Davide guardò la sua mano sul giaccone.
Elena la ritirò.
«Sono già morto una volta,» disse lui. «Non è stato piacevole. Non ho intenzione di ripetere l’esperienza.»
Sergio si fece avanti.
«Vengo con lei.»
Davide lo studiò.
Pochi minuti prima quell’uomo lo aveva spinto contro una porta.
Adesso cercava di rimediare.
«Sai usare una mazza?»
«Lavoravo nei cantieri prima di fare questo mestiere.»
«Allora vieni.»
Attraversarono il corridoio di servizio mentre Elena proseguiva l’appello.
Mancavano cinque persone.
Due cameriere erano ancora ai piani.
Un cuoco era rimasto in cucina.
Una coppia anziana non aveva lasciato la camera.
E Matteo non era tornato.
«Camera 314,» disse Elena a un dipendente. «I signori Bellini. Lui cammina con il bastone.»
«Le scale del terzo piano sono parzialmente bloccate.»
Elena guardò verso il corridoio dove Davide era scomparso.
Per la prima volta in vita sua, non aspettò che qualcun altro decidesse.
Prese una torcia.
«Vado io.»
Valenti cercò di fermarla.
«Non è il tuo lavoro.»
Elena lo guardò.
«Stasera non esiste più il mio lavoro. Esistono solo persone da portare fuori.»
Salì le scale insieme a una cameriera.
Al secondo piano trovarono pezzi di intonaco sul pavimento.
Al terzo, il corridoio era pieno di fumo e polvere.
«Signor Bellini!» gridò Elena.
Una voce debole rispose dietro una porta.
La coppia era rimasta chiusa dentro perché il telaio si era deformato.
Elena e la cameriera spinsero insieme.
Niente.
«Allontanatevi dalla porta!» gridò una voce alle loro spalle.
Era Matteo.
Aveva una spalla sporca di sangue per un piccolo taglio, ma stava in piedi.
Impugnava un estintore.
Colpì la serratura due volte.
Al terzo colpo la porta cedette.
Il signor Bellini apparve appoggiato al bastone.
Dietro di lui, sua moglie stringeva una fotografia di famiglia.
«Pensavamo che ci aveste dimenticati,» disse.
Elena sentì gli occhi riempirsi di lacrime.
«No. Stavolta no.»
Aiutarono la coppia a scendere.
Quando raggiunsero la cappella, un boato più forte dei precedenti fece tremare le panche.
Le luci di emergenza si spensero per alcuni secondi.
Qualcuno pregò ad alta voce.
Qualcun altro chiamò il nome della madre.
Poi si udì un rumore profondo provenire da sotto l’edificio.
Un gorgoglio.
Il pavimento smise lentamente di vibrare.
L’acqua che correva nel corridoio cambiò direzione.
«Ce l’hanno fatta,» disse Valenti.
Passarono cinque minuti.
Poi dieci.
Davide e Sergio non tornavano.
Elena consegnò il registro a Matteo.
«Continua l’appello.»
«Dove va?»
«A cercarli.»
«Ha detto che nessuno deve restare solo.»
Elena lo guardò.
Il ragazzo aveva capito.
«Allora vieni con me.»
Li trovarono nel deposito sotto la cucina.
Sergio era seduto a terra, con una caviglia gonfia.
Davide reggeva una pesante trave di legno contro una porta deformata.
Dietro di loro, il vecchio canale di scolo era stato riaperto.
L’acqua fangosa scorreva con forza verso valle.
«Portate via Sergio!» gridò Davide.
Elena si avvicinò.
«E lei?»
«Se lascio la trave, la porta si chiude e blocca il passaggio.»
«Possiamo sostituirla.»
«Il soffitto sta cedendo.»
Matteo aiutò Sergio a rialzarsi.
Elena rimase davanti a Davide.
«Non la lascio qui.»
«Non è il momento per sentirsi in colpa.»
«Non è colpa.»
«Cos’è, allora?»
Elena afferrò l’altra estremità della trave.
«È decenza. Quella che avrei dovuto mostrarle quando è entrato.»
Davide la fissò.
Per la prima volta, nei suoi occhi apparve qualcosa di diverso dalla stanchezza.
«Al mio tre,» disse.
Spingendo insieme riuscirono a incastrare la trave sotto un arco di pietra.
Corsero fuori pochi secondi prima che una parte del soffitto crollasse dietro di loro.
Quando rientrarono nella cappella, gli ospiti si alzarono.
Nessuno applaudì.
Non era una scena da film.
