Il Pit Bull sembrava morto sopra un tombino allagato, poi una donna vide cosa proteggeva sotto il corpo

Fu il cane sopra quel tombino a farmelo capire.

Io non avevo bisogno di essere occupata.

Avevo bisogno di qualcuno per cui restare.

Alle otto e cinquantotto arrivò finalmente il furgone del recupero animali.

Scese una donna robusta, sui cinquant’anni, con un impermeabile giallo.

«Sono Paola.»

Indicai il cane.

Lei si accovacciò accanto a me.

Guardò sotto.

E rimase zitta.

Poi disse:

«In ventidue anni questo non l’avevo mai visto.»

Il collega, Andrea, arrivò con un trasportino morbido.

Paola parlò al cane.

«Ehi, campione.»

Il cane la osservò.

«Prendiamo anche loro.»

Le sue orecchie si mossero.

«Hai capito? Non li lasciamo qui.»

La coda batté una volta sulla grata.

Paola mi guardò.

Aveva gli occhi lucidi.

«Secondo me aspettava proprio questo.»

Si organizzarono lentamente.

Andrea posizionò il trasportino sul marciapiede.

Paola infilò le mani guantate sotto la pancia del cane.

Non lo sollevò davvero.

Gli tolse soltanto parte del peso dalle zampe.

Andrea prese il primo gattino.

Nero.

Poi il secondo.

Poi il terzo.

Infine quello più piccolo, il tricolore, rannicchiato direttamente sotto il petto del cane.

Il Pit Bull osservò ogni movimento.

Non ringhiò.

Non tentò di mordere.

Sembrava soltanto controllare che nessuno sparisse.

Quando anche il quarto gattino fu nel trasportino, Paola lasciò il cane.

Lui si alzò.

Si scrollò.

Per la prima volta vidi quanto fosse stanco.

Aveva le zampe che tremavano.

Ma la prima cosa che fece non fu cercare riparo.

Andò al trasportino.

Annusò la rete.

Uno.

Due.

Tre.

Quattro.

Poi guardò Paola.

Lei gli mostrò il guinzaglio morbido.

«Andiamo?»

Il cane infilò spontaneamente la testa nel laccio.

Nessuno parlò per qualche secondo.

Dietro di me sentii la signora dell’asciugamano singhiozzare.

Il ragazzo del bar si strofinò gli occhi fingendo che fosse pioggia.

Paola accompagnò il cane al furgone.

Lui saltò dentro.

Il trasportino era già appoggiato sul pavimento.

Il Pit Bull si sdraiò accanto ai gattini.

Premette una spalla contro la rete.

E non si mosse più.

«Come lo chiamate?» chiesi.

Paola alzò le spalle.

«Se non ha microchip, per ora gli serve un nome provvisorio.»

Guardai l’acqua che correva lungo la strada.

Pensai a Carlo.

Pensai alla gente uscita di casa per aiutare un cane sconosciuto.

Pensai a un quartiere che, per venti minuti, aveva dimenticato telefoni, appuntamenti, soldi e preoccupazioni.

«Tetto.»

Paola sorrise.

«Tetto?»

«Sì.»

Guardò il cane.

«In effetti…»

Andrea rise.

«Ho sentito nomi peggiori.»

E così diventò Tetto.

Tre giorni dopo andai al piccolo rifugio comunale dove erano stati portati.

La città si stava ancora rimettendo in piedi.

Cantine da svuotare.

Mobili sui marciapiedi.

Persone che si prestavano pompe, scope, secchi.

Io portavo una busta con una lettera di ringraziamento per Paola.

Ma volevo soprattutto vedere Tetto.

La responsabile del rifugio si chiamava Margherita.

Sessantadue anni.

Capelli cortissimi.

Mani da persona che aveva pulito migliaia di cucce.

«Venga.»

Mi accompagnò in una stanza tranquilla.

«Prima però le devo dire una cosa.»

Mi fermai.

«Il cane non ha microchip. Nessuno lo ha reclamato.»

Annuii.

«I gattini avranno circa cinque settimane.»

«Stanno bene?»

«Adesso sì.»

Aprì una porta.

E lo vidi.

Tetto era sdraiato su una coperta.

Nella stessa identica posizione del tombino.

Pancia a terra.

Quattro gattini addosso.

Il tricolore gli dormiva contro il collo.

Gli altri tre erano appoggiati lungo il fianco.

Tetto sollevò la testa.

Mi vide.

La coda batté sul pavimento.

Una volta.

Poi un’altra.

Poi altre due.

Quattro colpi.

Mi misi in ginocchio.

«Ti ricordi di me?»

Altri quattro colpi.

Mi sedetti per terra.

Non so per quanto tempo rimasi lì.

A un certo punto iniziai a piangere.

Prima piano.

Poi come non piangevo dal funerale di Carlo.

Margherita si sedette accanto a me.

Non disse:

“Coraggio.”

Non disse:

“Passerà.”

Le persone della nostra generazione si sono sentite dire “coraggio” troppe volte.

A volte non serve coraggio.

Serve qualcuno che rimanga seduto accanto a te mentre fai a pezzi tutto quello che hai tenuto dentro.

Così fece.

Dopo un po’ le chiesi:

«Che succederà a loro?»

«Cercheremo una sistemazione.»

«Insieme?»

Lei guardò Tetto.

«Vorremmo.»

«Vorremmo?»

«Non è semplice trovare qualcuno disposto a prendere un cane adulto e quattro gatti.»

Guardai quella stanza.

Poi pensai alla mia casa.

Tre camere.

Un piccolo giardino.

Un divano troppo grande per una persona sola.

Una cucina dove nessuno litigava più per l’ultimo pezzo di lasagna.

La tavola della domenica con cinque sedie che non servivano più.

«Li prendo io.»

Margherita sorrise pensando che scherzassi.

«Tutti?»

«Tutti.»

«Signora Lidia…»

«Ho una casa.»

«Sono cinque animali.»

«Ho cresciuto centinaia di bambini.»

«Non è esattamente la stessa cosa.»

«No. Questi forse ascoltano.»

Rise.

Poi tornò seria.

«C’è una procedura.»

«La facciamo.»

«Controllo della casa.»

«Facciamolo.»

«Colloquio.»

«Quando vuole.»

«Spese veterinarie.»

«Ho una pensione.»

«Impegno per anni.»

Guardai Tetto.

«Sono sei anni che non ho qualcuno ad aspettarmi a casa. Credo di poter sopportare l’impegno.»

Margherita non disse più niente.

Mi diede i moduli.

Compilai tutto quel pomeriggio.

Il controllo a casa avvenne il giorno dopo.

Venne Paola.

Quando entrò in salotto guardò la fotografia di Carlo sul mobile.

«Suo marito?»

«Sì.»

«Da quanto?»

«Sei anni.»

Annuii.

Non fece altre domande.

Controllò il giardino.

La recinzione.

Le stanze.

Poi si fermò davanti al grande tavolo da pranzo.

«Famiglia numerosa?»

«Una volta.»

Quella parola mi uscì quasi senza voce.

Una volta.

Paola appoggiò una mano sullo schienale di una sedia.

«Potrebbe diventarlo di nuovo.»

Mi approvarono.

La settimana successiva andai a prendere Tetto e i quattro gattini.

Prima che partissimo, Margherita mi consegnò una cartellina.

Dentro c’erano i documenti sanitari.

Poi tirò fuori una fotografia.

Era stata scattata da uno dei vicini la mattina dell’alluvione.

Io ero seduta nell’acqua, di profilo.

Davanti a me, Tetto copriva la grata.

Sotto di lui si vedevano quattro piccoli musi.

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