Non era diventato un altro gatto.
Eravamo noi che lo stavamo guardando da un’altra angolazione.
Qualche giorno dopo tornai da Teresa.
Questa volta non per controllare Fortunato.
Volevo vedere quella casa.
Capire cosa fosse successo davvero tra quei due.
Quando entrai, Teresa era in cucina.
Aveva un canovaccio sulla spalla.
Il deambulatore cigolava.
Fortunato camminava esattamente due passi dietro di lei.
«Non guardi il piano della cucina», disse Teresa. «L’ho pulito ieri. Oggi ho diritto di vivere.»
Scoppiai a ridere.
Lei riempì due bicchieri d’acqua.
Fortunato ci osservò come un piccolo ispettore.
Teresa raccontò che ormai avevano le loro abitudini.
Caffè insieme alle sette e mezza.
Lui sedeva sulla sedia accanto.
Poi Teresa apriva le persiane.
Fortunato controllava i piccioni.
Quando lei andava alla cassetta della posta, lui aspettava dietro la porta.
A mezzogiorno dormiva sulla poltrona.
La sera guardavano la televisione.
«Prima la tenevo accesa solo per sentire voci», disse.
Accarezzò Fortunato.
«Adesso la tengo accesa perché a lui piace.»
«Cosa guarda?»
«Tutto.»
Fece una faccia seria.
«Ma durante le partite giudica l’arbitro.»
Risi.
«Come suo marito?»
Per qualche secondo Teresa non rispose.
Poi sorrise.
«Uguale.»
La sua mano andò automaticamente sulla schiena di Fortunato.
Lui si spinse contro il palmo.
«Mio marito urlava contro la televisione», disse Teresa. «Dicevo sempre che prima o poi i vicini avrebbero chiamato qualcuno.»
Abbassò lo sguardo.
«Adesso darei qualcosa per sentirgli dire ancora una volta: “Ma questo arbitro dove guarda?”»
Quella frase rimase sospesa tra noi.
Non era una scena triste.
Era più complicata.
C’era dolore.
Ma c’era anche vita.
Perché Fortunato, senza sostituire nessuno, aveva occupato uno spazio che il silenzio stava divorando.
Nel quartiere ormai tutti lo conoscevano.
La signora Anna del negozio salutava Teresa dalla porta.
Il vicino del piano terra lasciava ogni tanto una scatoletta davanti all’ingresso.
La signora Mirella, quella che aveva le chiavi, passava a bere il caffè più spesso.
«Prima ci salutavamo soltanto sul pianerottolo», disse Teresa.
«Adesso viene perché vuole vedere Fortunato.»
Sorrise.
«Fa finta.»
Fu quello che mi colpì di più.
Avevamo pensato che Fortunato avesse trovato una persona.
In realtà, senza volerlo, aveva riaperto una porta verso mezzo quartiere.
Teresa usciva di più.
Parlava con i vicini.
Telefonava al rifugio.
Mandava biglietti.
Persino il fruttivendolo sapeva del gatto che la seguiva in bagno.
Ma non tutti erano entusiasti.
Un pomeriggio venne al rifugio il figlio di Teresa.
Si chiamava Paolo.
Sulla cinquantina.
Camicia stirata.
Occhi stanchi.
Sembrava uno di quegli uomini che passano la vita correndo tra lavoro, figli e genitori e che, quando finalmente si siedono, non sanno più cosa fare con il silenzio.
«Voglio solo capire una cosa», disse.
Pensai volesse restituire Fortunato.
Il cuore mi scese nello stomaco.
«Mia madre può davvero tenere quel gatto?»
Gli spiegai che Teresa era autonoma nelle decisioni e che avevamo valutato l’adozione.
Lui sospirò.
«Non è questo.»
Si passò una mano sulla fronte.
«È che dopo papà… io le dico di chiamarmi. Ma non chiama.»
«Forse non vuole disturbarla.»
