Il Vicino Tatuato Che Mi Insegnò a Riaccendere i Gerani di Nerina

Mirella rideva fortissimo.

“Ma sono diversi!”

“Lo so adesso,” dicevo. “All’epoca ero giovane e ignorante.”

Un giorno mi disegnò.

Mi fece con il bastone, i capelli pochi e tre gerani enormi accanto.

Sotto scrisse, con le lettere un po’ storte:

Tullio che non è più solo.

Lo attaccai al frigorifero.

Rimase lì.

Anche quando la carta cominciò ad arricciarsi agli angoli.

Un sabato mattina, Loris arrivò con una scatola di legno.

“L’ho fatta con degli scarti buoni dell’officina,” disse. “Non è perfetta.”

Dentro c’era una piccola panchina da mettere davanti casa.

Robusta, semplice, con qualche segno qua e là.

“Così quando esce non deve stare sempre in piedi,” aggiunse.

Io passai una mano sul legno.

“L’hai fatta tu?”

“Sì.”

“Per me?”

Lui alzò le spalle.

“Per il cortile.”

Ma io lo sapevo.

Certe persone hanno pudore perfino della propria bontà.

La sistemammo vicino ai gerani.

La prima sera mi sedetti lì al tramonto, con il bastone appoggiato al muro e la porta socchiusa dietro di me.

Passò una vicina che prima mi salutava appena.

“Belli i gerani, signor Rinaldi.”

“Merito di mia moglie,” risposi.

Poi aggiunsi:

“E di qualche mano buona.”

Lei sorrise.

Nei giorni dopo, accadde una cosa strana.

La gente cominciò a fermarsi.

Non tutti, non sempre.

Uno diceva una parola sui fiori.

Un altro chiedeva come stavo dopo la caduta.

Una signora del civico accanto portò due piantine di basilico, dicendo che ne aveva troppe.

Io capii che forse il mio cortile non era cambiato solo fuori.

Era diventato un posto dove gli altri potevano avvicinarsi senza sentirsi respinti.

Ero stato io, per mesi, a chiudere tutto.

La porta.

Il cancello.

La faccia.

Il cuore.

Non per cattiveria.

Per paura.

Una domenica decisi di fare il sugo.

Non lo facevo dalla morte di Nerina.

Presi la pentola grande, quella che lei usava anche se eravamo in due. Tritai piano la cipolla, con le mani un po’ lente. Il profumo riempì la cucina e per un attimo dovetti appoggiarmi al tavolo.

Mi mancò così forte che quasi mi mancò l’aria.

Poi guardai la sua tazza.

“Non brontolare,” dissi piano. “Ci provo.”

Invitai Loris, Alida e Mirella.

Niente di speciale.

Pasta al sugo, pane, un po’ di formaggio, acqua fresca.

Ma quando li vidi seduti al mio tavolo, capii perché Nerina lasciava sempre una fetta di torta coperta con il tovagliolo.

Non era per “nel caso passasse qualcuno”.

Era perché sperava sempre che qualcuno passasse davvero.

Mirella mangiò con il sugo fin quasi al naso.

Alida rideva e la puliva con il tovagliolo.

Loris fece il bis e poi il terzo piatto, fingendo vergogna.

“Signor Tullio, mi rovina.”

“Sei già rovinato,” dissi. “Ma almeno mangi bene.”

Lui rise.

E quella risata riempì una parte della cucina che da troppo tempo era rimasta vuota.

Dopo pranzo, Alida mi aiutò a sparecchiare.

Mentre lavavamo i piatti, guardò la tazza di Nerina.

“Dev’essere stata una donna buona,” disse.

Io annuii.

“Lo era. Però sapeva anche farmi rigare dritto.”

“Le manca tanto?”

La domanda era semplice.

Non invadente.

Solo umana.

“Sì,” dissi. “Ma adesso mi manca in modo diverso.”

