Il veterinario disse che non avrebbe superato la notte, ma quella minuscola gattina aveva ancora qualcosa da fare

Aveva i bigodini coperti da un foulard, proprio come li portava mia madre la domenica mattina.

Guardò Briciola.

«Ma come ha fatto a capirlo?»

«Non lo so.»

Teresa strinse le labbra.

«Quella bestiola ha più attenzione di tutti noi messi insieme.»

Sembrava una battuta.

Non lo era.

Per due giorni sapemmo soltanto che Aldo era vivo.

Poi sua nipote chiamò il custode.

Caduta.

Disidratazione.

Alcune complicazioni.

Qualche ora in più avrebbe potuto cambiare tutto.

Quella sera riguardai il mio vecchio post.

C’erano ancora persone che litigavano sotto la foto di Briciola.

Chi aveva ragione.

Chi aveva torto.

Chi poteva permettersi di salvare un animale.

Chi no.

Pensai di raccontare di Aldo.

Poi lasciai perdere.

Non volevo trasformare la sua fragilità in una storia da mettere in vetrina.

Preferii fare una cosa più semplice.

Cominciai a imparare i nomi dei vicini.

La signora coi bigodini era Teresa.

Il ragazzo sempre con le cuffie si chiamava Luca e studiava ingegneria.

La madre del primo piano era Elisa e lavorava di notte tre volte alla settimana.

Il pensionato accanto all’ascensore, Giuseppe, aveva una moglie con problemi alle ginocchia e ogni giovedì portava da solo quattro borse della spesa.

Pensai a quando ero bambino.

Nel palazzo di mia nonna bastava tossire sul pianerottolo e tre porte si aprivano.

Una ti offriva acqua.

Una chiedeva se avevi la febbre.

La terza telefonava già a tua madre.

All’epoca mi sembrava invadenza.

Adesso quella stessa cosa aveva un altro nome.

Presenza.

Cominciai a tenere la porta.

A chiedere se serviva qualcosa dal supermercato.

A bussare quando vedevo posta accumulata.

A salutare davvero, aspettando la risposta.

Briciola divenne famosa.

“Quella che ha trovato Aldo.”

Teresa diceva che aveva gli occhi da guardiana.

Luca le comprò una pallina rumorosa.

Giuseppe sosteneva che meritasse una targhetta da portinaia.

Briciola accettava tutto come se fosse il minimo dovuto.

Undici giorni dopo, Aldo tornò.

Vidi il mezzo fermarsi davanti al palazzo.

Uscii sul pianerottolo.

Il custode lo aiutava lentamente.

Aldo era pallido.

Più magro.

Ma camminava.

Ci sono scene normali che fanno più male di quelle drammatiche.

Un vecchio che riesce di nuovo a infilare la sua chiave nella serratura di casa è una di queste.

Mi vide.

Poi vide Briciola.

Sorrise.

«Mi hanno detto che la tua capa fa un gran casino.»

Risi.

Lui si piegò piano e allungò una mano.

Briciola gli annusò le dita.

Poi strusciò la testa contro le sue nocche.

Una sola volta.

Aldo non disse nulla.

Nemmeno io.

Alcuni momenti diventano più piccoli se provi a spiegarli.

Due giorni dopo trovai una busta sotto la porta.

Carta color crema.

Sopra c’era scritto “Marco” con una grafia tremante.

Dentro, poche righe.

“Tu e quella piccola peste avete fatto più rumore di quanto il mio orgoglio avrebbe gradito. Per fortuna. Grazie. Le ho fatto una cosa. Aldo.”

Attaccato al biglietto c’era il giocattolo più brutto che avessi mai visto.

Un topo fatto con un vecchio calzino grigio.

Storto.

Imbottito male.

Due orecchie di stoffa.

Una coda di filo.

Briciola impazzì.

Lo prese tra i denti.

Lo trascinò per casa.

Lo mise nella ciotola dell’acqua.

Poi lo tirò fuori.

La notte dormì tenendoci sopra una zampa.

Da quel momento Aldo cominciò a lasciare la porta socchiusa nel pomeriggio.

Non spalancata.

Solo aperta di cinque centimetri.

Come per dire:

“Non sono irraggiungibile.”

Quando tornavo dal lavoro sentivo la radio.

Oppure il cucchiaino nella tazza.

Qualche volta mi fermavo.

Parlavamo.

Scoprii che aveva lavorato per quarant’anni come manutentore.

Era rimasto vedovo da diciassette.

Non aveva figli.

Aveva una nipote a Genova che, dopo l’incidente, aveva cominciato a telefonargli ogni sera.

«Non voglio darle fastidio.»

«Aldo, se chiama è perché vuole chiamare.»

Lui sorrideva.

«Voi giovani dite così.»

«Io ho cinquantasei anni.»

«Per me sei giovane.»

Questo chiudeva la discussione.

La domenica successiva Teresa ebbe un’idea.

«Perché non mangiamo tutti insieme nel cortile?»

All’inizio nessuno rispose.

Poi qualcuno disse di sì.

Poi un altro.

La domenica, alle dodici e mezza, apparvero tavoli pieghevoli, tovaglie diverse, teglie, piatti, bottiglie e sedie recuperate da ogni appartamento.

Teresa preparò le lasagne.

Giuseppe portò le polpette.

Elisa fece una torta salata.

Io cucinai il ragù di mia madre.

Aldo scese con una frittata di cipolle che dichiarò essere “l’unica ricetta che un uomo dovrebbe conoscere bene”.

Luca portò bibite e pane.

Era buffo.

Vivevamo tutti nello stesso stabile da anni.

Avevamo sentito litigi attraverso i muri.

Trapani.

Bambini.

Scarichi.

Televisioni.

Telefonate.

Ma quella era la prima volta che ci sedevamo allo stesso tavolo.

Briciola camminava sotto le sedie come un assessore durante una festa di paese.

A un certo punto Aldo la prese in braccio.

Lei rimase ferma.

Cosa che con me non faceva mai.

«Lo sai perché ti ha scelta?» mi chiese Teresa.

«Chi? Briciola?»

«Sì.»

«Perché ero lo scemo più vicino.»

Risero.

Aldo no.

Guardava la gattina.

Poi disse:

«Forse riconosce quelli che hanno bisogno di compagnia.»

Mi si strinse qualcosa in gola.

Abbassai gli occhi sul piatto.

Perché ci sono verità che accetti più facilmente quando arrivano mascherate da scherzo.

Quella sera chiamai mia figlia.

Parlammo quasi un’ora.

Non le dissi niente di speciale.

Lei mi raccontò del lavoro.

Io del pranzo condominiale.

Le mandai una foto di Briciola dentro una scatola.

Prima di chiudere mi disse:

«Papà, ultimamente ti sento diverso.»

«Peggio?»

«No. Più presente.»

Rimasi seduto al tavolo anche dopo la telefonata.

Quella parola continuava a rimbalzarmi in testa.

Presente.

Forse era quello che avevo perso.

Non la felicità.

Non la giovinezza.

Non il matrimonio.

La presenza.

Avevo attraversato gli ultimi anni cercando soprattutto di non creare problemi a nessuno.

Ero diventato bravo a non chiedere.

A non disturbare.

A non aspettarmi.

Sembra dignità.

A volte è soltanto solitudine ben vestita.

Un mese dopo decisi di pubblicare un nuovo post.

Questa volta senza mostrare Aldo.

Senza raccontare dettagli che appartenevano a lui.

Misi solo una foto di Briciola addormentata sul bucato pulito con il topo-calzino accanto.

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