Era stata lei a coprirsi il naso.
Adesso si strofinava le dita come se volesse cancellare quel gesto.
Elena tornò a guardare Marta.
«Tre mesi fa ho ricevuto la prima segnalazione.»
La direttrice irrigidì le spalle.
«Da parte di chi?»
«Una sua ex dipendente.»
«Le persone licenziate raccontano qualsiasi cosa.»
«Non era stata licenziata. Si era dimessa dopo essere stata insultata davanti alle colleghe perché doveva accompagnare il marito alle cure.»
Marta fece un gesto infastidito.
«Rosa era inaffidabile.»
«Rosa ha cinquantotto anni. Ha lavorato qui undici anni. Quando suo marito si è ammalato, ha chiesto due pomeriggi liberi al mese.»
«E io gestisco un’attività, non un’opera di carità.»
Elena la fissò senza alzare la voce.
«È la stessa frase che le ha detto, parola per parola.»
Marta impallidì ancora di più.
L’avvocato aprì la cartella.
«Abbiamo raccolto sei testimonianze, controllato registri, turni e pagamenti. Risultano ore non conteggiate, riposi saltati e mansioni assegnate senza adeguata formazione.»
«È falso.»
«Ci sono documenti.»
«Sono errori amministrativi.»
«Undici mesi di errori?» domandò Elena.
Marta strinse le labbra.
Per la prima volta, il salone elegante sembrò piccolo.
Le luci di cristallo non apparivano più raffinate.
Sembravano lampade troppo forti puntate su una stanza piena di polvere.
Elena indicò Chiara.
«Lei è l’apprendista?»
La ragazza esitò.
Guardò Marta.
Poi l’avvocato.
Infine annuì.
«Sì, signora.»
«Quante ore ha lavorato ieri?»
Marta intervenne subito.
«Non deve rispondere.»
Elena non le tolse gli occhi di dosso.
«Non ho fatto la domanda a lei.»
Chiara strinse il manico della scopa.
«Undici ore.»
«Sul registro quante ne risultano?»
La ragazza inspirò lentamente.
«Sei.»
Una delle clienti sollevò la testa.
«Undici ore?»
Chiara annuì.
«Sono arrivata alle sette e mezza. Ho aperto con la collega. Dovevo uscire alle tre, ma mancava personale.»
Marta scattò.
«E ti ho sempre dato la possibilità di imparare!»
La ragazza ebbe un piccolo sussulto.
Elena lo notò.
Era il movimento istintivo di chi aveva imparato ad avere paura di una voce.
«Imparare cosa?» domandò Elena. «A non farsi pagare?»
«Lei non conosce il settore.»
«Conosco il lavoro.»
Elena si tolse una ciabatta e mostrò il tallone arrossato.
«Ho iniziato a quattordici anni in una sartoria. Si lavorava fino a sera, con le finestre chiuse d’inverno perché il riscaldamento costava troppo.»
Si rimise la ciabatta.
«Non c’erano contratti perfetti, allora. Non c’erano parole eleganti per definire lo sfruttamento. Si diceva soltanto: porta pazienza, sei giovane.»
Guardò Chiara.
«Sono passati cinquant’anni. E c’è ancora chi usa la parola sacrificio quando il sacrificio lo fanno sempre gli altri.»
Marta si aggrappò al bancone.
«Non può presentarsi travestita, provocare una situazione e poi accusarci.»
Elena sorrise di nuovo.
Quello stesso sorriso visto sul marciapiede.
«Io non ho provocato nulla.»
Estrasse il telefono.
«Sono entrata. Ho chiesto un momento. Non ho alzato la voce. Non ho toccato nessuno. Non ho minacciato nessuno.»
L’avvocato fece un cenno a uno degli uomini.
L’uomo si avvicinò al televisore appeso alla parete, collegò un piccolo dispositivo e accese lo schermo.
Comparvero le immagini delle telecamere interne del salone.
Erano quelle già installate dalla direzione.
Le registrazioni erano state messe a disposizione nell’ambito della verifica autorizzata sulla sicurezza dell’immobile.
Sul video si vedeva Elena entrare.
Si sentiva la voce di una stilista.
«Dovremo disinfettare tutto.»
Poi quella di una cliente.
«Ma non si vergogna a presentarsi così?»
Infine la voce di Marta.
