Mio padre mi chiamò a mezzanotte: Argo aspettava accanto alla vecchia auto, ma non voleva partire senza di me

Risi.

«Erano due.»

«Tre. Una smise di fare uova per lo spavento.»

Per qualche secondo tornò tutto come una volta.

Io.

Papà.

Argo.

Una stupidaggine da discutere.

Poi Argo provò ad alzare la testa.

Non ci riuscì.

Guardò verso lo sportello.

Capì prima di me cosa voleva.

Aprii la portiera.

Mi sedetti al posto di guida.

Il sedile aveva ancora quello strappo sulla sinistra.

Il volante era liscio dove le mani di papà lo avevano consumato negli anni.

Presi il vecchio giubbotto.

Lo indossai.

Mi stava stretto sulle spalle.

«Sembro ridicolo.»

Papà sorrise.

«Lo sembravi anche a diciotto anni.»

«Grazie.»

Inserii la chiave.

Poi mi fermai.

Non accesi il motore.

Aprii completamente il grande portone del capanno e spinsi con papà il vecchio mezzo fuori, nel cortile, come facevamo una volta quando non partiva.

Fuori c’era aria fresca.

Solo allora girai la chiave.

Il motore tossì.

Una volta.

Due.

Poi partì con quel rumore ruvido che conoscevo a memoria.

Argo sollevò appena il muso.

Papà spalancò gli occhi.

«Hai visto?»

Sì.

Avevo visto.

Abbassai il finestrino.

Allungai il braccio.

Argo appoggiò il mento sulla mia mano.

«Sali, papà.»

Lui non se lo fece ripetere.

Si mise sul sedile del passeggero.

Restammo lì.

Non partimmo.

Non ce n’era bisogno.

La radio gracchiava una vecchia canzone che conoscevamo tutti e due ma di cui nessuno ricordava più il titolo.

Io tenevo una mano sul volante e una fuori dal finestrino.

Papà fissava il cortile.

Argo respirava.

Il vecchio equipaggio era di nuovo insieme.

«Luca.»

«Sì?»

«Non sentirti in colpa.»

Quelle parole mi fecero più male di un rimprovero.

«È un po’ tardi per quello.»

«La vita porta via.»

Scossi la testa.

«No, papà. La vita non porta via niente da sola. Sono io che ho detto sempre sì a tutto il resto.»

Lui rimase in silenzio.

Argo fece un respiro molto profondo.

Il più profondo da quando ero arrivato.

Poi si strinse contro la mia mano.

La coda batté una volta sul cemento.

Tac.

E non respirò più.

Aspettai.

Forse un secondo.

Forse un minuto.

«Argo?»

Niente.

Papà appoggiò una mano sulla mia spalla.

Non disse “è morto”.

Non serviva.

Argo non era morto aspettando.

Era morto dopo che ero tornato.

La mattina dopo provai a comportarmi come la persona che ero stata fino a ventiquattro ore prima.

Mi lavai.

Indossai una camicia pulita.

Misi il computer nella borsa.

Controllai distrattamente le mail.

Poi uscii dalla camera e vidi papà nel cortile con una pala.

Aveva deciso che Argo sarebbe rimasto sotto il vecchio ciliegio vicino alla rete.

«Chiamo qualcuno,» dissi.

«No.»

«Papà, non devi fare tutto da solo.»

«È il nostro cane.»

Quel “nostro” mi fermò.

Presi un’altra pala.

Scavammo insieme.

A metà del lavoro papà si bloccò.

La pala gli scivolò quasi dalle mani.

Portò una mano al petto.

«Papà?»

«Niente.»

«Che significa niente?»

«Mi sono stancato.»

Provò a sorridere.

Ma io avevo visto le sue nocche diventare bianche.

«Siediti.»

«Luca…»

«Siediti.»

Per una volta mi ascoltò.

Finimmo la buca insieme, molto più lentamente.

Avvolgemmo Argo nella coperta a quadri che usavamo nelle gite.

Papà mise accanto alle sue zampe la pallina di gomma ormai senza colore.

Io presi dal cassetto del fuoristrada il vecchio portachiavi che usavo da ragazzo.

Lo infilai sotto la coperta.

«Così sa chi guida,» dissi.

Papà abbassò il viso.

Quella fu la prima volta che lo vidi piangere.

Non fece rumore.

Gli scesero solo due lacrime.

Io mi voltai verso la terra appena smossa per lasciargli almeno quella dignità.

Quando rientrammo in cucina, notai tre confezioni di medicinali vicino al lavello.

Prima non ci avevo mai fatto caso.

Forse perché non guardavo.

«Queste cosa sono?»

Papà aprì il rubinetto.

«Medicine.»

Presi una scatola.

Lessi velocemente.

Problemi cardiaci.

Controlli.

Possibili procedure.

Mi gelò il sangue.

«Da quanto?»

Papà continuò a lavarsi le mani.

«Un po’.»

«Quanto significa un po’?»

«Due anni.»

Mi sedetti.

«Due anni?»

Lui scrollò le spalle.

«Negli ultimi mesi è peggiorato.»

«E non hai pensato di dirmelo?»

«Ci ho pensato.»

«E allora?»

Chiuse il rubinetto.

«Avevi sempre qualcosa.»

Sentii salire la rabbia.

«Qualcosa? Stiamo parlando del tuo cuore.»

«Lo so dov’è.»

«Non scherzare.»

Papà prese un asciugamano.

Poi disse una cosa semplicissima.

«Ogni volta che ti chiamavo capivo subito se eri occupato.»

Restai zitto.

«Sentivo i tasti del computer. Oppure camminavi mentre parlavi. Oppure mi dicevi: “Dimmi tutto, papà”, ma con quella voce di chi spera che il “tutto” duri tre minuti.»

Mi difesi senza pensarci.

«Io lavoro. Non sto giocando.»

«Lo so.»

«Ho delle responsabilità.»

«Lo so.»

«Ti mando soldi quando servono. Torno a Natale. Sono venuto per il tuo compleanno.»

Lui annuì.

«Tutto vero.»

Quasi avrei preferito che urlasse.

Invece continuò con calma.

«Solo che un giorno ho smesso di chiedermi quando avresti avuto tempo.»

Guardò verso la finestra.

Il ciliegio si vedeva dalla cucina.

«Ho preso l’autobus per andare agli esami. Sono tornato da solo. Quando avevo paura, parlavo con Argo.»

Sorrise appena.

«Lui non guardava mai l’orologio.»

Abbassai gli occhi.

Papà si sedette davanti a me.

«Non voglio che tu molli il lavoro.»

«Non ho detto questo.»

«Lo so. Ma ti conosco. Adesso ti sentirai in colpa e vorrai sistemare dieci anni in tre giorni.»

Mi strofinai il viso.

«Forse dovrei.»

«Non funziona così.»

Rimanemmo in silenzio.

Poi papà sussurrò:

«Vorrei solo non finire anch’io come Argo.»

Lo guardai.

«Cosa vuoi dire?»

Aveva gli occhi lucidi.

«Vicino a una porta che mio figlio non ha tempo di aprire.»

Quella frase mi entrò dentro e non se ne andò più.

Più tardi tornammo al fuoristrada.

Il collare di Argo era appeso alla leva del cambio.

Qualche pelo chiaro era rimasto sul sedile posteriore.

Papà si mise al posto del passeggero.

Io al volante.

Il motore restò spento.

«Il medico vuole che decida cosa fare,» disse.

«Per il cuore?»

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