piegò con attenzione e lo mise nel suo quaderno a righe.
Quel giorno capii una cosa semplice.
Non si aiutano i giovani evitandogli ogni errore.
Si aiutano non permettendo a nessuno di convincerli che imparare sia una vergogna.
Perché un Paese non va avanti solo con i titoli appesi al muro.
Va avanti anche con le mani di chi impara.
E con gli adulti che hanno il coraggio di difenderle.
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