La donna del terzo piano che ordinava pacchi per sentirsi viva

Pensavo di aver capito la solitudine della signora Rinaldi, finché un martedì lei non aprì la porta… e mi chiese di non tornare più.

All’inizio credetti di aver sentito male.

Ero sul pianerottolo del terzo piano, con due panini nel sacchetto e il fiato corto come sempre. Avevo suonato una volta sola, perché ormai lei riconosceva il mio modo di premere il campanello.

Tre tocchi brevi.

Era diventata quasi una piccola abitudine tra noi.

Quando la porta si aprì, però, capii subito che qualcosa non andava.

La signora Rinaldi non aveva il suo solito golfino chiaro. Indossava una vestaglia ordinata, ma chiusa male sul davanti. I capelli erano pettinati, sì, ma con quella cura frettolosa di chi ha passato la mattina a convincersi di stare bene.

Mi sorrise appena.

“Gabriele,” disse. “Oggi non posso.”

Guardai il sacchetto di carta nella mia mano.

“Non si preoccupi. Posso lasciarle il panino e scappare.”

Lei scosse la testa.

“No. Intendo… non oggi. Non più.”

Quelle due parole mi rimasero addosso come polvere.

Non più.

Provai a ridere piano, per alleggerire.

“Se è per il prosciutto, posso cambiare forno.”

Lei non rise.

Abbassò gli occhi verso le pantofole.

“Lei è giovane. Ha il suo lavoro, la sua vita, le sue fatiche. Io non voglio diventare un peso.”

Rimasi fermo.

Dietro di lei vidi il corridoio. I pacchetti chiusi erano diminuiti, perché un giorno le avevo proposto di aprirli insieme. Ne avevamo trovati alcuni così assurdi che avevamo riso per dieci minuti.

Una confezione da due fermagli.

Un gomitolo verde bottiglia.

Un set di etichette adesive senza motivo.

Lei aveva detto che il gomitolo sembrava il colore del vecchio cappotto di suo marito.

Poi era rimasta in silenzio, tenendolo tra le dita.

“Signora Rinaldi,” dissi, “io vengo volentieri.”

Lei sollevò lo sguardo.

Aveva gli occhi lucidi, ma la voce ferma.

“Lo dice perché è buono.”

“No.”

“Sì,” insistette. “E proprio per questo non va bene. Le persone buone si stancano in silenzio. Io l’ho visto tante volte.”

Non seppi cosa rispondere.

Perché una parte di me capiva.

Ci sono persone che hanno paura di chiedere troppo anche quando chiedono solo cinque minuti. Hanno vissuto abbastanza da sapere che l’affetto, a volte, viene dato con entusiasmo all’inizio e poi diventa dovere.

E loro non vogliono vedere quel momento arrivare.

“Mi faccia almeno entrare un attimo,” dissi.

Lei strinse il bastone.

“Meglio di no.”

Poi fece una cosa che mi fece più male di una porta sbattuta.

Mi sorrise.

Quel sorriso educato, piccolo, da persona che si scusa per esistere.

“La ringrazio per tutto, Gabriele. Davvero.”

E chiuse piano.

Non fu un rumore forte.

Ma mi sembrò pesantissimo.

Rimasi sul pianerottolo con il sacchetto in mano. Sentivo le scale sotto di me, il telefono che vibrava, il giro che mi aspettava.

E per la prima volta da mesi, quel terzo piano mi sembrò troppo silenzioso.

Scesi senza fretta.

In macchina mangiai uno dei due panini da solo. L’altro rimase nel sacchetto, sul sedile accanto, come una cosa inutile.

Una volta avrei pensato: meglio così.

Un indirizzo in meno.

Un problema in meno.

Invece mi sentii come se avessi lasciato qualcuno indietro.

Nei giorni seguenti provai a rispettare la sua scelta.

Passavo da Via San Martino per altre consegne e guardavo il civico 14 senza fermarmi. Qualche volta vedevo la sua finestra chiusa. Qualche volta la tenda appena spostata.

Non suonavo.

Mi dicevo che aveva diritto alla sua distanza.

Mi dicevo che non potevo entrare nella vita degli altri solo perché mi dispiaceva.

Ma ogni volta che salivo scale in altri palazzi, ogni volta che consegnavo pacchi piccoli, ogni volta che qualcuno firmava senza guardarmi, pensavo a lei.

Pensavo a quella frase.

“Le persone buone si stancano in silenzio.”

Mi faceva arrabbiare.

Non con lei.

Con il mondo che gliel’aveva insegnata.

Il venerdì successivo avevo una consegna al secondo piano dello stesso palazzo. Una scatola leggera per una famiglia con un bambino piccolo.

Mentre scendevo, sentii una voce dietro una porta.

“È lei il ragazzo che andava dalla signora del terzo?”

Mi voltai.