«Qui non può stare.»
Le immagini mostrarono Nadia afferrare Elena per il braccio.
Il passo verso la porta.
La spinta.
La caduta.
E, pochi secondi dopo, la risata.
Nessuno ebbe il coraggio di guardare lo schermo fino alla fine.
Marta si lasciò cadere sulla sedia dietro il bancone.
«Non era mia intenzione farla cadere.»
«Non è stata lei a spingermi», disse Elena. «Ma è stata lei a creare un posto dove tutti hanno capito che potevano farlo.»
Nadia si mosse nervosamente.
«Io ho seguito le istruzioni.»
Elena la guardò.
«Anche mia madre seguiva sempre le istruzioni.»
La voce le si incrinò appena.
Fu l’unico momento in cui perse quella freddezza controllata.
«Puliva le case dei signori. Entrava dalla porta di servizio. Mangiava in cucina. Se arrivavano ospiti, doveva sparire.»
Le clienti rimasero immobili.
«Una volta», continuò Elena, «avevo nove anni e l’accompagnai in una casa perché avevo la febbre e non poteva lasciarmi sola. La padrona mi fece sedere sul pianerottolo.»
Si sfiorò il polso.
«Mia madre lavorò quattro ore. Io rimasi lì, con un cappotto addosso e una tazza d’acqua. Quando tornammo a casa, lei mi disse di non raccontarlo a papà.»
«Perché?» chiese Chiara quasi senza rendersene conto.
Elena la guardò.
«Perché si vergognava.»
Fece una pausa.
«Non di loro. Di sé.»
Nel salone nessuno respirava normalmente.
«Ci hanno insegnato così», continuò Elena. «Chi viene umiliato spesso nasconde l’umiliazione, mentre chi umilia torna a casa convinto di essere una persona rispettabile.»
Marta si alzò di scatto.
«Io non umilio nessuno.»
Chiara la guardò.
Quella volta non abbassò gli occhi.
L’avvocato estrasse altri fogli.
«Vuole che leggiamo le dichiarazioni?»
Marta tacque.
Elena fece cenno di sì.
L’uomo lesse senza enfasi.
Una dipendente raccontava di essere stata chiamata “vecchia” davanti alle clienti dopo aver chiesto uno sgabello per un dolore alla schiena.
Un’altra riferiva di aver lavorato per settimane con la febbre per paura di perdere il posto.
Una donna delle pulizie aveva ricevuto metà del compenso concordato perché, secondo Marta, non aveva lucidato bene gli specchi.
Un’apprendista precedente aveva lasciato il salone dopo che le avevano tagliato una ciocca di capelli per scherzo davanti alle colleghe.
Ogni testimonianza sembrava strappare un pezzo di carta da parati dalle pareti.
Dietro l’eleganza appariva la muffa.
Marta continuava a scuotere la testa.
«Sono persone rancorose.»
«Tutte?» domandò Elena.
«Nel lavoro bisogna essere severi.»
«Severi con chi non può difendersi.»
«Lei parla perché è ricca.»
La frase uscì dalla bocca di Marta prima che potesse fermarla.
Elena rimase immobile.
Poi annuì.
«Adesso sì.»
Guardò le proprie mani sporche.
«Ma per molti anni non lo sono stata.»
Raccontò che suo padre faceva il muratore e sua madre cuciva orli per le donne del paese.
In casa si mangiava carne soltanto la domenica.
Il bagno era sul balcone.
D’inverno, al mattino, l’acqua nel catino aveva una crosta di ghiaccio.
A diciassette anni Elena aveva lasciato la scuola per lavorare.
A ventidue aveva sposato Bruno, un giovane geometra con più idee che denaro.
Avevano comprato il primo magazzino grazie a un prestito e agli orecchini d’oro della madre di Elena.
«Mia suocera li tolse dalle orecchie durante il pranzo della domenica», disse. «Li mise sulla tovaglia accanto al cestino del pane e disse: vendeteli.»
Elena sorrise con tristezza.
«Quella era ricchezza. Non il valore degli orecchini. Il fatto che una donna anziana si fidasse di noi abbastanza da rinunciare all’unica cosa preziosa che possedeva.»
Bruno era morto cinque anni prima.
Fino all’ultimo aveva controllato personalmente gli immobili più vecchi.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





