Mio figlio si barricò nell’armadio con il suo cane, poi una visita inattesa cambiò completamente quella paura

Delle ceste.

Dei cuscini.

Di Matteo che teneva chiuso il muso del suo cane per non farlo trovare.

La sala diventò silenziosa.

«Poi ho fatto una cosa strana. Ho chiamato per chiedere aiuto.»

Raccontai di Paolo.

Di Rocco.

Di quaranta minuti seduti sul tappeto.

«Non racconto questo per dire che qualcuno è un santo e qualcun altro è un mostro.»

Mi fermai.

«Anzi. Se c’è una cosa che ho imparato, è che quando dividiamo tutti in buoni e cattivi smettiamo di ascoltare.»

Sentii una mano tirarmi la maglia.

Matteo.

«Posso parlare?»

Guardai Stefano.

Poi la presidente.

Lei annuì.

Matteo arrivava appena al microfono.

«Io sono quello del cane», disse.

Qualcuno sorrise.

«Barnaba non voleva rompere niente. È che gli scoiattoli gli fanno perdere il cervello.»

Risero quasi tutti.

Persino Vittorio.

Matteo si fece serio.

«Quando Vittorio ha detto che lo portavano via, io ho pensato che Barnaba moriva.»

Vittorio abbassò lo sguardo.

«Io non voglio che nessuno sia cattivo con Vittorio», continuò Matteo. «Però i grandi devono stare attenti alle parole.»

Si strinse nelle spalle.

«Perché quando siete arrabbiati dite cose che dopo magari dimenticate. Noi bambini invece no.»

Non volò una mosca.

Poi Matteo aggiunse:

«Barnaba adesso ha un guinzaglio più corto vicino ai bidoni.»

Qualcuno rise con gli occhi lucidi.

Quando tornò a sedersi, Vittorio alzò la mano.

Camminò lentamente fino al microfono.

«Sono stato io.»

Nessuno sembrò sorpreso.

«Avevo paura.»

Raccontò di sua sorella.

Delle cicatrici.

Di quanto gli fosse rimasto dentro quel ricordo.

«Quando ho visto il cane partire ho reagito come se avessi di nuovo diciassette anni.»

Si voltò verso Matteo.

«Ma tu non c’entravi niente con quello che è successo alla mia famiglia.»

Fece fatica a dire la frase successiva.

«E non dovevo parlare così.»

Matteo lo fissava.

«Mi dispiace.»

Mio figlio ci pensò.

Poi annuì.

«Va bene.»

Un attimo dopo aggiunse:

«Però Barnaba non è cattivo.»

Vittorio fece quasi un sorriso.

«Ho capito.»

Fu lì che accadde qualcosa che non mi aspettavo.

Una donna anziana della prima fila alzò la mano.

Era la signora Lidia, settantadue anni, vedova da tempo, quella che passava ogni mattina con il carrellino della spesa.

«Posso dire una cosa?»

Prese il microfono.

«Io ho paura dei cani.»

Ci guardò.

«Tutti. Anche quelli piccoli.»

Indicò Barnaba, che non c’era.

«Ma non perché siano tutti cattivi. Perché da bambina mio padre mi diceva sempre: stai lontana, mordono.»

Si strinse nelle spalle.

«Ho settantadue anni e porto ancora in giro una frase detta sessantacinque anni fa.»

Dalla sala partì un mormorio.

Poi parlò un padre giovane.

Poi un pensionato.

Poi una ragazza.

Uno aveva paura dei cani grandi.

Un altro raccontò del suo cane anziano terrorizzato dai bambini che gli correvano addosso.

Un’altra disse che suo nipote non sapeva mai quando fosse corretto avvicinarsi a un animale.

Quella riunione che doveva decidere chi aveva ragione si trasformò in qualcosa di diverso.

Una conversazione.

Alla fine non vietarono Barnaba.

Non inventarono regole assurde.

Decisero di far rispettare meglio quelle già esistenti.

Guinzaglio per tutti.

Niente eccezioni per il cane piccolo “tanto non fa niente”.

Attenzione vicino ai bambini.

E soprattutto organizzarono una giornata nel parco del quartiere con un’educatrice cinofila.

Stefano mi guardò mentre tornavamo a casa.

«Sai qual è la parte incredibile?»

«Quale?»

«Viviamo qui da sedici anni e stasera ho scoperto più cose sui vicini che nei sedici anni precedenti.»

Aveva ragione.

Il sabato della giornata degli animali arrivarono quasi tutti.

Le nonne con le sedie pieghevoli.

I bambini con palloncini a forma di cane.

Gli uomini che dicevano di essere venuti “solo cinque minuti” e due ore dopo erano ancora lì vicino alla griglia.

La signora Lidia arrivò senza cane.

«Sono qui per imparare a non cambiare marciapiede.»

L’educatrice spiegò ai bambini come chiedere permesso prima di accarezzare.

Come riconoscere un cane nervoso.

Come non corrergli incontro urlando.

Come lasciare spazio.

Barnaba fu scelto come esempio di “cane socievole ma molto entusiasta”.

Rocco arrivò più tardi con Paolo.

Quando Matteo lo vide corse verso di loro, poi si bloccò da solo.

«Posso accarezzarlo?»

Paolo sorrise.

«Vedi? Hai già imparato.»

Verso mezzogiorno vidi una bambina avvicinarsi.

Avrà avuto cinque anni.

Aveva in mano una bambola consumata.

Dietro di lei c’era Vittorio.

Rigido come un palo.

«Lei è mia nipote, Giulia», disse.

Era la bambina che avevo visto qualche volta dietro la finestra.

Giulia guardava Barnaba.

«Posso toccarlo?»

Matteo si inginocchiò vicino al cane.

«Aspetta che ti annusi.»

Giulia tese la mano.

Barnaba annusò.

Poi le diede una leccata.

La bambina scoppiò a ridere.

Vittorio fece un passo avanti istintivamente.

Poi si fermò.

Guardò Barnaba.

Guardò Matteo.

Guardò me.

«Grazie», disse.

«Di cosa?»

«Di averlo portato.»

«Grazie a te per essere venuto.»

Non diventammo amici.

Non andammo a cena insieme.

Non iniziò improvvisamente a portarmi le lasagne la domenica.

La vita vera non funziona così.

Però la settimana successiva Vittorio mi aiutò a raddrizzare un vaso caduto davanti al cancello.

Qualche giorno dopo Stefano gli prestò una scala.

La signora Lidia cominciò a fermarsi a un paio di metri da Barnaba invece di attraversare la strada.

Dopo un mese gli diede perfino un biscotto.

Con la mano tremante.

Barnaba, miracolosamente, riuscì a prenderlo senza inghiottirle anche le dita.

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