Annui.
«Forse un intervento. Prima altri esami.»
«Quando?»
«Martedì.»
«Vengo.»
«Hai lavoro.»
«Ho detto che vengo.»
Papà mi guardò a lungo.
Poi disse:
«Non voglio essere un obbligo.»
«Non lo sei.»
«Neanche un senso di colpa.»
«Non lo sei.»
«Allora perché vieni?»
Guardai il collare.
«Perché sei mio padre.»
Tre giorni dopo tornai a Milano.
Appena entrai nell’ufficio mi sembrò tutto finto.
Vetro.
Luci bianche.
Badge.
Persone che camminavano guardando il telefono.
Scrivanie piene di cose urgentissime che una settimana dopo nessuno avrebbe ricordato.
Il responsabile mi fermò.
«Tutto bene?»
«È morto il mio cane.»
Mi diede una pacca sul braccio.
«Mi dispiace. Quando puoi, poi vediamo i numeri della presentazione.»
Certo.
I numeri.
A mezzogiorno avevo già ricevuto sette inviti a riunioni.
Una di sabato.
Due dopo le diciannove.
Una chiamata con scritto “solo quindici minuti”, che significava certamente un’ora.
Portai il cursore sopra “accetta”.
Poi vidi Argo trascinarsi sul cemento.
Vidi il giubbotto sul volante.
Vidi quelle medicine vicino al lavello.
Aprii il calendario.
Scelsi un fine settimana al mese.
Lo bloccai.
Scrissi soltanto:
CASA – PAPÀ.
Poi presi il martedì degli esami.
Bloccai anche quello.
Il responsabile lo notò il giorno dopo.
«Un weekend fisso ogni mese?»
«Sì.»
«Sempre?»
«Finché posso.»
Fece una faccia strana.
Non protestò.
Ma nemmeno applaudì.
La gente applaude volentieri quando lavori fino a tardi.
Quando proteggi il tuo tempo, invece, sembra sempre che tu debba giustificarti.
Martedì tornai al paese.
Aspettai papà fuori dall’ambulatorio.
Quando uscì mi guardò come se non fosse sicuro che sarei davvero comparso.
«Sei venuto.»
«Te l’avevo detto.»
Lui sorrise.
«Anche altre volte mi avevi detto delle cose.»
Non me la presi.
Aveva ragione.
Quel pomeriggio pranzammo nella piccola trattoria vicino alla piazza.
Niente di speciale.
Pasta al forno.
Pane.
Due caffè.
A un certo punto entrò la signora Teresa, quella delle galline di Argo.
Vide me e spalancò gli occhi.
«Ma guarda chi è tornato dalla città.»
Eccolo.
Il paese.
Nel giro di mezz’ora sapevano tutti che ero tornato.
Qualcuno diceva che Milano mi aveva stancato.
Qualcuno pensava che avessi perso il lavoro.
Qualcuno aveva già deciso che sarei tornato definitivamente.
Una volta quel chiacchiericcio mi soffocava.
Quella volta mi fece quasi tenerezza.
Almeno lì, quando sparivi, qualcuno se ne accorgeva.
La sera papà e io ci sedemmo davanti casa.
«Ti manca Milano?» chiese.
«Sono qui da poche ore.»
«Appunto.»
Risi.
Poi guardai il paese sotto di noi.
«Quando avevo vent’anni pensavo che restare qui fosse una sconfitta.»
«Lo so.»
«Pensavo che chi partiva fosse coraggioso e chi restava avesse paura.»
Papà annuì.
«A vent’anni siamo tutti un po’ stupidi.»
«Tu cosa pensavi quando sono partito?»
Lui ci mise un po’ a rispondere.
«Che era giusto.»
«Non eri arrabbiato?»
«No.»
«Mai?»
«Ero orgoglioso.»
Sorrise.
«Poi sono passati gli anni.»
Capivo cosa volesse dire.
Partire non era stato il problema.
Dimenticare la strada del ritorno sì.
Da quel momento iniziai a chiamarlo ogni giorno alle cinque.
Non alle nove di sera, mentre facevo altro.
Non mentre scendevo in metropolitana.
Non quando avevo “un minuto”.
Alle cinque.
L’ora in cui lui e Argo aspettavano davanti al fuoristrada.
A volte parlavamo del cuore.
A volte del giardino.
A volte papà si lamentava del vicino che lasciava l’auto troppo vicino al cancello.
Una volta discutemmo quindici minuti perché sosteneva che i pomodori del supermercato non sapevano più di niente.
«Sono acqua rossa,» disse.
«Papà, non è possibile che ogni cosa fosse migliore nel 1985.»
«I pomodori sì.»
Altre volte non avevamo niente da dirci.
Restavamo al telefono mentre lui preparava la cena e io scaldavo qualcosa in cucina.
Nessuna frase memorabile.
Nessun grande momento.
Era proprio quello il punto.
Avevo sprecato anni aspettando che servisse un’occasione importante per tornare.
Invece la vita era fatta soprattutto di cose poco importanti.
Un caffè.
Una telefonata.
Una partita ascoltata alla radio.
Una discussione sul pane.
Un giro in macchina senza destinazione.
Un mese dopo tornai di nuovo.
Papà aveva già preparato due panini.
«Dove andiamo?» chiesi.
«A fare un giro.»
Indicò il fuoristrada.
«Con quello?»
«Perché? Adesso sei diventato elegante?»
Aprii il garage.
Salimmo.
Il collare di Argo era ancora sulla leva del cambio.
Nessuno dei due lo tolse.
Guidammo fino al fiume.
La strada era identica.
I pioppi un po’ più alti.
Il vecchio distributore era chiuso.
Il bar dove compravamo i ghiaccioli era diventato un negozio vuoto.
«È cambiato tutto,» dissi.
Papà guardò fuori dal finestrino.
«Sì.»
Poi indicò una curva.
«Tranne le buche. Quelle sono eterne.»
Scoppiai a ridere.
Per un attimo ebbi di nuovo diciotto anni.
Mancava solo Argo con il muso tra i sedili.
Arrivati al fiume restammo dentro la macchina.
Papà aprì i panini.
«Sai una cosa?» disse.
«Cosa?»
«Non ho bisogno che torni qui per sempre.»
Lo guardai.
«Pensavo volessi proprio quello.»
«No.»
Mangiò un boccone.
«Se tornassi solo per senso di colpa, dopo sei mesi odieresti me, il paese e pure il campanile.»
Aveva ragione.
«Allora cosa vuoi?»
Papà guardò l’acqua.
«Che quando dici “ci vediamo”, ci vediamo.»
Tutto lì.
Non chiedeva che sacrificassi la mia vita.
Non chiedeva soldi.
Non chiedeva di tornare bambino.
Voleva soltanto che una promessa avesse ancora un significato.
Nei mesi successivi il cuore di papà ebbe giorni buoni e giorni meno buoni.
Facemmo visite.
Aspettammo risultati.
Litigammo.
Una volta cancellai un fine settimana perché scoppiò un problema al lavoro.
Quando glielo dissi, rimase zitto.
Mi sentii sprofondare.
«Papà…»
Lui mi interruppe.
«Succede.»
«Non sei arrabbiato?»
«No.»
Poi aggiunse:
«Basta che non diventi di nuovo sempre.»
Quella frase diventò la misura di molte cose.
Non potevo esserci sempre.
Nessuno può.
Ma avevo passato anni trasformando l’eccezione nella regola.
Un giorno trovai in un cassetto una fotografia.
Io a diciannove anni.
Papà ancora con i capelli quasi tutti neri.
Mamma appoggiata al cancello.
Argo cucciolo davanti a noi.
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