Aveva perso tutti i suoi cuccioli e da cinque giorni rifiutava il cibo. Poi posammo davanti a lei una scatola di cartone.
Posai la scatola sul pavimento del box e feci due passi indietro.
Luna non si mosse.
Era sdraiata sul fianco, il muso rivolto verso il muro, esattamente come aveva fatto per cinque giorni. Non abbaiava. Non piangeva. Non cercava nemmeno più i nostri occhi.
Poi, dalla scatola, arrivò un piccolo lamento.
L’orecchio sinistro di Luna si alzò.
Solo la punta.
E in quel momento capii che forse non l’avevamo ancora persa.
Mi chiamo Teresa Bellini, ho cinquantotto anni e da quasi diciannove dirigo un piccolo rifugio per animali sulle colline dell’Appennino emiliano, fuori da un paese che chiamerò Castelverde.
Prima lavoravo come infermiera.
Ventitré anni tra corsie, notti di guardia, famiglie che aspettavano fuori da una porta e persone che imparavano, nel giro di pochi minuti, quanto può diventare fragile una vita.
Pensavo di aver visto abbastanza dolore.
Poi ho iniziato a lavorare con gli animali.
Mio marito Carlo fa il postino da trentadue anni. Conosce ogni cancello del paese, ogni vedova che aspetta la pensione, ogni anziano che inventa una scusa per trattenerlo cinque minuti sulla porta.
Io e Carlo non abbiamo figli.
Ci abbiamo provato.
Per anni.
Medici, visite, speranze, silenzi.
Poi, a un certo punto, abbiamo smesso di parlarne.
Non perché il dolore fosse passato.
Semplicemente perché a una certa età impari che ci sono dolori che non se ne vanno. Cambiano stanza. Tutto qui.
In diciannove anni sono passati dal nostro rifugio più di quattromila animali.
Io ricordo quasi tutti i loro nomi.
Luna arrivò un lunedì pomeriggio di aprile.
Aveva tre anni.
Era un incrocio Boxer, tigrata e bianca, con una mascherina scura sul muso e un orecchio sinistro che cadeva sempre in avanti come se fosse stato cucito male.
Era appena diventata madre.
Sei cuccioli.
Avevano meno di due settimane.
L’uomo che la possedeva, Marco Valentini, allevava qualche cane nel cortile dietro casa. Niente di organizzato, niente di professionale. Una di quelle situazioni che nei paesi tutti conoscono e nessuno vuole guardare troppo da vicino.
Quella mattina stava portando Luna e i cuccioli da un conoscente.
Pioveva.
Su una curva della provinciale perse il controllo del vecchio furgone dopo che un animale selvatico attraversò la strada.
Luna rimase ferita a una spalla.
I cuccioli non riuscirono a sopravvivere.
Quando Marco arrivò al rifugio, aveva ancora il giubbotto bagnato.
Non riusciva a guardare Luna.
Continuava a dire soltanto:
«Non posso tenerla. Non ce la faccio.»
Non era arrabbiato.
Era distrutto.
Non lo consolai e non lo giudicai.
A cinquantotto anni ho imparato che il rimorso, quando è vero, non ha bisogno di essere umiliato.
Presi Luna.
E per i cinque giorni successivi pensai che sarebbe morta anche lei.
Non per la ferita.
Perché sembrava non voler più stare nel mondo.
Il suo corpo continuava a produrre latte.
Ma i suoi piccoli non c’erano.
Mangiava pochissimo, poi più nulla.
Per trentasei ore bevve appena.
Si acciambellò nell’angolo più lontano del reparto sanitario, su una coperta pulita, e rivolse il muso verso il muro.
Nadia, una delle nostre volontarie storiche, provava a portarla fuori.
Luna si lasciava accompagnare.
Poi tornava dentro.
Pareva fare tutto per inerzia.
Il nostro veterinario, il dottor Renato De Luca, la visitava ogni giorno.
Al terzo giorno mi disse:
«Teresa, fisicamente possiamo aiutarla. Ma lei deve volerci tornare incontro.»
«Tornerà.»
Renato mi guardò.
«Non lo sappiamo.»
Ogni pomeriggio entravo nel box di Luna con una sedia pieghevole e un libro.
Non la chiamavo.
Non cercavo di accarezzarla.
Leggevo per un’ora.
Era una cosa che avevo imparato lavorando in ospedale.
Quando qualcuno soffre davvero, a volte parlare serve più a chi parla che a chi ascolta.
Così io stavo lì.
Una donna di quasi sessant’anni seduta accanto a una cagna che aveva perso i suoi piccoli.
Due madri senza figli, in modi diversi.
Non dissi mai questa frase ad alta voce.
Allora non sarei riuscita nemmeno a pensarla fino in fondo.
