Il veterinario disse che non avrebbe superato la notte, ma quella minuscola gattina aveva ancora qualcosa da fare

Telefonavo più spesso a mia figlia.

Non perché la mia vita fosse diventata facile.

Le bollette continuavano ad arrivare.

La macchina continuava a fare rumori sospetti.

Al lavoro continuavano a cambiare gli orari.

Ma ora, quando infilavo la chiave nella porta, sentivo Briciola dall’altra parte.

Un verso.

Due zampette.

Qualcosa che mi aspettava.

Essere attesi cambia il peso di una giornata.

Il veterinario che l’aveva vista la prima sera quasi non la riconobbe al controllo.

La guardò saltare sul tavolo e rise.

«Questa qui adesso è un problema.»

«Me ne sono accorto.»

L’occhio era guarito.

Aveva preso peso.

Il pelo era diventato morbido.

Le erano rimasti un piccolo taglio sull’orecchio e una cicatrice sottile vicino all’occhio.

Mi piacevano.

Erano la prova che non tutto ciò che si rompe deve tornare come prima per diventare bello.

Qualche giorno dopo pubblicai due foto nel gruppo del quartiere.

Una del giorno in cui l’avevo trovata.

Una di lei sul davanzale, pancia piena e aria da nobildonna.

Raccontai in poche righe che il veterinario pensava non avrebbe superato la notte.

Il post iniziò a girare.

Arrivarono centinaia di commenti.

Persone che raccontavano dei loro animali.

Vedovi che parlavano del cane rimasto dopo la morte della moglie.

Donne anziane che mostravano gatti trovati nei cortili.

Figli adulti che scrivevano di genitori soli rinati dopo aver adottato un animale.

Poi, naturalmente, arrivarono anche gli altri.

«Bella storia, ma se uno non può permettersi un animale non dovrebbe prenderlo.»

«L’amore non paga le cure.»

«Con tutta la gente sola che c’è, ci commuoviamo per un gatto.»

Lessi tutto.

Errore.

Una frase mi rimase nello stomaco.

“L’amore non paga le cure.”

Era vero.

Ed è questo che faceva più male.

Perché le frasi vere possono diventare crudeli quando vengono usate senza misericordia.

Chiusi il telefono.

Briciola mi saltò addosso, annusò il mio mento e mi diede un morsetto.

Non forte.

Abbastanza per mancarmi di rispetto.

Risi.

Pensai una cosa che non scrissi.

A volte chi sembra meno adatto a salvare qualcuno è l’unico che si ferma.

Non perché abbia soldi avanzati.

Non perché abbia tempo.

Ma perché sa cosa significa sentirsi di troppo.

Passarono alcuni giorni.

Un venerdì tornai a casa distrutto.

Il turno era stato interminabile.

La macchina aveva ricominciato a fare rumore.

Il lavandino del bagno si era otturato.

Avevo due borse della spesa che mi tagliavano le dita.

Aprii la porta.

Briciola mi venne incontro.

Poi, invece di girarmi intorno come al solito, scappò nel corridoio del condominio.

«Briciola!»

Non mi ascoltò.

Corse fino alla porta dell’appartamento di fronte.

Quello del signor Aldo Rinaldi.

Aldo avrà avuto settantanove anni.

Forse ottanta.

Uno di quegli uomini che si vestono anche per scendere a prendere la posta.

Camicia infilata nei pantaloni.

Pantofole pulite.

Capelli bianchi sempre pettinati.

Lo conoscevo appena.

Un buongiorno.

Una frase sull’ascensore.

Un commento sulle bollette condominiali.

Una volta Briciola era entrata per sbaglio nel suo appartamento.

Lui l’aveva guardata e aveva detto:

«Piccola, se continui così prima o poi ti eleggono amministratrice.»

Aveva sorriso appena.

Poi me l’aveva restituita.

Fine.

Quella sera Briciola si piantò davanti alla sua porta.

Cominciò a urlare.

Non era il solito miagolio.

Era lungo.

Strano.

Quasi arrabbiato.

Bussai.

«Signor Aldo?»

Niente.

Bussai ancora.

Dentro si sentiva la televisione.

Bassa.

Una voce che parlava.

Nessun passo.

«Briciola, basta. Starà dormendo.»

Lei colpì la porta con entrambe le zampe.

Tornai nel mio appartamento.

Misi il latte in frigo.

Il pane sul tavolo.

Mi lavai le mani.

Briciola non tornò.

Quando uscii, era ancora davanti a quella porta.

Stessa posizione.

Stesso verso.

E qui devo confessare un’altra cosa.

Esitai.

Perché in città impari a non disturbare.

Anche nei condomini italiani dove un tempo le porte restavano aperte e la vicina sapeva cosa cucinavi dall’odore delle scale, oggi abbiamo imparato a dire:

“Non voglio impicciarmi.”

“Saranno fatti suoi.”

“Meglio non entrare nelle vite degli altri.”

A volte è rispetto.

A volte è paura.

Altre volte è soltanto un modo elegante per non assumersi responsabilità.

Scesi dal custode.

Gli dissi che ero preoccupato per Aldo.

Lui fece una faccia incerta.

«Magari è uscito.»

«La televisione è accesa.»

Alzò le spalle.

Stavo quasi per tornare su.

Poi sentimmo il verso di Briciola dalle scale.

Anche lui lo sentì.

«È il tuo gatto?»

«Sì.»

«Fa sempre così?»

«Mai.»

Prese le chiavi.

Salimmo.

Una signora aprì la porta.

Poi un altro vicino.

Succede sempre così.

Fino a un minuto prima nessuno sa niente.

Poi qualcosa cambia nell’aria e improvvisamente tutti sanno di aver notato qualcosa.

Il custode bussò forte.

«Signor Rinaldi!»

Niente.

Aprì.

Fece un passo.

Poi si fermò.

«Chiama i soccorsi.»

Aldo era a terra tra il divano e il tavolino.

Un bicchiere rovesciato.

Una pantofola sfilata.

La televisione accesa.

Una lampada illuminava il soggiorno con quella luce calda che si lascia quando pensi di alzarti di nuovo tra cinque minuti.

Era vivo.

Ma non stava bene.

Quando arrivarono i soccorritori, uno di loro mi chiese:

«Chi l’ha trovato?»

Guardai Briciola.

Si era nascosta dietro le mie gambe.

«Lei.»

L’uomo pensò stessi scherzando.

«La gatta.»

Aldo venne portato via.

Il corridoio si riempì di persone.

«Non lo vedevo da ieri.»

«Mi sembrava più stanco.»

«Dovevo chiedergli se aveva bisogno della spesa.»

«Sua nipote non vive lontano?»

Tutti avevano un pezzetto della vita di Aldo.

Nessuno aveva il quadro completo.

La signora dell’appartamento accanto, Teresa, disse:

«Avevo notato che non aveva ritirato la posta.»

Il ragazzo del piano sopra disse:

«Ieri camminava male.»

Il custode guardò per terra.

«Forse avrei dovuto controllare.»

Forse.

Una parola leggerissima prima.

Pesantissima dopo.

Quella notte dormii poco.

Continuavo a vedere il soggiorno di Aldo.

La lampada.

La televisione.

La pantofola.

E soprattutto continuavo a pensare:

Io ero a cinque metri.

Senza Briciola avrei cenato.

Avrei acceso la televisione.

Sarei andato a letto.

Aldo sarebbe rimasto lì.

Il giorno dopo Teresa mi fermò sulle scale.

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