Giovanni aveva settantatré anni.
Viveva da solo al secondo piano di una palazzina vecchia sopra quella che un tempo era stata una merceria.
L’insegna scolorita era ancora sopra la serranda.
Mimì era stata della moglie, Teresa.
O almeno così diceva lui.
«In realtà Mimì comandava tutti e due.»
Teresa era morta tre anni prima.
Non improvvisamente.
Lentamente.
Abbastanza lentamente da consumare non soltanto la salute, ma anche i risparmi e le energie di entrambi.
Giovanni non raccontò tutto in una volta.
Le persone della sua generazione raramente lo fanno.
Le cose uscivano a pezzi.
Mentre chiudeva il trasportino.
Aspettando un controllo.
Bevendo un caffè dal bicchierino di plastica.
Teresa aveva lavorato per anni come impiegata in una piccola officina.
Giovanni aggiustava tutto.
Caldaie.
Rubinetti.
Serrande.
Motori.
Sedie.
«Tranne mia moglie», disse una volta. «Quella non sono riuscito ad aggiustarla.»
Non risi.
Nemmeno lui.
Dopo la sua morte era rimasta Mimì.
La pensione bastava appena.
Poi l’appartamento aveva cambiato proprietario e l’affitto era aumentato.
Poi erano salite le bollette.
Poi erano arrivati i medicinali di Giovanni.
Poi il frigorifero si era rotto.
Poi Mimì aveva cominciato a stare male.
Le disgrazie raramente bussano tutte insieme.
Preferiscono entrare una alla volta.
Così non capisci subito che ti stanno svuotando la casa.
Una bolletta.
Una visita.
Una riparazione.
Un aumento.
Un dente che si rompe.
Un animale che smette di mangiare.
Sempre una cosa in più.
Giovanni non chiedeva pietà.
Era questo che mi colpiva.
Raccontava i fatti nello stesso modo in cui un contadino guarda il cielo e dice che arriverà la grandine.
È successo questo.
Poi questo.
Adesso siamo qui.
Una sera, mentre sistemavo la scheda di Mimì, trovai ancora i suoi vecchi biglietti.
Una collega li lesse.
Rimase in silenzio.
Poi disse:
«Ha scritto istruzioni più precise lui di gente che spende cento euro per un guinzaglio.»
Non risposi.
«Immagina voler bene così tanto a qualcosa ed essere giudicato lo stesso.»
Io non dovevo immaginarlo.
Lo avevo fatto.
Qualche giorno dopo Mimì ebbe una ricaduta.
Giovanni telefonò poco prima della chiusura.
«Respira di nuovo troppo veloce.»
La portò in dieci minuti.
Stesso trasportino.
Stesso strofinaccio.
Stesso terrore.
Servivano altri esami.
Altro ossigeno.
Altre cure.
E un altro preventivo.
Giovanni guardò la cifra.
La faccia gli diventò grigia.
«Stasera non ce li ho.»
Quella frase uscì come una confessione.
La dottoressa Marta cercò di ridurre il possibile.
Ma esiste un punto oltre il quale non si può tagliare.
I farmaci costano.
Le apparecchiature costano.
Le ore di lavoro costano.
Anche la bontà, purtroppo, deve pagare luce, affitto e stipendi.
Giovanni si sedette.
Per la seconda volta lo vidi davanti allo stesso precipizio.
Una ragazza che lavorava con noi, Chiara, mi si avvicinò.
Aveva ventidue anni e uno stipendio che certamente non permetteva eroismi.
«Metto quaranta euro.»
La guardai.
«Io sessanta.»
La receptionist sentì.
«Venti.»
Un altro collega ne mise trenta.
Nessun discorso.
Nessuna fotografia.
Nessuno disse: “Guardate quanto siamo buoni.”
Aprivamo semplicemente i portafogli.
La dottoressa Marta riuscì a ridurre alcune voci.
Quando spiegammo a Giovanni che avremmo coperto noi una parte, il suo volto cambiò.
«No.»
Pensai di aver capito male.
«Giovanni…»
«No. Non voglio elemosina.»
La voce non era cattiva.
Era ferita.
Per molti uomini della sua generazione accettare aiuto è più difficile che sopportare dolore.
Sono cresciuti con frasi come:
“Un uomo deve cavarsela.”
“Non disturbare gli altri.”
“Piuttosto stringi la cinghia.”
“Prima paghi i debiti, poi dormi tranquillo.”
Giovanni preferiva quasi perdere la possibilità di curare Mimì piuttosto che sentirsi mantenuto.
Allora dissi:
«Non è elemosina.»
Mi guardò.
«È un prestito senza soldi.»
Aggrottò la fronte.
«Come sarebbe?»
«Quando potrà, aiuti qualcun altro. Non noi. Qualcuno che ne avrà bisogno. In qualunque modo.»
Restò in silenzio.
«Consideriamolo un ponte», aggiunsi. «Non un regalo.»
Giovanni guardò Mimì.
Poi noi.
Infine fece quel piccolo cenno con la testa che ormai conoscevo.
«Questo posso accettarlo.»
Quella notte Mimì rimase sotto ossigeno.
Giovanni sedette accanto a lei.
Le raccontò tutto.
Che la vicina del piano di sopra aveva fatto cadere una pentola.
Che il termosifone in cucina continuava a perdere.
Che a casa era rimasta una scatoletta buona che nessuno avrebbe toccato.
«Costa più della mia cena», borbottò. «Quindi vedi di tornare a mangiarla.»
Più tardi gli portai un caffè.
Uno di quei caffè lunghi delle macchinette che offendono la tradizione italiana solo chiamandosi così.
Giovanni lo bevve comunque.
«Teresa aiutava la gente di nascosto», disse.
«Sua moglie?»
Annuì.
«Lasciava buste della spesa davanti alle porte. Aggiustava vestiti e diceva che aveva trovato il filo avanzato. Una volta pagò due mesi di bollette a una signora del condominio senza dirglielo.»
Sorrise.
«Era furba.»
«Sembra di sì.»
Giovanni abbassò gli occhi.
«Diceva sempre che l’aiuto entra meglio se non costringi la gente a masticare anche il proprio orgoglio.»
Quella frase rimase lì.
Tra noi.
«Avrei dovuto farmi aiutare di più quando stava male», aggiunse.
Non dissi nulla.
«Pensavo: resisto ancora un mese. Vendo un’altra cosa. Aspetto la pensione. Recupero.»
Guardò il bicchiere.
«Ma la vita non ti chiede in quale ordine preferisci affogare.»
Non esiste un corso che insegni cosa rispondere a una frase del genere.
«No», dissi. «Non lo chiede.»
Mimì superò anche quella crisi.
Giovanni cominciò a fare piccoli pagamenti.
Dieci euro.
Sette.
Una volta tre.
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