Quel “se” era diventato più freddo della montagna.
Quella sera rimasi sola per qualche minuto nella cappella vuota della struttura.
Non entravo in una chiesa per pregare davvero da almeno vent’anni.
Non sapevo nemmeno cosa dire.
Alla fine dissi soltanto:
«Se c’è qualcuno lassù, non lasciarlo morire da solo.»
Non chiesi un miracolo.
Chiesi compagnia.
Questo è importante.
Perché ancora oggi penso a quelle parole.
Non lasciarlo morire da solo.
La mattina del quarto giorno, poco dopo le sei, due volontari decisero di controllare un canalone più lontano dalla zona principale di ricerca.
Era un punto scomodo.
Un piccolo avvallamento raggiungibile scendendo tra rocce, foglie bagnate e arbusti.
Uno dei due vide qualcosa.
All’inizio pensò fosse una coperta.
Poi si accorse che respirava.
C’erano due corpi.
Uno era mio padre.
L’altro era un cane.
Un Pit Bull tigrato e bianco, magrissimo, pieno di vecchie cicatrici sul muso e sulle orecchie.
Era sdraiato aderente al corpo di papà.
La testa appoggiata vicino al suo collo.
Una zampa attraversava il petto di mio padre.
Quando il primo volontario si avvicinò, il cane sollevò la testa.
Non ringhiò.
Non scappò.
Non attaccò.
Lo guardò.
Il volontario si inginocchiò a qualche metro.
Parlò piano.
«Bravo. Siamo qui per aiutarlo.»
Il cane rimase immobile.
«Devo vedere il tuo amico.»
Fece un passo.
Poi un altro.
Il cane emise soltanto un piccolo soffio dal naso.
Il volontario arrivò abbastanza vicino da mettere due dita sul collo di mio padre.
Sentì il battito.
Lento.
Debole.
Ma c’era.
La comunicazione via radio fu breve.
«Persona ritrovata. È vivo.»
Poi una pausa.
«Ripeto: è vivo.»
Erano le sei e diciannove quando vidi il responsabile delle ricerche attraversare il parcheggio verso di noi.
Io ero seduta in macchina.
Appena vidi la sua faccia capii che era successo qualcosa.
Abbassai il finestrino.
Lui si chinò.
Aveva gli occhi lucidi.
«Elena, lo abbiamo trovato.»
Non respiravo.
«È vivo.»
Ricordo che tentai di scendere dalla macchina.
Le gambe cedettero.
Paolo mi afferrò sotto le braccia.
Io continuavo a dire:
«È vivo? È vivo davvero?»
«Sì.»
Poi aggiunse una cosa che non capii.
«Con lui c’è un cane.»
«Cosa?»
«Un cane randagio. Era sdraiato addosso a suo padre. Probabilmente lo ha aiutato a conservare calore.»
Guardai Paolo.
Pensai di aver sentito male.
«Un cane?»
«Sì.»
Papà venne portato in ospedale.
Era in ipotermia severa, disidratato, ferito alle mani e ai piedi per aver camminato nel bosco.
Non mangiava da giorni.
Aveva perso molto peso.
Ma era vivo.
I medici lo riscaldarono lentamente.
Io rimasi accanto al letto per ore, ascoltando ogni bip dei macchinari.
Nel pomeriggio aprì gli occhi.
Mi guardò.
Nessun riconoscimento.
Poi sorrise.
«Signora, lei lavora qui?»
Mi si spezzò qualcosa dentro.
Gli presi la mano.
«Sì, papà. Oggi lavoro qui.»
Lui chiuse gli occhi.
«Brava ragazza.»
Andò di nuovo a dormire.
Piansi in silenzio per quasi un’ora.
Fu allora che mi mostrarono la fotografia del cane.
Era stato portato in un centro di custodia per animali.
Aveva un microchip.
Da lì scoprirono la sua storia.
Quattro giorni prima della scomparsa di mio padre, quel cane era fuggito da un canile di un’altra provincia.
Era arrivato lì dopo essere stato recuperato insieme ad altri animali da una situazione di grave maltrattamento.
Non voglio descrivere tutto.