Alida mi guardò.

“Prima era come se la sua assenza mi schiacciasse. Ora, a volte, mi sembra che mi spinga piano avanti.”

Lei asciugò un piatto senza parlare.

Poi disse:

“Forse certe persone continuano ad amarci così.”

Quel pomeriggio, quando tutti andarono via, non sentii il solito vuoto.

Sentii stanchezza, certo.

Sentii malinconia.

Ma anche gratitudine.

Mi sedetti sulla panchina e guardai i gerani.

Mi venne in mente il primo biglietto di Loris.

Oggi non deve farcela per forza.

Quante volte avevo creduto il contrario.

Che un uomo dovesse farcela sempre.

Che chiedere aiuto fosse una vergogna.

Che piangere davanti agli altri fosse una debolezza.

A settantacinque anni, un ragazzo tatuato, una donna stanca e una bambina con le mani sporche di pennarello mi avevano insegnato il contrario.

Non siamo fatti per reggere tutto da soli.

Nemmeno quando siamo vecchi.

Nemmeno quando siamo orgogliosi.

Nemmeno quando ci convinciamo che ormai non importa più a nessuno.

Qualche settimana dopo, nel cortile, appesi una piccola targhetta di legno.

Loris me l’aveva levigata.

Mirella ci aveva disegnato un geranio.

Io ci scrissi una frase con la mano tremante:

Chi passa può sedersi.

Era solo una panchina.

Solo un cortile piccolo, alla periferia di Modena.

Solo quattro gerani rossi e un vecchio con il bastone.

Eppure, da quel giorno, qualcuno si sedette davvero.

Una signora che aveva perso il marito.

Un ragazzo dell’officina che aspettava Loris.

Alida, quando era troppo stanca per salire subito le scale.

Mirella, sempre, perché diceva che quella era “la panchina delle storie”.

Io non guarì dalla mancanza di Nerina.

Non voglio raccontare bugie.

Ci sono mattine in cui la tazza coi fiorellini azzurri mi fa ancora male.

Ci sono sere in cui allungo la mano nel letto e trovo solo lenzuola fredde.

Ma adesso, quando il dolore bussa, non trova più tutte le finestre chiuse.

Trova un caffè sul fuoco.

Un disegno sul frigorifero.

Una moto che ogni tanto fa ancora tremare i vetri.

E io, invece di arrabbiarmi, sorrido.

Perché so che tra poco Loris entrerà dal cancelletto, fingendo di dover controllare qualcosa.

So che Alida passerà con una borsa della spesa e mi dirà che non doveva comprare dolci, ma li ha presi lo stesso.

So che Mirella correrà verso i gerani e mi chiederà se la signora Nerina li vede.

E io le risponderò sempre:

“Sì. Secondo me sì.”

La vita non mi ha restituito quello che ho perso.

Questo no.

Ma mi ha lasciato qualcosa davanti alla porta, proprio quando pensavo di non voler aprire più.

Un vicino che avevo giudicato male.

Una donna che avevo quasi ignorato.

Una bambina che ha visto piena una tazza vuota.

E una casa che, piano piano, è tornata a essere casa.

Non come prima.

Mai come prima.

Ma abbastanza viva da farmi alzare la mattina, aprire le finestre e annaffiare i gerani.

E a volte, quando passo il dito sulle foglie rosse, mi sembra quasi di sentire Nerina dietro di me.

“Tullio,” direbbe, “non esagerare con l’acqua.”

Allora io rido.

Rido davvero.

Poi guardo la panchina, il vialetto pulito, il biglietto conservato dentro il cassetto della cucina.

E penso che la bontà, quando arriva, non sempre chiede permesso.

A volte si presenta in silenzio.

Con le braccia tatuate.

Con una scatola di biscotti.

Con un vasetto di gerani rossi.

E ti rimette in mano un pezzo di vita, proprio quando credevi di non saperlo più tenere.

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