Aveva il muso appoggiato alla coperta e osservava fuori dal finestrino con l’occhio buono.
«Vittorio.»
Paolo sorrise.
«Come tuo padre?»
«Come mio padre.»
Così abbiamo avuto due Vittorio.
Vittorio uomo.
E Vittorio cane.
Il cane ingrassò lentamente.
Le cicatrici rimasero.
L’occhio sinistro non recuperò del tutto.
Dormiva ai piedi del nostro letto.
Non distrusse mobili.
Non ringhiò alle persone.
Non mostrò quella ferocia che alcuni immaginavano guardando soltanto il suo aspetto.
L’unico suo grande nemico diventò un sacchetto della spesa che un pomeriggio il vento fece rotolare sul terrazzo.
Abbaiò per quasi un minuto.
Poi il sacchetto si fermò.
Lui si avvicinò con estrema prudenza, lo annusò e tornò da noi con l’aria di chi aveva appena salvato la casa da un criminale.
Ma la vera storia cominciò quando decisi di portarlo da papà.
La struttura permetteva visite di animali autorizzati nel cortile interno.
Parlai con il personale.
Spiegai tutto.
La prima visita fu poche settimane dopo il ritorno di papà dall’ospedale.
Lo portarono fuori con una coperta sulle gambe.
Io ero seduta vicino a lui.
Paolo stava qualche passo più indietro.
Papà guardò me.
Niente.
Guardò Paolo.
Niente.
Poi vide il cane.
Il suo viso cambiò.
Non drasticamente.
Fu una piccola cosa.
Le sopracciglia si sollevarono.
La bocca si aprì appena.
Allungò una mano.
«Vieni qui, bello.»
Vittorio il cane si fermò.
Poi camminò lentamente verso di lui.
Posò il muso sotto la sua mano.
Papà gli accarezzò la testa.
Toccò le cicatrici sull’orecchio.
Seguì con le dita quella più lunga sulla guancia.
«Questo poveretto ne ha viste.»
Io trattenni il fiato.
«Sì, papà.»
Mio padre continuò ad accarezzarlo.
«Anch’io.»
Quelle due parole mi colpirono più di tutto quello che avevo vissuto nelle settimane precedenti.
Anch’io.
Gli raccontai:
«Papà, questo è il cane che era con te quando ti sei perso.»
Lui mi guardò confuso.
«Io mi sono perso?»
«Sì.»
«Dove?»
«Nel bosco.»
«E perché sono andato nel bosco?»
Non sapevo cosa rispondere.
«Non importa.»
Indicai il cane.
«Lui è rimasto con te.»
Papà abbassò lo sguardo.
Vittorio aveva già appoggiato la testa sulle sue ginocchia.
Mio padre continuò ad accarezzarlo per quasi quaranta minuti.
Quando l’operatrice venne a riportarlo dentro, papà protestò.
«Aspetta. Il cane resta qui da solo.»
«No, Vittorio torna a casa con Elena.»
Papà guardò me.
«Tu sei Elena?»
«Sì.»
«Mia figlia si chiama Elena.»
Sorrisi.
«Lo so.»
«È una brava ragazza.»
Mi voltai perché non volevo che mi vedesse piangere.
La settimana seguente tornammo.
Papà non ricordava il cane.
Non ricordava la visita precedente.
Non ricordava me.
Ma quando vide Vittorio fece la stessa cosa.
Allungò la mano.
«Vieni qui.»
Il cane andò.
Papà toccò le cicatrici.
«Questo ne ha viste.»
Mi si gelò la schiena.
«Sì, papà.»
Lui annuì.
«Anch’io.»
La terza volta successe ancora.
La quarta anche.
Ancora oggi succede.
Mio padre non ricorda il nome del cane.
A volte non ricorda il proprio.
Ma il suo corpo sembra sapere qualcosa che la sua mente ha dimenticato.
Quando Vittorio entra nel cortile, la mano di papà si muove prima ancora che qualcuno gli dica qualcosa.