Paolo rise senza allegria.
«È quello che dice sempre.»
Poi rimase qualche secondo in silenzio.
«Da quando ha quel gatto, però, mia madre mi telefona per raccontarmi cosa combina.»
Sorrise appena.
«Ieri mi ha chiamato perché Fortunato aveva rubato una molletta.»
Lo guardai.
«Le dà fastidio?»
«No.»
Scosse la testa.
«Mi fa strano.»
Poi disse una cosa che non mi aspettavo.
«È la prima volta dopo mesi che la sento raccontare qualcosa al futuro.»
Non capii subito.
Paolo spiegò:
«Prima diceva sempre: tuo padre faceva, tuo padre diceva, tuo padre portava.»
Inspirò lentamente.
«Adesso dice: domani compro una nuova cuccia. La settimana prossima viene il veterinario. A Natale devo stare attenta all’albero perché Fortunato è un delinquente.»
Abbassò gli occhi.
«Capisce?»
Sì.
Capivo.
Non era soltanto compagnia.
Era un domani.
Qualche settimana dopo arrivò una lettera scritta a mano.
Carta vera.
Penna blu.
Grafia lenta e precisa.
Teresa aveva scritto:
“Fortunato non è un gatto da grembo.
È un gatto da vita.”
Lessi quella frase tre volte.
Poi continuai.
“Mi segue perché può farlo.
Perché vuole sapere dove sono.
E sapere dove sono lo rende tranquillo.”
Sotto aveva aggiunto:
“A me piace.”
Un’altra riga.
“Mi piace che qualcuno sappia in quale stanza sono.”
Sentii un peso salirmi alla gola.
Poi arrivò l’ultima frase.
“Se qualcuno dice ancora che Fortunato è troppo, ditegli che io ho aspettato abbastanza per avere finalmente troppo.”
Tenni quella lettera sulla scrivania.
Proprio quel giorno riportarono indietro un cane.
Storia diversa.
Famiglia diversa.
Stessa parola.
«Chiede troppe attenzioni.»
Il cane scodinzolava mentre parlavano.
Guardava i suoi proprietari come se non sapesse ancora che stavano andando via senza di lui.
In quel momento pensai a quante volte usiamo la parola “troppo”.
Troppo affettuoso.
Troppo presente.
Troppo sensibile.
Troppo bisognoso.
Troppo vecchio.
Troppo giovane.
Troppo spaventato.
Troppo vivace.
Forse a volte “troppo” significa davvero incompatibile.
Non tutte le persone possono offrire lo stesso tempo.
Non tutte le case funzionano allo stesso modo.
Non ogni adozione deve essere mantenuta a ogni costo.
Ma Fortunato mi aveva insegnato una cosa diversa.
Il suo problema non era sparito.
Continuava a seguire Teresa.
Continuava ad aspettarla davanti alle porte.
Continuava a controllare dove fosse.
Solo che nella casa giusta quelle caratteristiche non sembravano più difetti.
Erano diventate parte della relazione.
Una sera Teresa mi telefonò.
«Lo sa cosa mi ha detto mio figlio?»
«Cosa?»
«Che questo gatto mi vizia.»
Rise.
«Gli ho risposto che per quarantanove anni ho raccolto calzini da terra dietro suo padre. Posso permettermi un gatto che mi accompagna al frigorifero.»
Risi così forte che anche lei cominciò a ridere.
Poi sentii Fortunato miagolare dall’altra parte.
«Ecco», disse Teresa. «Adesso vuole sapere con chi parlo.»
«Geloso?»
«No.»
Fece una pausa.
«Interessato.»
Quella parola era perfetta.
Interessato.
Fortunato viveva come se la presenza di Teresa fosse importante.
E Teresa, dopo mesi in cui si era sentita quasi trasparente, aveva qualcuno che reagiva a ogni suo movimento.
Se si alzava, lui alzava la testa.
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