Credevo che, dopo l’ospedale, sarei tornato alla mia solita casa silenziosa. Invece trovai qualcosa davanti alla porta che mi tolse il fiato.
Quando mi dimisero, camminavo piano.
Un passo, poi il bastone.
Un altro passo, poi il respiro.
L’anca faceva male, ma il medico era stato chiaro: niente di rotto, solo tanta paura e qualche giorno di riposo.
Loris venne a prendermi con la sua vecchia macchina da lavoro, non con la moto.
“Così non le tremano le ossa, signor Tullio,” disse, cercando di scherzare.
Io sorrisi appena.
Non ero abituato a essere accompagnato.
Per anni ero stato io quello che accompagnava Nerina: dal medico, al mercato, al cimitero per salutare i suoi genitori. Dopo la sua morte, nessuno mi aveva più preso sotto braccio davvero.
Quando arrivammo davanti casa, vidi Alida sul vialetto.
La sua bambina, Mirella, teneva in mano un piccolo vaso.
Dentro c’erano gerani rossi.
Non erano perfetti. Alcune foglie erano piegate, un fiore era già mezzo caduto. Però erano vivi.
Sul gradino c’era un biglietto.
Lo riconobbi subito.
La calligrafia era quella di Loris.
C’era scritto:
Bentornato. Stavolta non trova solo il vialetto libero.
Mi fermai.
Il nodo alla gola arrivò prima delle parole.
“Li abbiamo scelti noi,” disse Mirella, seria come solo i bambini sanno essere. “La mamma ha detto che alla signora Nerina piacevano.”
Guardai Alida.
Lei abbassò gli occhi, un po’ imbarazzata.
“Me l’ha raccontato Loris,” disse. “Spero non le dispiaccia.”
Dispiacere?
Io non riuscivo nemmeno a parlare.
Per mesi avevo lasciato morire quei vasi perché guardarli mi faceva male. Pensavo che rimettere i gerani fosse come tradire Nerina, come fingere che tutto fosse tornato normale.
Ma quel giorno capii una cosa.
I fiori non cancellano chi manca.
Gli fanno spazio.
Loris aprì la porta e mi aiutò a entrare.
La cucina era pulita.
Non pulita come quando c’era Nerina, certo. Quello non sarebbe più successo. Ma qualcuno aveva tolto la polvere dal tavolo, lavato i piatti rimasti nel lavandino, sistemato la sedia vuota senza spostarla dal suo posto.
La tazza coi fiorellini azzurri era ancora lì.
Intatta.
Davanti alla sedia di Nerina.
Mi sedetti piano.
Loris rimase in piedi vicino alla porta, come se avesse paura di aver fatto troppo.
Alida teneva Mirella per mano.
“Nessuno ha toccato quella,” disse Loris, indicando la tazza. “Non sapevo se…”
“Avete fatto bene,” lo interruppi.
Poi presi fiato.
“Avete fatto tutto bene.”
Da quel giorno, la mia casa cambiò passo.
Non diventò rumorosa.
Non diventò allegra all’improvviso.
La felicità vera non entra sfondando la porta. Entra piano, si pulisce le scarpe sul tappeto e aspetta che tu le dica se può sedersi.
Loris continuò a passare il venerdì.
Ma ora non veniva più solo per aggiustare qualcosa.
A volte arrivava con il pane. A volte con due pesche. A volte senza niente, solo con le mani ancora sporche di officina e quel suo modo goffo di chiedere: “Caffè?”
Io rispondevo sempre la stessa cosa.
“Forte.”
E lui sorrideva.
Alida cominciò a fermarsi ogni tanto dopo la spesa.
Non chiedeva mai nulla.
Questo mi colpiva.
Certe persone, quando aiutano, poi lo fanno pesare. Alida no. Portava una torta semplice, o due uova fresche prese da una zia in campagna, o soltanto Mirella che voleva salutare “il signore dei gerani”.
Così mi chiamava.
Il signore dei gerani.
All’inizio mi fece ridere.
Poi mi fece piangere, ma di nascosto.