Il cane arriva.
La testa finisce sulle ginocchia.
Le dita di papà cercano l’orecchio segnato.
È sempre quello.
Come se in quella cicatrice ci fosse una porta che la malattia non è ancora riuscita a chiudere.
Ho smesso di spiegargli la storia.
All’inizio continuavo.
«Papà, lui ti ha salvato.»
«Papà, era con te nel bosco.»
«Papà, avete passato le notti insieme.»
Poi ho capito che ero io ad avere bisogno che ricordasse.
Lui no.
L’amore, qualche volta, deve accettare di non essere riconosciuto.
È una delle lezioni più dure che questa malattia mi abbia insegnato.
Passiamo la vita a pensare che amare significhi essere ricordati.
Essere chiamati per nome.
Ricevere un grazie.
Sentirsi dire “sei mia figlia”, “sei mio marito”, “sei mio padre”.
Poi arriva una malattia come questa e ti toglie tutto.
E tu devi decidere se continui ad amare anche quando dall’altra parte non arriva più la conferma.
Vittorio il cane non ha mai avuto questo problema.
A lui non interessa se papà ricorda.
Non gli interessa se dice cose senza senso.
Non gli interessa se lo chiama con un nome diverso.
Gli basta che quella mano scenda sulla sua testa.
Gli basta sedersi.
Restare.
A volte papà parla di mia madre come se fosse viva.
«Tra poco arriva Teresa.»
Altre volte pensa di dover andare al lavoro.
«Devo passare dal signor Renato, ha un problema al contatore.»
Una volta guardò il cane e gli disse:
«Tu vieni con me? Ho bisogno di un aiutante.»
Vittorio mosse la coda.
«Bravo. Però i cavi non si mordono.»
Io risi.
Era una battuta che mio padre avrebbe potuto fare quarant’anni prima.
Per qualche secondo tornò lui.
Poi sparì di nuovo.
Quella sera andai nella vecchia casa dei miei genitori.
Non avevo il coraggio di entrarci da mesi.
La famiglia aveva ricominciato a parlare della vendita.
«Tanto Vittorio non tornerà più.»
«La casa si rovina.»
«Meglio sistemare le cose finché possiamo.»
In parte avevano ragione.
Ma quelle stanze non erano semplicemente muri.
Dentro c’erano i segni delle altezze che mio padre aveva tracciato sullo stipite mentre crescevo.
C’era ancora il mobile dove mamma teneva i piatti buoni.
C’era il tavolo della domenica.
Mi sedetti proprio lì.
Aprii un cassetto che non toccavo da anni.
Trovai elastici, bollette vecchie, fotografie e una busta ingiallita.
Sopra c’era scritto il mio nome.
“Elena.”
La grafia era quella di papà.
Aprii.
La lettera risaliva agli anni in cui mia madre se n’era andata.
Probabilmente papà non me l’aveva mai consegnata.
C’erano poche righe.
“Se un giorno penserai che sei rimasta sola, ricordati una cosa. Non serve capire tutto per restare vicino a qualcuno. Io magari non saprò sempre aggiustare quello che succede, ma resterò. A volte restare è l’unica cosa che un uomo può fare.”
Lessi quella frase tre volte.
A volte restare è l’unica cosa che un uomo può fare.
Pensai al bosco.
Pensai a mio padre rannicchiato nel freddo.
Pensai a un cane che nessuno aveva amato abbastanza, che avrebbe potuto continuare a correre e invece aveva scelto di fermarsi accanto a uno sconosciuto.
Non so se credere ai segni.
Sono sempre stata una persona pratica.
Mio padre mi ha cresciuta così.
Un filo porta corrente oppure no.
Un interruttore funziona oppure è guasto.
Le cose hanno una causa.
Ma quella sera, con quella vecchia lettera tra le mani, ebbi la sensazione che qualcuno mi stesse dicendo qualcosa.
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