L’uomo esitò appena.
«Sì. Salga, altrimenti si prende una polmonite.»
Teresa si sedette sul sedile posteriore.
Nell’auto c’era odore di caffè e legno. Sul cruscotto erano appoggiati un giornale piegato e un sacchetto di castagne.
«Dove deve andare?»
«Via delle Officine, numero diciotto.»
La macchina partì.
Per alcuni minuti Teresa rimase in silenzio, osservando le luci riflesse sull’asfalto bagnato.
«Giornata pesante?» domandò l’uomo.
Quelle due parole bastarono.
Teresa cominciò a raccontare.
Raccontò dell’apparecchio.
Di Mirella.
Del direttore che non aveva voluto ascoltarla.
Del licenziamento.
Poi parlò di Giulia, dell’operazione, dei soldi messi da parte e della paura di non riuscire a pagare la riabilitazione.
«Mia sorella me l’ha affidata prima di morire», disse con la voce rotta. «Mi ha preso la mano e mi ha fatto promettere che non l’avrei mai lasciata sola.»
L’uomo guidava senza interromperla.
Non disse che tutto si sarebbe sistemato.
Non pronunciò le solite frasi che si dicono quando non si sa cosa dire.
Ascoltò.
Quando Teresa finì, lui le domandò il nome della clinica.
Lei glielo disse.
L’uomo rallentò, accostò per qualche secondo e prese il telefono.
«Sono Andrea Valenti.»
La sua voce era cambiata.
Non era più quella di un automobilista gentile. Era calma, ma ferma.
«Tra un’ora voglio nel mio ufficio il direttore sanitario, la caposala, il responsabile amministrativo e chi si occupa della sicurezza. Nessuna eccezione.»
Ascoltò la risposta.
«Non mi interessa dove siano. Li voglio lì.»
Riattaccò e ripartì.
Teresa pensò che stesse parlando di problemi suoi.
«Mi dispiace averla caricata con tutta questa storia.»
«Non si deve scusare.»
Arrivati davanti al suo palazzo, Teresa aprì la borsa.
«Quanto le devo?»
«Nulla.»
«Ma la corsa…»
«È già stata pagata.»
Lei scese, ancora confusa.
La berlina blu scomparve all’angolo.
Il telefono di Teresa si riaccese grazie a una piccola batteria portatile che aveva dimenticato nella tasca.
Rosa la chiamò immediatamente.
«Dove sei? Il tassista è ancora davanti alla clinica. Dice che non ti ha trovata.»
Teresa rimase ferma sotto la pioggia.
L’uomo che l’aveva accompagnata non era un tassista.
E lei gli aveva raccontato ogni cosa.
La mattina dopo si svegliò con Giulia seduta sul bordo del letto.
«Zia, ti fa male la mano?»
Teresa nascose il taglio sotto la coperta.
«È solo un graffio.»
Giulia la guardò con quegli occhi scuri che assomigliavano tanto a quelli di Lucia.
«Ieri hai pianto.»
«Gli adulti piangono quando sono stanchi.»
In cucina divisero due fette di pane raffermo, scaldate in padella con un po’ di latte. Sul frigorifero c’era una fotografia della famiglia durante un pranzo domenicale di molti anni prima.
Sua madre Anna sorrideva davanti a una teglia di lasagne.
Lucia aveva ancora i capelli lunghi.
Teresa era giovane e credeva che certe domeniche sarebbero durate per sempre.
Il telefono squillò.
Era l’amministrazione della clinica.
«La signora Moretti è convocata alle dieci. È urgente.»
Teresa affidò Giulia alla vicina del piano di sotto e prese l’autobus.
Entrando nella clinica, notò qualcosa di strano.
Nessuno la guardava con disprezzo.
Al contrario, gli impiegati abbassavano gli occhi.
Nella sala riunioni trovò il dottor Lotti, Mirella, due amministratori e l’uomo della berlina blu.
Indossava lo stesso cappotto della sera prima.
«Buongiorno, signora Moretti.»
Il direttore era pallido.
«Lei chi è?» domandò Teresa.
Andrea indicò una sedia.
«Sono il presidente della fondazione proprietaria dell’immobile e il principale finanziatore della clinica.»
Teresa rimase in piedi.
«Perché ieri non me l’ha detto?»
«Perché volevo ascoltare la sua storia senza che il mio ruolo cambiasse il modo in cui me l’avrebbe raccontata.»
Sul tavolo c’erano cartelle, fotografie e copie di messaggi.
Andrea aprì un fascicolo.
«La telecamera nella stanza era stata rimossa. Ma il tecnico aveva segnalato una ruota difettosa del supporto tre giorni fa.»
Guardò Mirella.
«La segnalazione è stata ricevuta e firmata dalla caposala. Il macchinario non doveva essere usato prima della riparazione.»
Mirella strinse le labbra.
Andrea continuò.
«La telecamera del corridoio mostra inoltre la signora Conti rientrare nella stanza dopo il licenziamento della signora Moretti. Pochi minuti dopo, la signora Moretti esce con una mano ferita.»
«È stato un incidente», mormorò Mirella.
«Anche il macchinario è caduto per incidente?» chiese Andrea.
Nessuna risposta.
Il responsabile della sicurezza mise sul tavolo una dichiarazione.
Una delle infermiere, rimasta nella stanza accanto, aveva sentito Teresa gridare: “È stata lei”.
Un addetto alla manutenzione confermava che Mirella gli aveva ordinato di non lasciare cartelli vicino all’apparecchio per non impressionare i pazienti.
Andrea guardò il direttore.
«Lei ha licenziato una lavoratrice senza verificare i fatti.»
«Mi sono fidato della caposala.»
«No. Si è fidato del ruolo della caposala. E ha deciso che la parola di una donna delle pulizie valesse meno.»
Il silenzio diventò pesante.
Il dottor Lotti si schiarì la voce.
«Possiamo annullare il provvedimento.»
Andrea si rivolse a Teresa.
«Vuole tornare al lavoro?»
Lei guardò il pavimento lucido, le pareti perfette, le fotografie sorridenti appese lungo il corridoio.
Quella clinica aveva costruito tutta la propria reputazione sulla bella figura.
Gentilezza davanti ai pazienti.
Prepotenza dietro le porte.
«No», rispose Teresa.
Il direttore sollevò la testa.
«Come sarebbe a dire?»
«Non torno in un posto dove bisogna avere un titolo per essere creduti.»
Andrea annuì.
«La fondazione le riconoscerà lo stipendio arretrato, un risarcimento e le spese mediche per la mano. La caposala è sospesa. Il direttore sanitario sarà sottoposto a verifica.»
Mirella si alzò.
«Dopo tutto quello che ho fatto per questa clinica?»
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