Sul pianerottolo c’era una donna sui sessant’anni, con il grembiule da casa e le mani ancora umide. Non sapevo il suo nome. L’avevo incrociata qualche volta.

“Sì,” risposi. “Perché?”

Lei guardò verso l’alto.

“Non la vediamo uscire da qualche giorno.”

Il cuore mi fece un colpo.

“Come, da qualche giorno?”

“Prima scendeva ogni tanto a prendere il pane. Piano piano, ma scendeva. Questa settimana niente. Ho pensato che magari lei sapesse qualcosa.”

Non aspettai altro.

Feci le scale due gradini alla volta.

Quando arrivai al terzo piano, suonai.

Tre tocchi brevi.

Nessuna risposta.

Suonai ancora.

“Signora Rinaldi? Sono Gabriele.”

Silenzio.

Mi avvicinai alla porta.

Dentro sentii qualcosa.

Non una voce.

Un rumore basso. Forse una sedia spostata. Forse il bastone caduto.

“Signora Rinaldi?”

Questa volta la sua voce arrivò appena.

“Gabriele?”

Era debole, lontana.

Mi mancò l’aria.

“Sì, sono io. Sta bene?”

“Non riesco… ad alzarmi bene.”

Mi si gelò lo stomaco.

Non sfondai la porta, non feci gesti da eroe. Bussai alla vicina, chiesi aiuto, chiamammo chi doveva essere chiamato. La vicina aveva un numero di famiglia scritto su un foglio vicino al telefono, perché la signora Rinaldi glielo aveva lasciato anni prima, per sicurezza.

Tutto avvenne in modo semplice, umano, senza confusione.

Quando finalmente la porta si aprì, la trovammo seduta sul pavimento vicino alla poltrona.

Non era grave, per fortuna.

Era scivolata la sera prima cercando di prendere una coperta. Non aveva voluto disturbare nessuno. Aveva passato ore a ripetersi che ce l’avrebbe fatta da sola.

Quando mi vide, provò persino a sistemarsi i capelli.

“Che figura,” mormorò.

Mi inginocchiai davanti a lei.

“No,” dissi. “La figura l’abbiamo fatta noi, tutti quanti, a non suonare prima.”

Lei chiuse gli occhi.

Non pianse subito.

Le tremò solo il mento.

Dopo i controlli e un po’ di riposo, tornò a casa con qualche livido e tanta vergogna addosso. La vergogna, a volte, pesa più del dolore.

Io passai il giorno dopo.

Non avevo panini.

Avevo un quaderno.

Copertina semplice, a righe, comprato in cartoleria.

Lei era seduta al tavolo della cucina. La vicina le aveva preparato una minestra. Il bastone era appoggiato alla sedia.

Quando mi vide entrare, fece una smorfia.

“Se è venuto a rimproverarmi, si sieda almeno.”

“Non sono bravo a rimproverare,” dissi. “Sono più bravo a salire scale lamentandomi.”

Le scappò un sorriso.

Appoggiai il quaderno sul tavolo.

“Questo cos’è?”

“Una cosa stupida.”

“Le cose stupide, in questa casa, hanno una certa tradizione,” disse lei.

Aprii la prima pagina.

Avevo scritto in alto:

Quaderno delle campanellate.

Lei lesse piano.

Poi mi guardò.

“Che significa?”

“Significa che non deve più inventarsi pacchi inutili per sentire il campanello.”

Sfogliai il quaderno.

Su ogni pagina avevo scritto un giorno della settimana. Non era un calendario preciso. Non era un impegno pesante. Era solo un modo per non lasciare tutto al caso.

Lunedì: la vicina del secondo passa per un caffè.

Mercoledì: Gabriele passa in pausa.

Venerdì: telefonata alla nipote, se le va.

Domenica: porta socchiusa dopo pranzo, per chi vuole salutare.

Lei rimase immobile.

“Non posso chiedere questo.”

“Non lo sta chiedendo lei.”

“E allora chi?”

“Il pianerottolo,” dissi.

Mi guardò come se fossi matto.

“Allora il pianerottolo è diventato molto invadente.”

“Un po’ sì.”

La verità era che avevo parlato con la vicina. Poi con il signore del primo piano che portava fuori il cane. Poi con la famiglia del secondo.

Niente di grande.

Niente di organizzato.

Solo persone che vivevano nello stesso palazzo e che, fino a quel momento, si erano salutate appena.

Ognuno aveva detto la stessa cosa.

“Non volevo disturbare.”

Mi colpì.

Eravamo tutti lì, dietro porte diverse, convinti che l’altro non avesse bisogno di noi o non volesse essere disturbato.

E intanto una donna di ottantaquattro anni ordinava tre elastici per sentire pronunciare il suo nome.

La signora Rinaldi accarezzò la copertina del quaderno.

“E se poi si stancano?”

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