Erano troppo stanchi, troppo impauriti e troppo consapevoli di ciò che avevano rischiato.
Ma la signora con la pelliccia si tolse il cappotto e lo mise sulle spalle di Davide.
«Sta tremando,» disse.
Davide provò a rifiutare.
«Lo tenga.»
La donna abbassò la voce.
«Mio marito mi diceva sempre che suo padre era un uomo buono. Stasera ho capito che non esagerava.»
Davide strinse il cappotto.
Fuori, in lontananza, si udirono sirene.
La strada principale era rimasta libera.
I soccorsi arrivarono poco dopo mezzanotte.
Insieme ai vigili del fuoco entrarono anche alcuni uomini in abiti scuri e due agenti.
Uno di loro mostrò un tesserino a Valenti.
«Cerchiamo Davide Mercuri.»
La cappella tornò silenziosa.
Davide era seduto su una panca con una coperta sulle spalle.
Non tentò di fuggire.
L’uomo in abiti scuri gli si avvicinò.
«Deve venire con noi.»
Elena si mise davanti.
«Per quale motivo?»
«Signora, si sposti.»
«Quest’uomo ha salvato quasi cento persone.»
«Non riguarda lei.»
«Mi riguarda eccome. E riguarda tutti quelli che sono qui.»
Valenti si avvicinò.
Per anni aveva fatto qualsiasi cosa per proteggere il nome dell’albergo.
Quella notte, invece, scelse una persona.
«Ci sono decine di testimoni,» disse. «E videocamere, quando il sistema verrà ripristinato.»
L’agente guardò Davide.
«Lei è in possesso di documenti riservati.»
Davide sollevò la borsa.
«Sono pronto a consegnarli a un magistrato. Non a persone che vogliono farmi sparire di nuovo.»
Uno degli ospiti, un avvocato in pensione, si alzò lentamente.
«Ha diritto a essere assistito.»
L’uomo in abiti scuri lo ignorò.
Ma poi si alzò anche la signora Bellini.
Poi Sergio.
Poi Matteo.
Uno dopo l’altro, gli ospiti e i dipendenti si misero attorno a Davide.
Non con violenza.
Semplicemente rimasero lì.
Una barriera di corpi stanchi, pigiami, coperte e scarpe infangate.
La gente che un’ora prima aveva distolto lo sguardo adesso non voleva più farlo.
L’agente serrò la mascella.
«State ostacolando un’operazione.»
Elena scosse la testa.
«Stiamo impedendo che un uomo venga portato via nel silenzio.»
Le parole si diffusero nella cappella.
Nel silenzio.
Era così che accadevano molte ingiustizie.
Non perché tutti fossero crudeli.
Ma perché troppe persone restavano zitte.
Davide guardò Elena.
«Non deve farlo.»
«Sì,» rispose lei. «Devo.»
Alla fine intervenne il comandante locale, arrivato insieme ai soccorsi.
Pretese che ogni procedura fosse registrata.
I documenti vennero sigillati.
Davide accettò di essere accompagnato in ospedale per una visita e poi ascoltato formalmente.
Non fu trascinato.
Non fu ammanettato.
E soprattutto, non sparì.
Nei giorni successivi, la storia invase i giornali.
Non perché un pericoloso fuggitivo avesse minacciato un albergo.
Ma perché un uomo dichiarato morto aveva salvato decine di persone dopo essere stato cacciato come un mendicante.
Le registrazioni recuperarono ogni dettaglio.
Matteo che rideva.
Sergio che spingeva.
Elena che ordinava di mandarlo via.
E Davide che, nonostante tutto, tornava indietro per salvarli.
La notifica iniziale venne corretta.
Non risultavano accuse definitive contro di lui.
Le indagini successive chiarirono che Davide non era fuggito da una prigione, ma si era allontanato da una struttura dove era stato trattenuto per accertamenti legati alla sua identità e ai documenti che possedeva.
Le autorità competenti avviarono verifiche sugli eventi avvenuti nove mesi prima.
Ma a Rocca Serena interessava soprattutto un’altra cosa.
La figlia di Davide.
Si chiamava Chiara.
Aveva trentotto anni e viveva vicino a Bologna con il marito e una bambina di sei anni.
Quando vide il volto di suo padre al telegiornale, lasciò cadere una tazza sul pavimento.
Per nove mesi aveva creduto che fosse morto.
Aveva pianto davanti a una bara vuota.
Aveva riordinato i suoi attrezzi.
Aveva donato i suoi vestiti.
Aveva raccontato alla figlia che il nonno era diventato una stella.
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