La donna del terzo piano che ordinava pacchi per sentirsi viva

Odiavo quel terzo piano senza ascensore, finché non capii perché la signora Rinaldi ordinava oggetti inutili ogni giorno.

Mi chiamo Gabriele. Ho ventinove anni e consegno pacchi in una città tranquilla dell’Emilia. Non è un brutto lavoro, ma ti consuma. Sempre di corsa, sempre con il telefono che vibra, sempre con la sensazione di essere in ritardo anche quando sei puntuale.

C’era un indirizzo che mi faceva sospirare appena lo vedevo sul giro.

Via San Martino, civico 14.

Terzo piano. Scala stretta. Niente ascensore.

Signora Rinaldi.

Aveva ottantaquattro anni. Piccola, magra, sempre in ordine. Portava spesso un golfino chiaro, la gonna sotto il ginocchio e le pantofole chiuse. Camminava piano, appoggiandosi a un bastone di legno.

Non era scortese. Anzi.

Era proprio quello il problema.

Ogni volta che apriva la porta, sorrideva come se stessi portando qualcosa di importante.

“Buongiorno, Gabriele. Che gentile a salire fin qui.”

Io annuivo, le davo il pacchetto e scappavo giù per le scale.

Perché i suoi pacchi erano sempre minuscoli.

Una spugnetta da cucina.

Due mollette.

Un rocchetto di filo.

Una bustina di bottoni.

Una candela piccola.

Una volta, persino un cucchiaino di plastica.

Oggetti da niente. Roba che pesava meno della mia pazienza.

Dentro di me brontolavo. Pensavo che certe persone ordinassero per noia, senza capire che dall’altra parte c’era qualcuno che correva tutto il giorno. Qualcuno con la schiena a pezzi, il pranzo mangiato in macchina e ancora trenta consegne davanti.

Quel martedì ero già stanco prima di arrivare da lei.

Avevo in mano una busta imbottita così leggera che sembrava vuota. Sull’etichetta c’era scritto: tre elastici da cucina.

Tre elastici.

Mi fermai davanti al portone e guardai il nome sul citofono.

Rinaldi.

Salii le scale più in fretta del solito, quasi arrabbiato. Al terzo piano mi mancava il fiato. Suonai.

Dall’altra parte sentii i suoi passi lenti. Il rumore del bastone sul pavimento. Poi la chiave girò nella serratura.

“Ah, Gabriele,” disse lei, aprendo appena la porta. “È passato anche oggi.”

Le allungai la busta.

“Buongiorno, signora Rinaldi. Il suo pacco.”

Lei provò a prenderlo, ma la mano le tremò. La busta scivolò quasi a terra. Per istinto feci un passo avanti.

“Glielo appoggio dentro, se vuole.”

Lei esitò.

Poi aprì un po’ di più la porta.

Fu allora che vidi il corridoio.

C’erano pacchi ovunque.

Non sparsi. No. Tutti in ordine.

Piccole buste imbottite, scatoline, pacchetti sottili, tutti chiusi. Alcuni sulla consolle vicino allo specchio. Altri allineati lungo il muro. Altri ancora dentro una cesta, come se aspettassero da settimane.

Nessuno era stato aperto.

Rimasi fermo con la busta in mano.

“Signora Rinaldi…” dissi piano. “Ma lei questi pacchi non li apre?”

Il suo sorriso si spense.

Abbassò lo sguardo, come se avessi scoperto una cosa di cui si vergognava.

“Non è niente. Sono sciocchezze.”

Guardai quelle decine di pacchetti. Sciocchezze, sì. Ma tante.

“Tutto bene?” chiesi. “Ha bisogno di aiuto?”

Lei strinse il bastone con entrambe le mani.

Per qualche secondo non disse nulla.

Poi sospirò.

“Mio marito è morto sei anni fa.”

La frase mi prese alla sprovvista.

Lei continuò senza guardarmi.

“Prima questa casa aveva sempre un suono. La sua tazza sul tavolo. La televisione bassa in cucina. I suoi passi nel corridoio. Anche quando non parlavamo, io sapevo che c’era qualcuno.”

Mi sentii improvvisamente fuori posto.

Il mio telefono vibrò nella tasca, ma non lo presi.

“La famiglia è lontana,” disse. “Ognuno ha la propria vita. Non li biasimo. Davvero. Ma ci sono giorni in cui nessuno pronuncia il mio nome.”

Alzò gli occhi verso di me.

Erano lucidi.

“Allora ordino piccole cose. Cose che costano poco. Cose che non mi servono davvero. Perché così qualcuno suona. Qualcuno sale. Qualcuno dice: signora Rinaldi. Anche solo per mezzo minuto.”

La busta con i tre elastici mi sembrò pesantissima.

“Lo so che è stupido,” aggiunse lei.

“No,” dissi subito.

Ma la voce mi uscì bassa.

Mi vergognai.

Per mesi avevo pensato che fosse una vecchietta capricciosa. Una perdita di tempo. Un indirizzo scomodo sul mio giro.

Invece lei non comprava oggetti.

Comprava un campanello.

Comprava una voce.

Comprava la certezza di non essere sparita dietro una porta chiusa.

Mi appoggiai allo stipite.

“Signora Rinaldi, oggi devo finire il giro. Ma tra poco ho la pausa. Se per lei va bene, torno.”

Lei mi guardò confusa.

“Ha dimenticato qualcosa?”

“No,” dissi. “Torno senza pacco.”

Non sorrise subito. Prima sembrò quasi spaventata, come se non volesse crederci.

Poi annuì piano.

Mezz’ora dopo ero di nuovo davanti al civico 14. Avevo comprato due panini in un piccolo forno all’angolo. Niente di speciale. Pane, prosciutto cotto e formaggio.

Suonai.

Questa volta non avevo nulla da scansionare.

La signora Rinaldi aprì la porta e guardò il sacchetto di carta che tenevo in mano.

“Non c’è consegna oggi?” chiese.

“Sì,” risposi. “Ma questa è per la pausa pranzo.”

Lei rise.

Un riso piccolo, fragile, come una finestra aperta dopo tanto tempo.

“Allora preparo il caffè,” disse.

Da quel giorno, la signora Rinaldi non ordinò più elastici, bottoni o cucchiaini di plastica. Non tutti i giorni, almeno.

Io passo da lei due volte alla settimana, durante la pausa. A volte parliamo. A volte mangiamo in silenzio. A volte mi racconta di suo marito, del vecchio mercato del quartiere, delle domeniche in cui la casa era piena di voci.

Io le racconto della fatica, delle scale, dei turni lunghi, di quella sensazione di correre sempre e non arrivare mai davvero da nessuna parte.

Abbiamo età diverse, vite diverse.

Ma ci siamo capiti.

Perché si può essere soli anche in mezzo alla gente. Si può essere invisibili anche con il proprio nome scritto sul citofono.

Da fuori, molte porte sembrano normali. Pulite, chiuse, tranquille.

Ma dietro alcune porte non c’è qualcuno che aspetta un pacco.

C’è qualcuno che aspetta di essere ricordato.

Per noi, cinque minuti possono sembrare niente.

Per una persona sola, possono essere abbastanza per reggere un’intera settimana.

Non aspettare che una porta resti chiusa per sempre.

Suona prima.

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