Mirella aveva sei anni e una curiosità che entrava dappertutto.
Una volta mi chiese perché tenessi una tazza vuota davanti a una sedia vuota.
Alida diventò subito rossa.
“Mirella, non si chiede.”
Io alzai una mano.
“Va bene.”
La bambina mi guardava con quegli occhi puliti, senza cattiveria.
“Era della mia Nerina,” dissi. “La beveva ogni mattina. Io la tengo lì perché mi sembra di farle ancora compagnia.”
Mirella restò in silenzio per qualche secondo.
Poi disse:
“Allora non è vuota.”
Io sentii qualcosa stringermi il petto.
“No,” risposi piano. “Forse hai ragione tu.”
Un pomeriggio, mentre Loris sistemava la cerniera del cancelletto, lo vidi fermarsi vicino ai gerani.
Aveva il viso tirato.
“Va tutto bene?” gli chiesi.
Lui fece spallucce.
“Giornata storta.”
Non aggiunse altro.
Io sapevo che quelli come Loris parlano poco quando stanno male. Hanno imparato a tenersi tutto dentro, magari perché troppe volte qualcuno ha scambiato il loro silenzio per durezza.
Gli preparai un caffè.
Poi, senza guardarlo troppo, dissi:
“Tua madre come si chiamava?”
Le sue mani si fermarono sulla tazzina.
“Renata.”
“Ti somigliava?”
Sorrise appena.
“Per niente. Lei era piccola, sempre elegante. Io già a tredici anni sembravo un armadio mal riuscito.”
Ridemmo.
Fu una risata breve, ma vera.
Poi lui si passò una mano sugli occhi.
“Mi manca ancora. A volte penso che dovrei aver superato tutto.”
Io guardai la tazza di Nerina.
“Chi ha deciso che certe mancanze si devono superare?”
Loris non rispose.
“All’inizio,” continuai, “io credevo che il dolore fosse una stanza da cui uscire. Poi ho capito che forse è una stanza dove impari ad aprire le finestre.”
Lui abbassò lo sguardo.
“E lei le ha aperte?”
“Non da solo.”
Quel venerdì restammo seduti più del solito.
Non aggiustammo niente.
O forse sì.
Solo che certe cose non fanno rumore quando si riparano.
Con il passare delle settimane, il piccolo cortile davanti casa tornò a vivere.
La siepe rimase dritta.
L’erba tra le mattonelle non ebbe più il tempo di crescere troppo.
I gerani diventarono pieni, rossi, quasi sfacciati.
Ogni volta che li annaffiavo, mi pareva di sentire Nerina brontolare:
“Non affogarli, Tullio. Sono fiori, mica riso.”
E io ridevo da solo.
Un giorno, Alida arrivò con Mirella e una faccia preoccupata.
“Non voglio disturbare,” disse.
Quando una persona comincia così, di solito ha già chiesto scusa troppe volte nella vita.
“Entra,” le dissi.
Si sedette sulla punta della sedia.
Mi raccontò che il lavoro le stava cambiando gli orari, che la bambina usciva da scuola prima in certi giorni, che non sapeva come organizzarsi.
Non mi chiese soldi.
Non mi chiese favori enormi.
Mi chiese solo se, una volta ogni tanto, Mirella potesse fermarsi da me mezz’ora.
“Solo quando proprio non riesco,” disse subito. “Le porto la merenda, non deve fare niente, davvero.”
Io guardai la bambina.
Stava osservando la tazza di Nerina, come se fosse un oggetto prezioso.
“Mezz’ora?” dissi.
Alida annuì.
“Anche un quarto d’ora.”
Mi venne da sorridere.
“Signora mia, io ho settantacinque anni. Le giornate qui dentro sono lunghe come processioni. Mezz’ora di compagnia non è un disturbo.”
Così Mirella cominciò a venire da me il mercoledì.
Facevamo cose semplici.
Lei disegnava al tavolo della cucina.
Io le tagliavo una mela.
A volte le raccontavo di quando Modena era più lenta, di quando Nerina mi mandava a comprare il prezzemolo e io tornavo con il basilico.
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