Il sabato successivo, poco dopo le due e mezza, arrivò Elisa Conti.
Ventisette anni.
Tecnica veterinaria in un piccolo ambulatorio a quasi un’ora da noi.
Capelli scuri raccolti male, pantaloni da lavoro, occhiaie di chi aveva dormito poco e una scatola di cartone stretta contro il petto.
Entrò nell’ufficio senza quasi respirare.
«Signora Bellini?»
«Sono io.»
«Mi scusi se non ho chiamato. Mi hanno detto di Luna.»
Guardai la scatola.
«Cosa c’è lì dentro?»
Elisa appoggiò delicatamente il cartone sul bancone.
Tenendo una mano sul coperchio, disse:
«Quattro cuccioli.»
La fissai.
«Dove li hai trovati?»
«Li ha trovati un uomo stamattina vicino a una piazzola, sulla strada verso la città. Erano dentro questa scatola. Chiusa. Sono piccolissimi. Forse dieci giorni, dodici al massimo.»
Aprì il coperchio.
Dentro, su una copertina di pile, c’erano quattro minuscoli corpi.
Due neri.
Uno bianco e nero.
L’ultimo tigrato, molto più piccolo degli altri.
Avevano gli occhi appena socchiusi.
Uno si lamentava piano.
Elisa continuò:
«Abbiamo provato ad alimentarli artificialmente. Due prendono qualcosa. Gli altri quasi niente. Hanno bisogno di calore, contatto, ritmo. Il veterinario dell’ambulatorio ha saputo che qui c’è una femmina che ha appena perso la cucciolata.»
Si fermò.
«Ha detto che forse…»
Non finì.
Non serviva.
Chiamai Renato.
Arrivò dall’altra stanza ancora con i guanti in mano.
Guardò i quattro cuccioli.
Poi guardò me.
«Stai pensando quello che penso io?»
«Sì.»
Renato sospirò.
«Può funzionare.»
Elisa sollevò lo sguardo.
«Davvero?»
«Può. Ma può anche andare male.»
Ci spiegò che alcune femmine, poco dopo aver perso una cucciolata, possono accettare piccoli non propri. Il latte di Luna non era ancora scomparso. L’età dei cuccioli era compatibile.
Ma nessuno poteva prevedere la sua reazione.
Poteva ignorarli.
Poteva allontanarsi.
Poteva rifiutarli.
Dovevamo procedere lentamente, sotto controllo, pronti a separarli immediatamente se Luna avesse mostrato disagio.
Guardai Elisa.
«Te la senti?»
Lei annuì.
Aveva già gli occhi lucidi.
Portammo la scatola nel corridoio del reparto sanitario.
Nadia ci raggiunse con una coperta tra le braccia.
Davanti al box di Luna ci fermammo tutti.
Guardai attraverso la piccola apertura.
Era ancora nello stesso punto.
Muso al muro.
Renato aprì la porta.
Entrai con la scatola.
La appoggiai a circa due metri dalla cuccia.
Non chiamai Luna.
Non la toccai.
Sollevai il coperchio.
Per i primi otto secondi non successe niente.
Poi il piccolo tigrato emise un verso.
Sottile.
Quasi un fischio.
L’orecchio sinistro di Luna si mosse.
Elisa si portò una mano alla bocca.
Il cucciolo chiamò di nuovo.
Poi un secondo iniziò a lamentarsi.
Il muso di Luna si sollevò di qualche centimetro.
Il naso si mosse.
Annusava l’aria.
Rimase immobile così per diversi secondi.
Sembrava confusa.
Come se una parte del suo corpo avesse riconosciuto qualcosa prima che la sua mente riuscisse a crederci.
Poi si alzò.
Da sola.
Per la prima volta in cinque giorni.
La zampa sinistra era ancora rigida.
Fece un passo.
Poi un altro.
Renato rimase sulla porta.
Nadia strinse la coperta.
Io non respiravo quasi più.
Luna percorse quei due metri lentamente.
Arrivò alla scatola.
Abbassò il muso.
Guardò dentro.
Il piccolo tigrato si agitò verso di lei.
Luna lo annusò.
Poi gli passò la lingua sulla testa.
Una volta.
Elisa cominciò a piangere.
Luna leccò il cucciolo una seconda volta.
Poi quello accanto.
Poi il terzo.
Poi il quarto.
Uno per uno.
Con una delicatezza che faceva male guardare.
Dopo accadde la cosa che ancora oggi, se ci penso, mi toglie il fiato.
Luna tentò di entrare nella scatola.
Era troppo grande.
Naturalmente.
Una cagna di quasi trenta chili dentro un cartone pensato per quattro neonati.
Ma lei insistette.
Mise dentro le zampe anteriori, si rannicchiò come poté e si sdraiò sul fianco.
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