Mia madre brindava davanti al camino mentre Argo tremava fuori: quella sera scoprii il vero volto della mia famiglia

Ho lasciato la casa dei miei genitori la sera in cui li vidi brindare davanti al camino mentre il mio vecchio cane tremava dietro il vetro.

«Non portarlo dentro così. Ho appena pulito il tappeto.»

Mia madre non mi chiese se Argo respirasse bene.

Non mi chiese perché non riuscisse più ad alzarsi.

Guardò soltanto le impronte bagnate che lasciavo sul pavimento mentre lo tenevo tra le braccia.

Fu in quel momento che capii una cosa che avevo impiegato cinquantadue anni a imparare: certe famiglie non hanno paura di perdere l’amore.

Hanno paura di perdere la faccia.

E per salvare la bella figura sono capaci di sacrificare chiunque.

Anche te.

Anche chi ami.

Anche un vecchio cane che non può difendersi.

Sei mesi prima, io e Serena avevamo commesso quello che allora ci sembrava un gesto di buon senso.

Avevamo lasciato il piccolo appartamento in affitto dove vivevamo alla periferia di Bologna e ci eravamo trasferiti temporaneamente dai miei genitori, in un paese dell’Appennino modenese.

Avevamo entrambi superato i cinquanta.

Io lavoravo nella logistica, Serena faceva contabilità per un piccolo studio.

Non eravamo ragazzi con la vita davanti e mille possibilità.

Eravamo due persone che avevano già sbagliato, ricominciato, pagato mutui, aiutato parenti e imparato quanto velocemente possano sparire vent’anni di sacrifici.

Volevamo mettere da parte abbastanza per comprare un bilocale tutto nostro.

Niente villa.

Niente giardino.

Solo una casa dove invecchiare senza chiedere permesso a nessuno.

«Venite qui», aveva insistito mia madre, Lidia. «La casa è enorme da quando voi figli ve ne siete andati. Perché buttare soldi in affitto?»

Mio padre Cesare aveva annuito.

«Sei mesi passano in fretta.»

Sembrava una soluzione perfetta.

Non lo era.

Con noi arrivò Argo.

Dodici anni.

Settanta chili quando era giovane, poco più di cinquanta ormai.

Un incrocio da pastore con il muso diventato quasi bianco e un orecchio che non era mai riuscito a stare dritto.

Lo avevamo preso da un rifugio molti anni prima.

Qualcuno, prima di noi, gli aveva lasciato una brutta eredità alle anche.

Con l’età era arrivata l’artrosi.

Camminava lentamente, soprattutto al mattino.

Quando si sdraiava sospirava come un vecchio che finalmente si toglie le scarpe dopo una giornata nei campi.

A Serena faceva sorridere.

«Siete due pensionati», mi diceva. «Tu e lui fate gli stessi rumori quando vi alzate dal divano.»

Argo non era un cane perfetto.

Perdeva pelo.

Russava.

Quando pioveva aveva quell’odore particolare che conosce chiunque abbia avuto un cane grande in casa.

Ma era famiglia.

Non perché lo dicevamo.

Perché si comportava come tale.

Quando Serena aveva perso sua madre, Argo aveva dormito per settimane accanto al suo letto.

Quando io ero stato operato alla schiena, non si era allontanato dalla poltrona per giorni.

Non chiedeva nulla.

Se eri felice, era felice.

Se eri distrutto, si sedeva vicino.

Per lui bastava esserci.

Mia madre, invece, aveva un’altra idea della famiglia.

All’inizio furono battute.

«Serena, i bicchieri buoni vanno in alto.»

«Serena, qui gli asciugamani non si piegano così.»

«Serena, quando vengono persone a trovarci magari mettiti qualcosa di più elegante.»

Sorrideva mentre lo diceva.

Mia sorella Paola sorrideva ancora di più.

Paola abitava a venti minuti da noi, ma passava quasi ogni giorno.

Aveva quarantasette anni e il dono particolare di riuscire a insultarti facendo sembrare che ti stesse dando un consiglio.

«Quel maglione ti fa sembrare stanca.»

