Mio padre sparì sull’Appennino in pigiama: dopo tre notti lo trovarono vivo accanto a un cane sconosciuto

Mio padre con l’Alzheimer sparì sull’Appennino in pigiama: dopo tre notti lo trovarono vivo, stretto al corpo di un cane pieno di cicatrici

«Signora, devo parlarle con chiarezza. Dopo tre notti, con queste temperature, dobbiamo considerare anche l’ipotesi che suo padre non sia più vivo.»

Non ricordo cosa risposi.

Ricordo soltanto il rumore del cucchiaino di plastica che mio marito continuava a girare dentro un caffè ormai freddo.

Ricordo le luci del parcheggio.

Ricordo le montagne nere davanti a noi.

E ricordo di aver pensato che mio padre, da qualche parte là fuori, forse stava chiamando il mio nome senza sapere più chi fossi.

Mi chiamo Elena Mariani, ho cinquantadue anni e sono figlia unica.

Mio padre si chiama Vittorio.

Per quarantatré anni ha fatto l’elettricista nelle case degli altri. Quello che arrivava con la cassetta degli attrezzi consumata, salutava tutti, si puliva le scarpe prima di entrare e diceva:

«Vediamo cosa combina questa corrente.»

Era uno di quegli uomini cresciuti nell’Italia in cui una cosa rotta non si buttava.

Si aggiustava.

Un rubinetto perdeva? Si cambiava la guarnizione.

Una radio non funzionava? Si apriva.

Una sedia traballava? Un po’ di colla, un chiodo, e tornava buona per altri dieci anni.

Anche le famiglie, secondo lui, funzionavano così.

Forse per questo, quando mia madre se ne andò di casa per quasi un anno, alla fine degli anni Settanta, lui non parlò mai male di lei davanti a me.

Avevo sei anni.

Per mesi fummo soltanto io e lui.

Il sabato mattina metteva sul giradischi vecchi dischi di Claudio Villa e Domenico Modugno mentre preparava le frittelle che chiamava “le nostre crespelle”, anche se in realtà erano sempre un po’ bruciate.

Mi insegnò a riconoscere i fili elettrici prima ancora che imparassi bene ad andare in bicicletta.

Mi accompagnava a scuola con una Fiat vecchissima che d’inverno aveva bisogno di due tentativi per partire.

Quando mia madre tornò, lui la lasciò rientrare.

Non mi spiegò mai perché.

Disse soltanto:

«La famiglia non è un tribunale, Elena.»

Rimasero insieme fino alla morte di mia madre.

Quasi quarant’anni.

Mio padre è sempre stato fatto così.

Uno che riparava.

Uno che perdonava.

Uno che restava.

Poi, lentamente, qualcosa dentro di lui cominciò a rompersi e nessuno di noi sapeva come aggiustarlo.

All’inizio erano piccole cose.

Le chiavi nel frigorifero.

Il latte lasciato dentro un pensile.

La macchina parcheggiata davanti al tabaccaio e poi una telefonata a me perché qualcuno, secondo lui, gliel’aveva rubata.

Una volta mi chiamò alle sette del mattino per chiedermi perché non fossi ancora tornata da scuola.

Avevo cinquant’anni.

Cercai di ridere.

Lui rise con me.

Ma quella sera piansi nella doccia perché non volevo che mio marito sentisse.

La diagnosi arrivò quando papà aveva settantanove anni.

Alzheimer.

Una parola che non entra in una famiglia facendo rumore.

Entra piano.

Si siede a tavola.

Prende un posto.

E ogni mese porta via qualcosa.

Prima le date.

Poi le strade.

Poi i volti.

Infine certe parti della persona che amavi e che eri convinto sarebbero rimaste per sempre.

Dopo la morte di mamma, papà aveva insistito per continuare a vivere nella loro casa, in un piccolo paese ai piedi dell’Appennino abruzzese.

Una casa con le persiane verdi, l’orto dietro, due alberi di fico e un tavolo grande in cucina dove, per quarant’anni, avevamo mangiato il pranzo della domenica.

Quel tavolo era sacro.

Mia madre preparava la pasta al forno.

Papà tagliava il pane.

Gli zii arrivavano con le paste della pasticceria del paese.

A tavola si litigava, si faceva pace, si parlava dei figli, dei mutui, dei morti, dei matrimoni, di chi aveva comprato casa e di chi aveva perso il lavoro.

Tutta la nostra famiglia era passata da quel tavolo.

Quando arrivò il momento di dire a papà che non poteva più vivere solo, fu lì che esplose tutto.

Mio cugino suggerì di vendere la casa.

Una zia disse che sarebbe stato un peccato lasciarla vuota.

