Il Pit Bull sembrava morto sopra un tombino allagato, poi una donna vide cosa proteggeva sotto il corpo

Durante l’alluvione vide un Pit Bull immobile sopra un tombino: quando capì cosa nascondeva sotto il corpo, si mise a piangere nell’acqua

«Signora, si allontani dal cane. Potrebbe essere ferito.»

La voce gracchiò dalla radio che avevo agganciata al giubbotto.

Io non risposi subito.

Ero inginocchiata in mezzo a una strada della periferia di Bologna, con l’acqua marrone quasi alle ginocchia, la pioggia che arrivava di traverso e un cane tigrato steso davanti a me come se fosse morto.

Solo che non era morto.

E, soprattutto, non era lì per caso.

Mi chiamo Lidia Moretti, ho cinquantotto anni e per quasi trent’anni sono stata maestra, poi direttrice di una scuola elementare.

Sono andata in pensione convinta che finalmente avrei imparato a dormire fino alle otto.

È durata tre mesi.

Poi ho iniziato a dare una mano a un gruppo comunale di volontari che controlla tombini, canali di scolo e sottopassi quando arrivano piogge forti.

Mio marito Carlo avrebbe riso.

«Tu in pensione? Duravi meno di un gatto davanti a una pescheria.»

Aveva ragione.

Carlo, però, non c’era più da sei anni.

Ed era anche per questo che continuavo a riempire le giornate.

Quando una casa improvvisamente diventa troppo silenziosa, trovi qualunque scusa pur di non ascoltarla.

Quella mattina ero uscita prima dell’alba.

Da ore cadeva una quantità d’acqua che non vedevo da anni.

Le strade basse del quartiere si erano trasformate in piccoli torrenti.

Foglie, plastica, rami e fango bloccavano continuamente le grate.

Avevo già liberato dodici tombini.

Me ne mancavano due.

Alle otto e mezza girai l’angolo di via delle Betulle e vidi il cane.

Era disteso completamente sopra una grande grata.

Pancia a terra.

Zampe leggermente aperte.

Testa girata verso il marciapiede.

Non si muoveva.

Il pelo tigrato e bianco era incollato al corpo.

Una delle orecchie aveva una piccola tacca sul bordo.

Era magro, non da far paura, ma abbastanza da capire che probabilmente viveva fuori da qualche settimana.

La prima cosa che pensai fu:

È stato investito.

Avevo già visto un animale restare immobile in quel modo.

Quando avevo venticinque anni, il cane dei miei genitori era stato urtato da una macchina davanti a casa.

Ricordavo ancora la posizione del corpo.

La paura negli occhi.

Mi entrai nell’acqua.

Cinque, forse sei centimetri.

Poi dieci.

La strada continuava a riempirsi.

Mi fermai a circa un metro dal cane.

«Ehi, bello.»

Niente.

«Tranquillo. Non ti faccio niente.»

Nessuna reazione.

Allungai lentamente il rastrello che usavo per liberare le grate.

Toccai appena il fianco del cane.

Lui ringhiò.

Un ringhio basso.

Profondo.

Controllato.

Mi immobilizzai.

Avevo lavorato con bambini per quasi trent’anni.

Avevo gestito evacuazioni, genitori furiosi, emergenze sanitarie, allarmi e perfino una volta un principio d’incendio nella cucina della mensa.

Sapevo riconoscere il panico.

Quello non era panico.

Quel cane non mi stava dicendo:

“Ho paura.”

Mi stava dicendo:

“Non avvicinarti.”

Posai il rastrello.

«Va bene.»

Mi abbassai nell’acqua.

«Non ti tocco.»

Lui continuava a guardarmi con un solo occhio.

Allora notai una cosa.

Non appoggiava completamente il petto sulla grata.

Lo teneva sollevato di pochi centimetri.

Anche il bacino sembrava leggermente sospeso.

Come se stesse cercando di creare spazio sotto di sé.

Mi spostai lateralmente.

Accesi la torcia.

Guardai sotto la sua pancia.

E smisi di respirare.

C’erano quattro gattini.

Piccolissimi.

Tre neri.

Uno bianco, arancione e grigio.

Erano rannicchiati esattamente al centro della grata, nello spazio asciutto che il corpo del cane proteggeva dalla pioggia.

Il Pit Bull non era caduto lì.

Non era paralizzato.

Non era intrappolato.

Stava facendo da tetto.

Premetti il pulsante della radio.