Non serve.
Bastava guardargli il muso.
Le orecchie segnate.
Un occhio che vedeva poco.
Le vecchie cicatrici sulle zampe anteriori.
Era evidente che qualcuno, per molto tempo, gli aveva insegnato che il mondo degli esseri umani poteva essere un posto terribile.
Eppure quello stesso cane, trovandosi davanti un vecchio fragile, confuso e infreddolito, aveva scelto di sdraiarsi accanto a lui.
Forse la prima notte.
Forse la seconda.
Non lo sapremo mai.
Quello che sappiamo è che quando i soccorritori arrivarono, il corpo del cane era ancora contro quello di mio padre.
Lo aveva scaldato.
Aveva condiviso il proprio calore.
Non sappiamo se avesse trovato cibo.
Non sappiamo cosa avesse fatto durante il giorno.
Non sappiamo perché fosse rimasto.
Ma era rimasto.
Come mio padre aveva fatto con me tanti anni prima.
Quando mia madre se n’era andata.
Quando eravamo rimasti in due.
Quella parola continuava a tornarmi in testa.
Rimasto.
Quella sera telefonai alla responsabile del centro dove avevano portato il cane.
Le chiesi:
«Cosa succederà adesso?»
Lei rimase in silenzio qualche secondo.
«La situazione è complicata.»
Il cane proveniva da un sequestro.
Servivano autorizzazioni.
Servivano valutazioni comportamentali.
Servivano documenti.
E poi c’era un altro problema.
Era un Pit Bull adulto.
Grande.
Con cicatrici evidenti.
Con un passato difficile.
Non esattamente il cane che una famiglia media sogna di vedere in una fotografia d’adozione.
«Ha possibilità di trovare casa?»
La donna esitò.
Quell’esitazione mi bastò.
Guardai mio padre nel letto.
Poi guardai ancora la foto del cane.
«E se lo prendessi io?»
«Signora, non è una decisione semplice.»
«Neppure lasciarlo lì lo è.»
«Serviranno controlli. Valutazioni. Probabilmente un percorso con educatori.»
«Facciamolo.»
«Ha altri animali?»
«No.»
«Casa con spazio esterno?»
«Sì.»
«Suo marito è d’accordo?»
Mi girai verso Paolo.
Lui mi guardò.
«Non mi hai nemmeno chiesto.»
«Te lo sto chiedendo adesso.»
Paolo osservò la fotografia.
«Ha salvato tuo padre.»
Fece un lungo sospiro.
«Portiamolo a casa.»
Le settimane successive furono un groviglio di visite, telefonate, firme e documenti.
Papà rimase ricoverato diversi giorni.
Quando tornò nella struttura era più fragile.
La sua malattia sembrava aver accelerato.
Camminava meno.
Parlava meno.
A volte trascorreva interi pomeriggi fissando una finestra come se aspettasse qualcuno.
Il cane, intanto, rimase sotto osservazione.
Andavo a trovarlo due volte alla settimana.
La prima volta entrai nella stanza delle visite con un nodo allo stomaco.
Me lo portarono al guinzaglio.
Era più magro di quanto sembrasse in fotografia.
Una parte dell’orecchio sinistro era irregolare.
L’occhio ferito restava leggermente socchiuso.
Mi fissò.
Io non mi mossi.
Poi lui si avvicinò.
Annusò la mia mano.
Mi leccò una volta le dita.
Si sedette.
Dopo un minuto appoggiò la testa sul mio ginocchio.
Non so perché, ma cominciai a piangere.
Gli accarezzai il collo.
«Tu non sai chi sono, vero?»
La coda colpì il pavimento.
Una volta.
Poi un’altra.
«Mio padre sì. O forse no.»
Lui chiuse gli occhi.
«Comunque lo hai salvato.»
Quando finalmente arrivò l’autorizzazione definitiva, andai a prenderlo con Paolo.
Serviva un nome.
Sul suo fascicolo c’era soltanto un numero.
Durante il viaggio di ritorno, Paolo mi chiese:
«Come lo chiamiamo?»
Guardai il cane sul sedile posteriore.
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