Un altro parente cominciò a chiedere se ci fossero già documenti sull’eredità.

Mio padre era seduto a capotavola.

Non capiva bene di cosa stessimo parlando.

A un certo punto mi guardò e domandò:

«Ma questa casa di chi è?»

Nessuno rispose.

Io chiusi la discussione.

«Finché papà è vivo, questa casa è casa sua. Basta.»

Fu l’ultima volta che facemmo il pranzo della domenica tutti insieme.

Tre mesi dopo lo trasferii in una struttura specializzata che chiamerò Residenza Il Glicine.

Non era lontana dal suo paese.

Aveva un giardino, personale presente giorno e notte e una piccola sala dove gli ospiti potevano ascoltare musica.

Mi sentii una traditrice.

Lo so che ci sono figli che capiranno perfettamente cosa intendo.

Sai che non puoi più tenere un genitore a casa.

Sai che potrebbe lasciare il gas aperto.

Sai che potrebbe cadere.

Sai che potrebbe uscire e perdersi.

Eppure, quando chiudi quella porta e torni alla tua macchina da solo, una vocina dentro di te continua a ripetere:

L’hai abbandonato.

Papà si trasferì lì in primavera.

All’inizio chiedeva ogni giorno quando sarebbe tornato a casa.

Poi cominciò a chiederlo una volta alla settimana.

Poi dimenticò di avere una casa.

Nell’autunno successivo, spesso non riconosceva nemmeno me.

Ma quando mi vedeva diceva sempre la stessa cosa.

«Signora, lei ha un viso gentile.»

E io rispondevo:

«Grazie, papà.»

Non lo correggevo più.

Alle quattro e dieci di un martedì mattina ricevetti una telefonata.

Dormivo.

Vidi il numero della struttura e sentii immediatamente lo stomaco chiudersi.

Una dipendente mi disse:

«Signora Mariani, suo padre non è nella sua stanza.»

Mi misi seduta nel letto.

«Come sarebbe a dire?»

«Stiamo controllando tutta la struttura.»

«Controllate il giardino.»

«Lo stiamo facendo.»

«Controllate i bagni.»

«Sì.»

«Controllate tutto.»

Dall’altra parte ci fu un silenzio.

Poi arrivò la frase che mi tolse il respiro.

«Una porta di servizio risulta aperta.»

Mio padre era uscito in pigiama.

Pantaloni leggeri di cotone, maglia a maniche lunghe, una vestaglia e pantofole.

Aveva attraversato il parcheggio.

Una telecamera lo aveva ripreso mentre camminava verso la strada secondaria dietro la struttura.

Poi più nulla.

Dietro quella strada cominciavano campi, boschi e sentieri che salivano verso la montagna.

Mio marito Paolo guidò senza quasi parlare.

Quando arrivammo era ancora buio.

C’erano già volontari, mezzi di soccorso, cani addestrati e persone con torce e radio.

Io continuavo a ripetere:

«Conosce quei boschi. Da giovane andava a funghi.»

Uno dei soccorritori mi guardò con un’espressione che non dimenticherò mai.

Non disse niente.

Ma capii.

L’uomo che conosceva quei boschi non era più lo stesso uomo che vi era entrato quella mattina.

Passò il primo giorno.

Niente.

Trovarono un’impronta vicino a un sentiero.

Poi una pantofola.

Era la sua.

La strinsi tra le mani come se stessi tenendo un pezzo di lui.

La seconda notte la temperatura scese ancora.

Non era pieno inverno, ma in montagna, dopo il tramonto, il freddo entrava nelle ossa.

Le squadre continuarono a cercare.

Io non tornai a casa.

Dormicchiai in macchina.

La mattina seguente avevo la stessa camicia del giorno prima e i capelli sporchi.

Non me ne importava nulla.

Verso mezzogiorno del secondo giorno, il responsabile delle ricerche venne da me.

Era un uomo sulla sessantina, voce bassa e mani grosse.

Si sedette accanto a noi.

«Elena, non voglio darle false speranze.»

Quando una persona comincia una frase così, tutto quello che viene dopo fa male.

Ci spiegò che l’età di papà, la fragilità, il freddo e la mancanza d’acqua erano fattori gravissimi.

«Noi continuiamo.»

Lo disse guardandomi dritto negli occhi.

«Continuiamo finché serve. Ma lei deve essere preparata.»

«Preparata a cosa?»

Lui abbassò lo sguardo.

Io avevo capito.

Non volevo sentirlo dire.

Il terzo giorno fu il peggiore.

Nessuno parlava più di “quando lo troviamo”.

Le persone cominciavano a dire “se”.

Se troviamo qualcosa.

Se arriva una segnalazione.

Se è riuscito a raggiungere una strada.

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