«Centrale, qui Moretti.»

«Ti ricevo.»

«Mi serve il recupero animali in via delle Betulle.»

«Che situazione hai?»

Guardai ancora sotto il cane.

«Un cane adulto sopra un tombino. Sotto di lui ci sono quattro gattini.»

Silenzio.

«Ripeti.»

«Quattro gattini. Il cane li sta coprendo.»

Un altro silenzio.

Poi:

«La squadra più vicina è impegnata. Circa venti minuti.»

Guardai l’acqua.

Stava salendo.

Vent’anni.

In un giorno normale non sono niente.

Quando l’acqua di una strada sale davanti ai tuoi occhi, venti minuti sono lunghissimi.

Il tombino era nel punto più basso dell’incrocio.

Senza quel cane, l’acqua avrebbe investito direttamente i gattini.

Mi sedetti.

Proprio lì.

Nell’acqua.

A un metro da lui.

«Bene, amico mio.»

Lui mi guardò.

«Aspettiamo.»

Fu in quel momento che pensai a Carlo.

Non perché fossi spaventata.

O forse sì.

Ma soprattutto perché quel cane mi ricordava terribilmente mio marito.

Carlo non era un uomo che faceva discorsi.

Non era uno di quelli che ti portano cinquanta rose.

Non ricordava quasi mai gli anniversari.

Una volta, per il nostro ventesimo matrimonio, mi regalò una nuova batteria per l’auto.

«Così non rimani a piedi.»

Io gli tenni il muso per due giorni.

Adesso darei qualsiasi cosa per riavere quella batteria.

Perché Carlo amava così.

Sistemava.

Aspettava.

Restava.

Se pioveva, veniva a prendermi.

Se nostra figlia aveva la febbre, dormiva seduto vicino al letto.

Se mia madre aveva bisogno di andare dal medico, lui si presentava sotto casa prima ancora che glielo chiedessimo.

Mai una fotografia.

Mai una frase importante.

Mai bisogno di essere ringraziato.

Faceva semplicemente da tetto.

Solo dopo la sua morte avevo capito quante volte mi aveva protetta dalla pioggia senza dirmelo.

Guardai quel cane.

«Sai che somigli a una persona che conoscevo?»

La sua coda si mosse appena.

Forse fu solo l’acqua.

Io decisi che aveva capito.

La pioggia picchiava sul cappuccio.

Il quartiere era quasi deserto.

Qualche finestra si apriva ai piani alti.

Una signora anziana mi gridò:

«Ha bisogno di aiuto?»

«Resti dentro!»

«Le porto un asciugamano!»

Cinque minuti dopo una finestra si riaprì e un asciugamano rosso volò dal primo piano dentro una busta di plastica.

Atterrò vicino al marciapiede.

Poi arrivò un uomo sulla sessantina con stivali da pesca.

«Sono del civico ventidue.»

Gli indicai il cane.

«Non si avvicini.»

Lui guardò sotto.

Vide i gattini.

Si portò una mano alla bocca.

«Madonna santa.»

«Aspettiamo la squadra.»

L’uomo non se ne andò.

Si mise sul marciapiede.

Poi arrivò un’altra vicina con un ombrello enorme.

Poi un ragazzo del bar all’angolo portò due coperte.

Nel giro di dieci minuti eravamo in sette.

Nessuno si avvicinava.

Nessuno disturbava il cane.

Eravamo semplicemente lì.

Il quartiere intero sembrava essersi raccolto intorno a quell’animale.

Una signora disse:

«Ma guarda cosa tocca vedere per ricordarsi che esistono ancora creature buone.»

Non risposi.

Avevo un nodo in gola.

A casa mia, da sei anni, la domenica era diventata il giorno peggiore.

Una volta il pranzo della domenica era sacro.

Carlo preparava le tagliatelle.

Mia figlia Elisa arrivava con suo marito.

Mia sorella portava il dolce.

Mia madre si lamentava che la pasta era troppo cotta anche quando era perfetta.

Si parlava tutti insieme.

Si litigava.

Si rideva.

Il televisore restava acceso in sottofondo.

Dopo la morte di Carlo, lentamente, quella tavola si era svuotata.

Mia madre era morta due anni dopo.

Elisa si era trasferita fuori città.

Mia sorella aveva iniziato ad avere problemi alle ginocchia.

Il pranzo della domenica era diventato una minestra riscaldata davanti alla televisione.

Non avevo mai ammesso a nessuno quanto mi facesse male.

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