«Hai ancora quella borsa? Pensavo l’avessi buttata.»

«Marco lavora tutto il giorno. Almeno tu potresti tenere meglio la casa.»

Io sentivo poco.

Lavoravo anche dieci, undici ore al giorno.

Partivo presto.

Rientravo tardi.

Pensavo di stare facendo la mia parte.

Pensavo: resistiamo qualche mese, risparmiamo e ce ne andiamo.

Il problema era che non ero io quello che doveva resistere tutto il giorno.

Era Serena.

E soprattutto era Argo.

«Questo cane puzza», diceva mia madre.

«Fa cadere peli dappertutto», diceva Paola.

«Perché non lo tenete al piano di sotto?»

«Perché non comprate una cuccia da esterno?»

«Tanto è abituato.»

Non era abituato.

E loro lo sapevano.

Serena passava l’aspirapolvere due volte al giorno.

Lavava le coperte di Argo continuamente.

Gli puliva le zampe ogni volta che rientrava.

Aveva persino comprato una spazzola speciale per raccogliere i peli dal divano.

Io non sapevo niente di tutto questo.

Perché lei non me lo raccontava.

Una sera le chiesi perché fosse così silenziosa.

«Sono solo stanca.»

«Mamma ti ha detto qualcosa?»

Lei abbassò lo sguardo.

«No, niente di importante.»

Avrei dovuto fermarmi lì.

Avrei dovuto guardarla negli occhi e chiederle la verità.

Invece avevo aperto il portatile per controllare una consegna del giorno dopo.

Avevo creduto alla risposta più comoda.

È una delle cose che mi perdono meno.

Il giorno che cambiò tutto arrivò alla fine di gennaio.

Da due giorni annunciavano una forte nevicata sull’Appennino.

Nel pomeriggio il responsabile ci mandò a casa prima.

«Chi abita fuori città parta subito. Tra un’ora le strade diventano brutte.»

Impiegai quasi il doppio del solito.

Quando raggiunsi il paese, la neve aveva già coperto i muretti e le auto parcheggiate.

La casa dei miei genitori, vista dalla strada, sembrava una cartolina.

Le finestre accese.

Il camino.

Il fumo che usciva dal tetto.

La casa dove ero cresciuto.

Per un istante provai perfino gratitudine.

Poi vidi qualcosa vicino alla veranda.

Una sagoma scura contro la porta a vetri.

Lasciai l’auto davanti al cancello e corsi.

Affondavo con le scarpe nella neve.

Quando girai l’angolo, mi si chiuse lo stomaco.

Argo era rannicchiato contro il vetro.

Aveva neve sulla schiena.

Una zampa era tesa davanti a lui.

Le zampe posteriori sembravano bloccate.

Provava ad alzarsi, ma ricadeva.

Grattò il vetro una volta.

Piano.

Come se non avesse più forza.

«Argo.»

Alzò la testa.

Non dimenticherò mai i suoi occhi.

Non perché fossero drammatici.

Era peggio.

Erano fiduciosi.

Come se fosse sicuro che, ora che ero arrivato, avrei sistemato tutto.

Mi chinai e provai a sollevarlo.

Era rigido dal freddo.

Quando lo presi sotto il petto emise un piccolo gemito.

Guardai dentro casa.

A pochi metri da noi c’erano mia madre e Paola.

Sedute sul divano.

Il camino acceso.

La televisione.

Due bicchieri di vino sul tavolino.

Ridevano.

Argo era visibile dalla loro posizione.

Non c’erano tende.

Non c’erano muri.

Non c’erano scuse.

Lo vedevano.

Sollevai Argo e raggiunsi la porta.

Entrai.

Mia madre si voltò.

«Marco? Ma non dovevi finire tardi?»

Poi vide il cane.

La sua prima reazione non fu paura.

Fu fastidio.

«Madonna, non metterlo lì! È fradicio.»

La guardai.

«Da quanto tempo è fuori?»

Paola prese il telefono.

«Un’oretta, forse.»

«Un’ora?»

«Marco, è un cane.»

Quella frase mi rimbomba ancora in testa.

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